Orizzonti di versi per natale
Superficialmente, e sbagliando in modo grave e fuorviante, certi critici e perfino certi poeti talora lamentano una presunta decadenza della poesia nell’Italia di oggi, nonché una sua ipotetica inferiorità rispetto a voci di altri paesi. E invece chi, per esempio, desiderasse donare per Natale una bella novità in versi, quest’anno non avrebbe che l’imbarazzo della scelta fra molti notevolissimi titoli. Il lettore di la fonte ne ha già incontrati alcuni in questa rubrica. In marzo segnalavo il ricco (soprattutto di pietas per viventi e defunti) Oro argento e ferro di Carlo di Francescantonio (Marco Saya, € 15). Gli appassionati di montagna possono ricorrere a Voragini di azzurro di Adriana Tasin (Interno Libri, € 15; qui nel numero di giugno); quelli degli umili frutti della terra che serviamo in tavola – ma anche delle nuvole e del «cuore» e delle sue intermittenze e mancanze – guardino a Dei vertebrati, degli invertebrati di Giuseppe Grattacaso (Interno Poesia, € 15; qui a settembre), mentre Massimo Pomi ha un delicato, talora struggente haiku per ogni giorno dell’anno (Almanacco del mondo piccolo, Campanotto, € 15; qui a luglio-agosto). Traversano le stagioni con semplice e composta tenerezza le accattivanti musiche del Chiaroscuro di Manuela Mori (ETS, € 10; qui a novembre).
Ma segnalo altre sillogi, su cui spero di poter tornare: gli Epiloghi di Evaristo Seghetta Andreoli (Interno Poesia, € 15) e La gioia elementare di Ivan Fedeli (Pellegrini editore, € 13), che costeggiano con accorata partecipazione vari momenti di vita quotidiana, o Il viola di Silvio Ramat (Crocetti, € 15, Premio Pisa 2025), che assegna il crepuscolare colore a meditazioni sui giorni senili. Matteo Pelliti esplora in splendide invenzioni le varie forme di errore in cui possiamo incappare, con l’ironico progetto di insegnarci a «sbagliare meglio» (Quasi, Italic Pequod, € 18). La forma breve anima anche i brillanti fulmini del Brevi Brevissime di Giancarlo Baroni (Bertoni, € 15), mentre riepiloga l’intera carriera di Gianmario Villalta il suo cospicuo Poesie (1992-2022) (Garzanti, 736 pp., € 24). Un libro di grande altezza e al contempo, pur nel limpido dettato, di sofisticato impegno formale è Cura (Ronzani, € 15, Premio Lerici-Pea 2025), con cui Mauro Sambi oppone a una drammatica diagnosi di Parkinson la terapia di una meditazione poetica che poggia su virtuosistiche variazioni della forma sonetto.
Una delle raccolte che di recente mi hanno più colpito è la meravigliosa L’orizzonte che ci spetta, di Marco Bellini (Lietocolle, € 15). Con grande autenticità e un verso libero semplice, ma mai gratuito né quanto a confezione del nastro ritmico né per rilevanza di contenuto, Bellini (brianzolo, 1964) ascolta i referti del mondo e rivela che cosa abbiano segretamente da dirci vecchi telefonini rotti, ombrelli dimenticati, una campana di vetro, il display del forno, la focaccia consumata al bar dalla madre dopo i controlli medici, una biscia, uno spaventapasseri, una vecchia copia di un libro raro preso in biblioteca e costellato di note e sottolineature dai precedenti lettori. E, ancora, una rosa canina accanto alla carcassa di una Volkwagen, dei fiori di camelia che conservano il profumo dei caffè consumati sulla panchina sottostante, e perfino un giornaletto osé abbandonato da chissà chi in un bosco a decomporsi, fra i funghi (del resto leggo in una bella raccoltina di un’altra Bellini, Eleonora – Le metamorfosi del fungo e altre caduche poesie, Macabor, € 13 -, che «i funghi riciclano i rifiuti, meglio/ di chiunque altro sulla Terra»). Marco Bellini non trascura nemmeno toccanti astrazioni come gli Stati d’assenza – dal sonno, allo svenimento e allo svanire (e all’eclissarsi Nel sonno) – o la gara quotidiana con il figlio a chi per primo scorga la stella della sera (un gioco che tanto più rinnoverà nel giovane il ricordo del padre quando questi avrà preso congedo). Con i più affettuosi auguri lascio ai lettori questo «lampo» dal suo Orizzonte, con cui il geniale poeta evoca un tentativo di conservare due ‘doni’ fra quelli più impalpabili che ci offre la vita: Un lavoro notturno (p. 37)
I.
Il vasetto della conserva.
Per farlo mi sono alzato nel silenzio della notte.
In silenzio, nella cucina buia, ho preso un vasetto
di quelli per la conserva. In silenzio l’ho chiuso
ermeticamente. Dentro la leggerezza,
la consistente trasparenza del silenzio.
L’ho deposto sulla mensola e ogni giorno,
quando le parole rimbalzano nella cucina,
guardo il silenzio conservato nel vetro.
Una casa maiuscola dentro la casa dei giorni.
II.
Ho fatto altro la seconda notte.
Nel buio un nuovo vasetto tra le dita.
Senza luce – a tentoni – l’ho chiuso, sigillato.
Una boccata di quell’oscurità è rimasta lì,
sotto il vetro. E quel colore senza luce,
fermato nel cristallo, si fa monito
alla trasparenza discreta nel mostrare
il riposo degli oggetti, nuovo silenzio
che non affatichi le possibilità dei sogni.
