Al centro del cristianesimo
29 Aprile 2017
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Al centro del cristianesimo

Quando Paolo divenne cristiano, appena qualche anno dopo la vita di Gesù, poteva già apprendere la sintesi di ciò che i primi discepoli dicevano di Lui: “A voi ho trasmesso quello che anch’io ho ricevuto: cioè che il Cristo morì per i nostri peccati secondo le Scritture e che fu sepolto e che è risorto il terzo giorno secondo le Scritture e che apparve a Cefa e quindi ai Dodici” (1 Cor 15,3-5). Su questo fondamento Paolo elabora il suo pensiero fortemente centrato su Gesù come Messia crocifisso che, come dice sempre Paolo, è scandalo per i giudei e pazzia per i pagani (1 Cor 1,23). I primi cristiani, infatti, annunciavano come fatto fondamentale proprio l’evento della morte di Gesù, che aveva suscitato probabilmente confusione per il modo in cui era avvenuta ma che subito, con l’evento della risurrezione, è stata riletta come il mezzo attraverso cui Dio manifesta il perdono dei peccati. Questo si capisce sullo sfondo della mentalità antica, intrisa di concezioni religiose basate su sacrifici animali (e qualche volta umani) come mezzo per riconciliarsi con la divinità. Se il sangue è la base del perdono, allora la morte di Gesù acquista significato perché attraverso di essa Dio rivela che ha perdonato l’umanità da ogni male. Ciò avrà in seguito conseguenze anche sui riti cristiani ma all’inizio ciò che importa è aver percepito che il dono più importante che Dio ha fatto a noi passa attraverso l’evento finale della vita di Gesù. Il resto (dove Gesù era nato, cosa aveva fatto), per chi aveva elaborato questa formula di fede, era del tutto secondario, tanto che Paolo stesso, potrà scrivere in un’altra lettera: “Se anche abbiamo conosciuto Cristo alla maniera umana, ora non lo conosciamo più così” (2 Cor 5,16).
Questo schema di riferimento ha fatto sì che molti fatti e parole di Gesù, che comunque erano tramandati nelle piccole comunità legate ai suoi primi discepoli, fossero rielaborati e sistemati per far emergere l’importanza della sua passione, morte e risurrezione, oggetto di un vero e proprio resoconto sia storico che teologico, poiché le ultime ore di vita di Gesù venivano raccontate prendendo a prestito passi del nostro Antico Testamento che parlavano di sofferenza e persecuzione di alcuni personaggi che però avevano portato salvezza e speranza al popolo di Israele. Tale tendenza giunge al culmine nella geniale intuizione di un autore che è stato consegnato alla storia con il nome di un discepolo sia di Paolo e che di Pietro: l’evangelista Marco, che scrisse probabilmente a Roma il primo racconto in assoluto dell’ultimo periodo della vita di Gesù, riportando alcuni episodi riguardanti la sua cosiddetta vita pubblica, cioè l’annuncio del Regno di Dio, soprattutto attraverso le parabole, e la sua attività di guaritore di malattie soprattutto dello spirito. La genialità di Marco è aver ordinato questi ricordi sparsi in un racconto coerente che trova il vertice nel racconto della Passione, vera e propria espansione narrativa di quella breve formula di fede che Paolo aveva appreso quando aderì alla fede cristiana.
Non a caso i vangeli, che hanno Marco come modello, sono stati definiti efficacemente come “racconti della passione con una lunga introduzione”. In Marco ciò che Paolo aveva imparato con una formula troppo essenziale, trova una potente espressione narrativa fatta di immagini, parole, racconti che si imprimono profondamente nell’animo di chi ascolta che non vede più in Gesù la cifra di un mito di morte e rinascita (come i miti legati ai cicli della natura delle religioni antiche), ma una persona fatta di carne che soffre, si commuove, si entusiasma per il successo dei suoi discepoli, si adira per la durezza dei custodi del sacro che teorizzano sulla legge di Dio ma chiudono il cuore sulle sofferenze dell’uomo. Un Gesù che fa le sue scelte anche quando costano, che in breve si fa nemico tutto l’establishment politico e religioso che farà di tutto per farlo tacere, fino a metterlo a morte. Al suo fianco emergono altre figure (i discepoli) che lo seguono con entusiasmo ma poi rimangono sbigottiti di fronte allo scandalo della croce che è superato solo da donne, ciechi e pagani. Ma alla fine Gesù, dopo la risurrezione, manda a dire a Pietro (Cefa) e agli altri che lo vedranno in Galilea, riecheggiando così quella sintetica formula che Paolo aveva ricevuto.
Nel Vangelo di Marco, rivolto a una comunità fatta di non ebrei, venuti alla fede anche grazie all’opera determinante di Paolo, troviamo la foce dell’altro fiume che nasce da Gesù, accanto a quello dei suoi insegnamenti tramandati dall’antica fonte perduta (Q); questo fiume porta con sé tanti frammenti della vita terrena del Maestro ma questi frammenti trovano un ordine alla luce dell’evento della morte come luogo paradossale per parlare dell’amore di Dio che va oltre ogni logica umana, e che richiede anche ai discepoli la capacità di andare oltre le apparenze, acquisire una vista nuova che sa cogliere la vita attraverso la morte e il bene nelle pieghe dell’assurdità del male.

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