Rime tempestose
10 Ottobre 2025
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Rime tempestose

Ci sono poeti che si accostano alla pagina impugnando, più che una penna, un lanciafiamme. Aprono, cioè, il fuoco di parole con piglio fermo, ‘prendendo la poesia per il collo’, e scuotendone le sillabe con voce tesa e quasi impostata a grido di guerra. Su questa linea si possono incontrare voci famose, come quelle di Vladimir Majakovskij o anche, dall’altra parte dell’oceano, di Walt Whitman – il cui Canto di me stesso è da poco uscito nella brillante traduzione di Alberto Cristofori (con introduzione e note, Piacenza, edizioni [LOW], 2025), e il cui tonante incipit perentoriamente aggredisce il lettore tuonando: «Io celebro me stesso, e canto me stesso,/ E quello che io assumo dovete assumerlo anche voi,/ Perché ogni atomo che appartiene a me appartiene ugualmente a voi».
Anche nell’odierna poesia italiana non mancano voci incardinate su simili toni aspri e forti – e il lettore di la fonte potrà agevolmente trovarli talvolta praticati anche da Enzo Bacca, oltre che nelle sue numerose raccolte (fra le più recenti segnalo Questa Pietà e L’orto di Minerva, Monteroni di Lecce, edizioni esperidi, 2023 e 2024), in questa nostra rivista nella rubrica la poesia civile che ci presenta i suoi versi.
Su questa linea si schiera una recente silloge di Ivan Pozzoni, intellettuale inquieto e intensamente attivo su molti fronti, come attesta la nota bio-bibliografica che occupa le ultime cinque fitte pagine del suo volumetto, e che si avvia con queste informazioni: «è nato a Monza nel 1976; si è laureato in Giurisprudenza […]. Si è occupato, a livello accademico di: filosofia del diritto, teoria del diritto, epistemologia e storia delle scienze, estetica, etica, teologia, sociologia dell’arte, storiografia filosofica, storiografia della letteratura, critica letteraria, sociologia, psicologia, psichiatria forense e medicina legale. […] Primo, insieme ad uno sparuto manipolo di studiosi, ha introdotto in Italia la materia della Law and Literature, divenendone uno dei massimi esperti italiani». Questa sua nuova raccolta reca l’enigmatico titolo Kolektivne NSEAE (Caravaggio-BG, Edizioni Divinafollia, 2024), perché, come spiegato nell’ampia introduzione, è l’atto fondativo di una «Nuova socio/etno/antropologia estetica» (donde l’acronimo NSEAE), da perseguire nel «collettivo» da lui coordinato. L’autore non coltiva soverchie illusioni circa l’attenzione che potrà richiamare la sua operazione («Prima che la critica si accorga che esista/ dovrò fare la fine drammatica di Rino Gaetano»), ma, com’è naturale, questo non gli impedisce di esprimersi, e per l’appunto secondo quella linea energica e vibrante di cui sopra scrivevo, confezionando versi esplosivi per bisticci fonici («ci ritroviamo, all’erta, irti d’aculei erti») e improntati a un musicale fortissimo: «Più che sadici, siamo masochisti,/ rifiutando vite consumate all’aria rincorrendo tonici ciclisti,/ senza ardimento alcuno d’urlarci, in interfaccia,/ che il futuro ci riservi cartastraccia,/ imballata in bende di Linux/ come vecchi faraoni tumulati coi nervi,/ snervi, d’acciaio inox».
Anzi, è proprio sulla pagina che vale la pena di continuare a «pensare» la battaglia: «Pensare, e continuare a farlo, minuscole divinità creatrici del divino,/ mito-logiche chimere sbranate dall’occhio di giada della tigre,/ senza mai afferrare i mille sensi della vita». E, anche se tale «vita» ferisce, l’essenziale è non smarrire la fierezza, opporsi e contrapporsi con la stessa irriducibile arditezza del «mi batto, mi batto, mi batto» con cui Cyrano fronteggia, nel finale del dramma di Rostand, tutte le amletiche fiondate e frecce di un’oltraggiosa sorte. E ciò anche a costo di mantenere in vista ogni piaga, mescolando, a quei vettori stilistici di forte, espressionistico impatto, anche le immancabili sortite austeramente disperate di chi sa bene come ‘funziona’ il mondo. Ne riporto Ridatemi i miei versi (di cui esiste anche una versione musicale: https://www.youtube. com/watch?v=AJv6ItrRaas)
Se non sono ancora in grado di scrivere versi
mamma, è perché sono finito tra gli encefali persi,
mamma, amavo una donna prima che fosse nata
e la mia serotonina si è trovata abbandonata.

Ho cantato dei deboli, dei distrutti, i miei scarti di magazzino
non credevo di diventare anche io flessibile come un manichino,
della consistenza di un esacerbato Krusty il clown
detonato senza miccia da giorni up e giorni down.

E io scrivo, versi disprezzati da me stesso e dalla popolazione,
mentre tu, con una valigetta rosa, prendevi il largo alla stazione,
senza nemmeno renderti conto che io ero caduto
nel fango dei miei neuroni come se fossero un anacoluto.

Se mi riuscisse un nodo scorsoio mi appiccherei a un albero
perché a me non resta l’alternativa tra il suicidio e il ricovero,
io nel mio fegato so che è cosa mia
in pubblico continuiamo con la terapia.

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