Un’italiana a londra
16 Aprile 2018
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Un’italiana a londra

“Sono uno straniero, sono un alieno legale, sono un inglese a New York”, così Sting, nel 1987, nela sua famosa canzone Englishman in New York. Eppure dagli anni ’80 cosa è cambiato per chi, a causa di una società che non crede più nelle capacità individuali ed esalta l’apparenza a scapito del merito, è costretto a “fuggire” dal proprio Paese, alla ricerca di un riconoscimento da parte di un contesto che non gli appartiene? Nulla, direi… perché, a quanto pare, siamo un gregge di pecore marchiate dal timbro “emigranti” dal pastore che ci ha cresciuti e bollati come rejected dal pastore che ci accoglie.

Vittime del cosiddetto American dream, valido per qualsiasi altra nazione straniera che rappresenta, nell’immaginario collettivo, la soluzione alla distruzione della meritocrazia italiana, vaghiamo ormai sempre più spesso da uno Stato all’altro, alla ricerca di quel riconoscimento che ci viene negato dalla nostra patria.

La domanda è: questo riconoscimento ci viene dato dal “benefattore” che ci accoglie? Teoricamente sì, praticamente no. La mia esperienza può essere comparabile a quella di tanti professionisti che emigrano all’estero per esercitare le proprie competenze, professionisti validi, emersi da un sistema scolastico che, per quanto criticato, costituisce uno dei più validi in confronto a quelli utilizzati dalle altre Nazioni.

Eppure, giovani, competenti, soldati formati ad hoc, portatori di una “divisa decorata da numerose medaglie” veniamo inseriti nell’esercito che ci accoglie nel ruolo di meri “soldati semplici” o “reclute”, pur avendo alle spalle anni ed anni di esperienza e valido lavoro.

Per quanto riguarda la mia guerra personale, mi riferisco al governo britannico, che, probabilmente anche in un’ottica di protezione dei propri cittadini, forse nemmeno tanto errata, crea un muro burocratico dietro un’apparente immagine di accoglienza e valorizzazione del talento. Un governo che impedisce a persone ampiamente specializzate e con un’esperienza lavorativa di eccellenza, di esercitare la propria professione a causa di un cavillo burocratico, a causa di un documento che l’Università italiana non è in grado di rilasciare, che l’Ordine professionale di appartenenza non è in grado di rilasciare, che il Consolato non è in grado di rilasciare. Chissà se rivolgersi al capo del Governo o al presidente della Repubblica italiana può portare all’ottenimento di un pezzo di carta che, a quanto pare, rappresenta tutto il nostro valore professionale, solo perché porta un timbro o una firma di un “John Doe” italiano?

Una trafila burocratica che porta allo sfinimento e alla demotivazione, con l’interrogativo finale “Ma siamo sicuri che valgo qualcosa?”.

Mesi passati alla ricerca di un documento fantasma, che nessuno, sia in Inghilterra che in Italia, conosce… situazione che mi fa sentire un po’ come “Indiana Jones e l’ultima crociata”… solo che in questo caso non è chiaro l’obiettivo della suddetta crociata… forse si tratta di una sorta di Sacro Graal dei documenti, di cui la maggior parte degli esseri umani è ignara?

Probabilmente chi rientra nella categoria dei “fortunati”, o forse è meglio dire dei più “avveduti” che hanno, in tempi non sospetti, scelto un percorso di studi che li rende appetibili ai paesi stranieri imperialisti, in quanto il loro lavoro contribuisce a portare avanti la politica capitalista del Paese, si trova a non dover scavalcare il già citato muro burocratico, ma ha la possibilità di entrare dalla porta principale. Ma chi, nella totale “ingenuità” (o forse “stupidità”?) ha scelto di investire le proprie capacità nell’aiuto del prossimo, nelle professioni socialmente utili, si trova a mendicare un piccolo riconoscimento sullo zerbino di casa Inghilterra.

Quello che sto imparando dalla mia esperienza all’estero è che non importa quanto tu sia qualificato, non importa quante capacità tu abbia e non importa il livello di qualità e professionalità che metti nel tuo lavoro… sarai sempre un soldato semplice, perché non sei una risorsa che arricchisce l’Ego e l’economia di una Società, che, a livello storico, può vantare solo un patrimonio di conquiste e guerre.

Ma d’altronde come può una società straniera credere in noi se chi non ci crede in primis è la società che ci ha generati?☺

 

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