Vogliamo campare
23 Maggio 2020
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Vogliamo campare

“È stato terribile vedere, nella zona del mercato – dove non mi recavo da un po’- le strade prive di persone e tutte le porte chiuse, come pure due negozi su tre, se non di più, chiusi”. Sono queste le parole di Samuel Pepys, un uomo vissuto a Londra nel periodo della cosiddetta Great Plague [pronuncia: greit pleigh], la peste che ha devastato la città per alcuni mesi nell’anno 1665. Pepys, involontariamente, è diventato una personalità nel mondo culturale britannico: annoverato tra i “diaristi”, è stato giustamente considerato un precursore del giornalismo; in realtà Samuel, esponente della media borghesia, con incarichi di responsabilità pubblica per alcuni anni, ha semplicemente scritto un diario stenografico – la cui de- cifrazione è stata effettuata secoli dopo – in cui si è limitato a raccontare eventi del suo tempo, come la peste e l’ incendio, insieme a molte considerazioni personali, private, intime.
A distanza di qualche secolo stiamo vivendo una esperienza simile e lockdown [pro- nuncia: loch-daun] è il vocabolo che utilizziamo per denominare questo momento. Come spesso accade, ancora una volta la capacità di sintetizzare una situazione in un termine efficace appartiene all’inglese, ed a tutti ormai l’espressione pare familiare e comprensibile, pur non conoscendo bene questa lingua.
Lockdown, che può anche scriversi lock down – il verbo che ha dato origine all’espressione – indica una condizione in cui alle persone non è consentito entrare in o lasciare liberamente un luogo a causa di una emergenza. Attualmente, considerata l’ estensione della pandemia da coronavirus, la misura si è trasformata in un protocollo di sicurezza volto maggiormente a tenere le persone in casa; il luogo cui è impedito l’accesso o l’uscita è diventata, nel nostro caso, l’intera nazione italiana.
Il verbo lock, letteralmente, si riferisce alle azioni di chiudere a chiave, legare qualcuno o qualcosa; lock, sostantivo, è il lucchetto – o qualunque altro dispositivo per trattenere o fermare; l’avverbio down, poi, veicola sia l’idea di una condizione generalizzata ed ampiamente diffusa, sia l’aspetto perentorio e definitivo dell’azione. Chiusura, blocco totale: disposizioni necessarie, assertive, inviolabili, se non con le dovute eccezioni: questo per alcuni mesi è stato il nostro status; ed è innegabile sottolinearne l’accezione negativa.
Chiudere rimanda quasi sempre ad una condizione di isolamento, rifiuto, distanza dalle persone e dalle cose. Rinchiudersi, quando corrisponde ad una scelta volontaria, è spesso una fuga dalla realtà, rigetto del mondo circostante, fuga o alienazione; ugualmente, quando imposta, l’azione può rappresentare una misura restrittiva, non scelta e dal carattere punitivo. Rispettare il lockdown è stato (ed è) per tutti noi un’imposizione cui ci siamo dovuti attenere senza alcun coinvolgimento, né adesione volontaria. È stata una prigionia che ha messo in evidenza due aspetti: la nostra vulnerabilità come esseri umani, la cui biologia è esposta a pericolosi agenti patogeni, ma soprattutto la nostra incapacità a rispettare le regole.
Tutti attendiamo il momento in cui potremo riprendere le nostre abitudini quotidiane, quella ‘normalità’ che ci è tanto mancata! In inglese l’antonimo di lock è unlock [pronuncia: anloch], il medesimo tema verbale preceduto dal prefisso oppositivo un- [pro- nuncia: an], che ben rende l’idea di apertura successiva ad una chiusura obbligata. Dovremmo però sforzarci di considerare quale lezione abbiamo imparato in questi giorni di “cattività”, quali responsabilità individuali e collettive sono emerse, in che modo potremmo progettare una ripresa, un percorso, un futuro: tutto come prima? Il diarista inglese del Seicento vedeva “nella tragedia della collettività, sempre, e con occhio e animo partecipi, il dramma dell’individuo” (Carlo Izzo). E noi? Quale insegnamento potremo trarre da una esperienza simile?
In una sua pubblicazione di quasi dieci anni fa, Luca Mercalli invitava a riflettere sul futuro del nostro pianeta e della nostra società. Citando il pensatore svizzero Denis de Rougemont, concludeva una sua riflessione con queste parole: “ ‘sento venire una serie di catastrofi organizzate dalla nostra azione deliberata, anche se inconsapevole. Se saranno abbastanza grandi da risvegliare il mondo, e non abbastanza grandi da schiacciarlo, le definirei pedagogiche, le sole capaci di farci superare la nostra inerzia […]’. Dario Fo l’ha interpretata nella sua narrazione teatrale L’Apocalisse rimandata, benvenuta catastrofe che termina così: ‘Quando sentiremo l’ultimo avviso del “Si chiude!”, ci muoveremo senza saper che fare, intontiti al par d’allocchi […]: solo allora il terrore, come nulla, ci butterà in piedi al grido di “Vogliamo campare!”. Eh no: è troppo tardi, coglioni!’” (L. Mercalli, Prepariamoci).
Non ci servirebbe un po’ di sana autocritica per avviare il nostro unlock?☺

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