armida miserere: così lontani, così vicini di Redazione | La Fonte TV
Avevamo quasi la stessa età, ma da bambini non legavamo. Lei era direttrice da allora ed io non avevo voglia di essere diretto. Quando ci incontravamo per strada, a volte ci salutavamo, a volte no, intanto diventavamo adulti; lei scopriva il mondo sui libri, io lo facevo per la strada. I nostri erano mondi che non si incontravano o, più precisamente, evitavano di farlo. Mi accorsi di lei ad una festa dell’Unità, era insieme a Nando, lo guardava con sguardo fiero mentre cantava insieme a lui “aprendimos a quererte des la historica altura donde il sol de la tu bravura le pueso cerco a la muerte”. Mi incuriosì e così feci io il primo passo. Dopo uno scambio di battute, entrambi abbassammo la guardia, una sorta di tregua che ci consentì di parlare, senza mai giungere a una vera “pacificazione”. Venivamo da ambienti distanti, io proletario lei borghese, eppure tutto questo non ci impedì, né allora né dopo, di parlarci senza diffidenza. A quei tempi o si era con noi o si era contro, e lei, decisamente non era dei nostri, pur condividendo molte delle idee che animavano il variopinto mondo della sinistra. Quando, e la cosa accadeva di frequente, la discussione tra noi si infilava in un vicolo cieco, lei mi ripeteva con fare ammiccante: se le idee che hai provengono tutte dallo stesso posto, è il caso che ti preoccupi. Naturalmente io non mi preoccupai mai di non usare le mie categorie per interpretare la realtà, lei restò fedele alla sua impostazione post ideologica.
Non sono riuscito, mai, ad incasellare la sua personalità in uno stereotipo classico; non aveva niente di ordinario, era una donna libera, moderna e credeva profondamente nella cultura della legalità. Le sue idee non provenivano da un posto solo: onestà, lealtà, legalità, responsabilità furono per lei valori non negoziabili per i quali non è mai scesa a compromessi. Vennero gli anni degli studi di criminologia, il lavoro negli istituti penitenziari più difficili del paese, i successi per la determinazione nell’applicazione delle regole, la violenta reazione da parte di chi evidentemente aveva fatto altri patti con lo Stato e, nonostante questo, quando, per punire lei, hanno infierito contro il suo compagno, non ha tentato nessuna scorciatoia. Lei, che ha sempre saputo chi erano i responsabili di quel vile attentato ma, come Pasolini, non aveva le prove, non ha mai smesso di sfidarli; non si piegò neanche quando le minacce colpirono la persona che le era più vicina; andò avanti anche quando i suoi aguzzini, per isolarla, le ammazzarono i cani, perché erano finite le persone a lei care da uccidere; non si intimidì neanche quando seppe che era stato preparato del tritolo per lei.
Non furono i suoi nemici ad incrinare le sue convinzioni e non vi riuscirono neanche quelli che avrebbero dovuto sostenerla e non lo hanno fatto: lo Stato in cui aveva sempre creduto e che aveva servito con infinita lealtà non seppe riconoscerle ciò che le era dovuto. Lei che era abituata a dare e non a chiedere, tra l’amore per sua vita e la difesa delle sue idee scelse di salvare ciò in cui credeva.
La vita di Armida Miserere è una lezione di coerenza, qualità rarissima e pericolosa di questi tempi, eppure nel nostro Paese non vi è un solo luogo fisico che la ricordi. Al Ministero della Giustizia, dove la conoscevano per la sua disponibilità ad affrontare le situazioni più spinose, l’hanno dimenticata presto. Oggi che è diventata il soggetto ispiratore di un libro prima e di un film dopo, i politici di passerella sgomitano per recitare le loro litanie, sempre le stesse di ogni commemorazione, senza sapere di chi si parla. Spero d’incontrarla ancora insieme a Nando mentre guarda lontano e canta: “abbiamo imparato ad amarti sulla storica altura dove il sol del tuo coraggio ha posto un confine alla morte”.
Domenico D’Adamo
Il 19 aprile di dieci anni or sono, in un drammatico venerdì santo senza risurrezione poneva fine alla sua esistenza Armida Miserere a soli 47 anni. Un libro prima e ora il film Come il vento, di Marco Simon Puccioni interpretato da Valeria Golino, ci propongono alcuni aspetti di una vita intensa, complessa, contraddittoria, in ogni caso appassionata, mai banale.
Qualcuno ha tentato, in modo in verità piuttosto ridicolo – potenza della piccineria mentale – di monopolizzarne la memoria, ottenendo l’esatto contrario di quello che è stata Armida, donna che pur trascorrendo gli anni migliori in carcere, come direttrice, non si lasciò mai imprigionare da niente e soprattutto da nessuno.
Le diversità tra noi erano palpabili, pur avendo grandi passioni in comune. Il confronto era serrato, lo svelamento dei sentimenti più intimi non sempre lineare. Dalle goliardate notturne, tendenti a ridicolizzare il potere, al soggiorno in Svizzera o nell’isola di Pianosa, dall’attenzione agli anziani, quando nascevano le prime feste con loro e per loro in una felice stagione per Casacalenda, al cercare le basi per una società altra ci accomunavano e neppure la crudezza della vita, i ripetuti lutti, la disumanizzazione di una realtà che giocava al massacro, le ipotesi sempre più escludenti delle possibilità di recupero dei delinquenti hanno mai interrotto le nostre frequentazioni.
Oggi usciamo dalla nostra prolungata riservatezza con un ricordo testimonianza di Domenico e con una delle lettere indirizzatemi da Armida perché possa essere lei stessa a mostrarsi così come era, senza filtri.
adielle
Antonio carissimo, il lavoro non mi ha concesso tregua, poi le nebbie hanno complicato la situazione. Ho deciso di scriverti per parlare un po’ con te, visto che il telefono inibisce comunicazioni sostanziose.
Ormai è inverno, ed il freddo, in qualche modo, si è insinuato in me, rendendo palese una infelicità sottile e sotterranea. Ognuno tende alla felicità, ma mi dico che la felicità non è una condizione umana; probabilmente, l’infelicità è il sentimento più naturale. Ciò che sconvolge la linearità cui vorrei tendere non è l’infelicità, quanto il perdere il senso profondo della vita che poi, quasi per magia, riesco a recuperare solo attraverso la “catastrofe”, il dolore. O forse sono solo un’anima dannata, e non alludo a simbologie religiose, che si consumerà interamente nella insoddisfazione. Mi sembra di non avere pace, mi sembra di volere sempre qualcosa che non ho, sempre di più, e di non sapere come smettere di volere. O forse l’insoddisfazione è solo una caratteristica del mio assurdo temperamento. Mi sembra di non poter aspirare ad un futuro sereno, mi sembra di non poter essere felice, né poter offrire felicità a chi mi sta accanto. Forse il mio è solo un peccato di orgoglio, di presunzione, di non umiltà. In effetti, non sono capace di essere umile, detesto la mediocrità e persino la normalità. Aspiro ad una vita normale e serena eppure rifiuto ciò che mi viene offerto per realizzare l‘aspirazione.
Mi rendo conto di svolgere un discorso contorto che non riesce ad individuare uno sbocco o un punto di arrivo. Il tempo passa, ed ancora mi consumo tra il passato, un presente incerto ed un futuro che non si presta ad essere razionalizzato: intorno a me si muovono vecchi e nuovi personaggi coinvolti, a causa mia, in giochi assurdi. Sto ancora peccando di presunzione? Può darsi.
Mi dico che in questo momento della mia vita non mi serve pensare, non mi serve soffrire. Ma poi mi scopro malata di tristezza, senza motivo, perlomeno apparentemente. Mi sembra di essere distante chilometri sia da ciò che amo sia da ciò che non amo. E mi chiedo su quale strada ho perduto il mio coraggio, la volontà di vivere con coraggio, la combattività, la speranza e le speranze di giustizia. Non mi sono arresa, no, non ancora, ma ho terrore di aver fatto soffrire…, deliberatamente ignorando il male che lui ha fatto a me, terrore di far soffrire…, terrore di non essere ciò che lui stava cercando. Ed ho ancora paura di coinvolgerlo nella mia vita così lontana dai suoi sogni, dalla sua sensibilità. Mi sembra di potergli offrire solo paura, drammi, dolore. O forse è solo la mia assenza di fede a indurmi a non avere speranze.
Ho letto un libro, qualche giorno fa, un libro molto reclamizzato, che pure non ha nulla a che vedere con la buon letteratura, né con la letteratura. In questo libro, fungendo da prologo, si narra la leggenda di un uccello che canta una sola volta nella vita, più soavemente di ogni altra creatura al mondo. Da quando lascia il nido, cerca un grande rovo e non riposa finché non lo abbia trovato, poi cantando tra i rami crudeli, si precipita sulla spina più lunga e affilata. E mentre muore con la spina nel petto, vince il tormento superando nel canto l’allodola e l’usignolo. Una melodia suprema il cui scotto è la vita. Ma il mondo intero tace per ascoltare, e Dio, in Paradiso, sorride. Al meglio si perviene soltanto con grande dolore. O così dice la leggenda.
È così, Antonio? Forse l’uccello con la spina nel petto segue una legge immutabile; è spinto da non sa cosa a trafiggersi e muore cantando. Nell’attimo stesso in cui la spina lo penetra non ha consapevolezza della morte imminente; si limita a cantare finché non rimane più vita per emettere una sola altra nota. Ma noi, quando affondiamo le spine nel petto, sappiamo e comprendiamo. Lo facciamo ugualmente. Non incolpiamo nessuno, non ci pentiamo di nulla. Ma allora perché il dolore? Perché la non tolleranza al dolore, o a quella altrui? Non capisco Antonio, non capisco.
Non capisco perché mi manchi entusiasmo, non capisco perché io che ho sempre detestato la certezza ora vorrei la certezza di essere nel giusto; non capisco perché l’idea di… mi faccia sempre soffrire, non capisco perché non riesco ad amare… come pure vorrei fare.
Mi sembra di essere impotente di fronte alla vita; mi sembra giusto che tutto quanto è fuori di me mi abbandoni al mio destino.
Forse è solo un momento di tristezza, e forse il tempo avrà ragione dei miei sogni.
Non ti ho chiesto neppure come stai. Ho peccato persino di egoismo.
Un giorno pagherò tutti i miei peccati. Se solo potessi scommettere come già fece Blaise Pascal! Mi farò viva. Presto.
Ti abbraccio
Avevamo quasi la stessa età, ma da bambini non legavamo. Lei era direttrice da allora ed io non avevo voglia di essere diretto. Quando ci incontravamo per strada, a volte ci salutavamo, a volte no, intanto diventavamo adulti; lei scopriva il mondo sui libri, io lo facevo per la strada. I nostri erano mondi che non si incontravano o, più precisamente, evitavano di farlo. Mi accorsi di lei ad una festa dell’Unità, era insieme a Nando, lo guardava con sguardo fiero mentre cantava insieme a lui “aprendimos a quererte des la historica altura donde il sol de la tu bravura le pueso cerco a la muerte”. Mi incuriosì e così feci io il primo passo. Dopo uno scambio di battute, entrambi abbassammo la guardia, una sorta di tregua che ci consentì di parlare, senza mai giungere a una vera “pacificazione”. Venivamo da ambienti distanti, io proletario lei borghese, eppure tutto questo non ci impedì, né allora né dopo, di parlarci senza diffidenza. A quei tempi o si era con noi o si era contro, e lei, decisamente non era dei nostri, pur condividendo molte delle idee che animavano il variopinto mondo della sinistra. Quando, e la cosa accadeva di frequente, la discussione tra noi si infilava in un vicolo cieco, lei mi ripeteva con fare ammiccante: se le idee che hai provengono tutte dallo stesso posto, è il caso che ti preoccupi. Naturalmente io non mi preoccupai mai di non usare le mie categorie per interpretare la realtà, lei restò fedele alla sua impostazione post ideologica.
Non sono riuscito, mai, ad incasellare la sua personalità in uno stereotipo classico; non aveva niente di ordinario, era una donna libera, moderna e credeva profondamente nella cultura della legalità. Le sue idee non provenivano da un posto solo: onestà, lealtà, legalità, responsabilità furono per lei valori non negoziabili per i quali non è mai scesa a compromessi. Vennero gli anni degli studi di criminologia, il lavoro negli istituti penitenziari più difficili del paese, i successi per la determinazione nell’applicazione delle regole, la violenta reazione da parte di chi evidentemente aveva fatto altri patti con lo Stato e, nonostante questo, quando, per punire lei, hanno infierito contro il suo compagno, non ha tentato nessuna scorciatoia. Lei, che ha sempre saputo chi erano i responsabili di quel vile attentato ma, come Pasolini, non aveva le prove, non ha mai smesso di sfidarli; non si piegò neanche quando le minacce colpirono la persona che le era più vicina; andò avanti anche quando i suoi aguzzini, per isolarla, le ammazzarono i cani, perché erano finite le persone a lei care da uccidere; non si intimidì neanche quando seppe che era stato preparato del tritolo per lei.
Non furono i suoi nemici ad incrinare le sue convinzioni e non vi riuscirono neanche quelli che avrebbero dovuto sostenerla e non lo hanno fatto: lo Stato in cui aveva sempre creduto e che aveva servito con infinita lealtà non seppe riconoscerle ciò che le era dovuto. Lei che era abituata a dare e non a chiedere, tra l’amore per sua vita e la difesa delle sue idee scelse di salvare ciò in cui credeva.
La vita di Armida Miserere è una lezione di coerenza, qualità rarissima e pericolosa di questi tempi, eppure nel nostro Paese non vi è un solo luogo fisico che la ricordi. Al Ministero della Giustizia, dove la conoscevano per la sua disponibilità ad affrontare le situazioni più spinose, l’hanno dimenticata presto. Oggi che è diventata il soggetto ispiratore di un libro prima e di un film dopo, i politici di passerella sgomitano per recitare le loro litanie, sempre le stesse di ogni commemorazione, senza sapere di chi si parla. Spero d’incontrarla ancora insieme a Nando mentre guarda lontano e canta: “abbiamo imparato ad amarti sulla storica altura dove il sol del tuo coraggio ha posto un confine alla morte”.
Domenico D’Adamo
Il 19 aprile di dieci anni or sono, in un drammatico venerdì santo senza risurrezione poneva fine alla sua esistenza Armida Miserere a soli 47 anni. Un libro prima e ora il film Come il vento, di Marco Simon Puccioni interpretato da Valeria Golino, ci propongono alcuni aspetti di una vita intensa, complessa, contraddittoria, in ogni caso appassionata, mai banale.
Qualcuno ha tentato, in modo in verità piuttosto ridicolo – potenza della piccineria mentale – di monopolizzarne la memoria, ottenendo l’esatto contrario di quello che è stata Armida, donna che pur trascorrendo gli anni migliori in carcere, come direttrice, non si lasciò mai imprigionare da niente e soprattutto da nessuno.
Le diversità tra noi erano palpabili, pur avendo grandi passioni in comune. Il confronto era serrato, lo svelamento dei sentimenti più intimi non sempre lineare. Dalle goliardate notturne, tendenti a ridicolizzare il potere, al soggiorno in Svizzera o nell’isola di Pianosa, dall’attenzione agli anziani, quando nascevano le prime feste con loro e per loro in una felice stagione per Casacalenda, al cercare le basi per una società altra ci accomunavano e neppure la crudezza della vita, i ripetuti lutti, la disumanizzazione di una realtà che giocava al massacro, le ipotesi sempre più escludenti delle possibilità di recupero dei delinquenti hanno mai interrotto le nostre frequentazioni.
Oggi usciamo dalla nostra prolungata riservatezza con un ricordo testimonianza di Domenico e con una delle lettere indirizzatemi da Armida perché possa essere lei stessa a mostrarsi così come era, senza filtri.
adielle
Antonio carissimo, il lavoro non mi ha concesso tregua, poi le nebbie hanno complicato la situazione. Ho deciso di scriverti per parlare un po’ con te, visto che il telefono inibisce comunicazioni sostanziose.
Ormai è inverno, ed il freddo, in qualche modo, si è insinuato in me, rendendo palese una infelicità sottile e sotterranea. Ognuno tende alla felicità, ma mi dico che la felicità non è una condizione umana; probabilmente, l’infelicità è il sentimento più naturale. Ciò che sconvolge la linearità cui vorrei tendere non è l’infelicità, quanto il perdere il senso profondo della vita che poi, quasi per magia, riesco a recuperare solo attraverso la “catastrofe”, il dolore. O forse sono solo un’anima dannata, e non alludo a simbologie religiose, che si consumerà interamente nella insoddisfazione. Mi sembra di non avere pace, mi sembra di volere sempre qualcosa che non ho, sempre di più, e di non sapere come smettere di volere. O forse l’insoddisfazione è solo una caratteristica del mio assurdo temperamento. Mi sembra di non poter aspirare ad un futuro sereno, mi sembra di non poter essere felice, né poter offrire felicità a chi mi sta accanto. Forse il mio è solo un peccato di orgoglio, di presunzione, di non umiltà. In effetti, non sono capace di essere umile, detesto la mediocrità e persino la normalità. Aspiro ad una vita normale e serena eppure rifiuto ciò che mi viene offerto per realizzare l‘aspirazione.
Mi rendo conto di svolgere un discorso contorto che non riesce ad individuare uno sbocco o un punto di arrivo. Il tempo passa, ed ancora mi consumo tra il passato, un presente incerto ed un futuro che non si presta ad essere razionalizzato: intorno a me si muovono vecchi e nuovi personaggi coinvolti, a causa mia, in giochi assurdi. Sto ancora peccando di presunzione? Può darsi.
Mi dico che in questo momento della mia vita non mi serve pensare, non mi serve soffrire. Ma poi mi scopro malata di tristezza, senza motivo, perlomeno apparentemente. Mi sembra di essere distante chilometri sia da ciò che amo sia da ciò che non amo. E mi chiedo su quale strada ho perduto il mio coraggio, la volontà di vivere con coraggio, la combattività, la speranza e le speranze di giustizia. Non mi sono arresa, no, non ancora, ma ho terrore di aver fatto soffrire…, deliberatamente ignorando il male che lui ha fatto a me, terrore di far soffrire…, terrore di non essere ciò che lui stava cercando. Ed ho ancora paura di coinvolgerlo nella mia vita così lontana dai suoi sogni, dalla sua sensibilità. Mi sembra di potergli offrire solo paura, drammi, dolore. O forse è solo la mia assenza di fede a indurmi a non avere speranze.
Ho letto un libro, qualche giorno fa, un libro molto reclamizzato, che pure non ha nulla a che vedere con la buon letteratura, né con la letteratura. In questo libro, fungendo da prologo, si narra la leggenda di un uccello che canta una sola volta nella vita, più soavemente di ogni altra creatura al mondo. Da quando lascia il nido, cerca un grande rovo e non riposa finché non lo abbia trovato, poi cantando tra i rami crudeli, si precipita sulla spina più lunga e affilata. E mentre muore con la spina nel petto, vince il tormento superando nel canto l’allodola e l’usignolo. Una melodia suprema il cui scotto è la vita. Ma il mondo intero tace per ascoltare, e Dio, in Paradiso, sorride. Al meglio si perviene soltanto con grande dolore. O così dice la leggenda.
È così, Antonio? Forse l’uccello con la spina nel petto segue una legge immutabile; è spinto da non sa cosa a trafiggersi e muore cantando. Nell’attimo stesso in cui la spina lo penetra non ha consapevolezza della morte imminente; si limita a cantare finché non rimane più vita per emettere una sola altra nota. Ma noi, quando affondiamo le spine nel petto, sappiamo e comprendiamo. Lo facciamo ugualmente. Non incolpiamo nessuno, non ci pentiamo di nulla. Ma allora perché il dolore? Perché la non tolleranza al dolore, o a quella altrui? Non capisco Antonio, non capisco.
Non capisco perché mi manchi entusiasmo, non capisco perché io che ho sempre detestato la certezza ora vorrei la certezza di essere nel giusto; non capisco perché l’idea di… mi faccia sempre soffrire, non capisco perché non riesco ad amare… come pure vorrei fare.
Mi sembra di essere impotente di fronte alla vita; mi sembra giusto che tutto quanto è fuori di me mi abbandoni al mio destino.
Forse è solo un momento di tristezza, e forse il tempo avrà ragione dei miei sogni.
Non ti ho chiesto neppure come stai. Ho peccato persino di egoismo.
Un giorno pagherò tutti i miei peccati. Se solo potessi scommettere come già fece Blaise Pascal! Mi farò viva. Presto.
armida miserere: così lontani, così vicini di Redazione
di
Avevamo quasi la stessa età, ma da bambini non legavamo. Lei era direttrice da allora ed io non avevo voglia di essere diretto. Quando ci incontravamo per strada, a volte ci salutavamo, a volte no, intanto diventavamo adulti; lei scopriva il mondo sui libri, io lo facevo per la strada. I nostri erano mondi che non si incontravano o, più precisamente, evitavano di farlo. Mi accorsi di lei ad una festa dell’Unità, era insieme a Nando, lo guardava con sguardo fiero mentre cantava insieme a lui “aprendimos a quererte des la historica altura donde il sol de la tu bravura le pueso cerco a la muerte”. Mi incuriosì e così feci io il primo passo. Dopo uno scambio di battute, entrambi abbassammo la guardia, una sorta di tregua che ci consentì di parlare, senza mai giungere a una vera “pacificazione”. Venivamo da ambienti distanti, io proletario lei borghese, eppure tutto questo non ci impedì, né allora né dopo, di parlarci senza diffidenza. A quei tempi o si era con noi o si era contro, e lei, decisamente non era dei nostri, pur condividendo molte delle idee che animavano il variopinto mondo della sinistra. Quando, e la cosa accadeva di frequente, la discussione tra noi si infilava in un vicolo cieco, lei mi ripeteva con fare ammiccante: se le idee che hai provengono tutte dallo stesso posto, è il caso che ti preoccupi. Naturalmente io non mi preoccupai mai di non usare le mie categorie per interpretare la realtà, lei restò fedele alla sua impostazione post ideologica.
Non sono riuscito, mai, ad incasellare la sua personalità in uno stereotipo classico; non aveva niente di ordinario, era una donna libera, moderna e credeva profondamente nella cultura della legalità. Le sue idee non provenivano da un posto solo: onestà, lealtà, legalità, responsabilità furono per lei valori non negoziabili per i quali non è mai scesa a compromessi. Vennero gli anni degli studi di criminologia, il lavoro negli istituti penitenziari più difficili del paese, i successi per la determinazione nell’applicazione delle regole, la violenta reazione da parte di chi evidentemente aveva fatto altri patti con lo Stato e, nonostante questo, quando, per punire lei, hanno infierito contro il suo compagno, non ha tentato nessuna scorciatoia. Lei, che ha sempre saputo chi erano i responsabili di quel vile attentato ma, come Pasolini, non aveva le prove, non ha mai smesso di sfidarli; non si piegò neanche quando le minacce colpirono la persona che le era più vicina; andò avanti anche quando i suoi aguzzini, per isolarla, le ammazzarono i cani, perché erano finite le persone a lei care da uccidere; non si intimidì neanche quando seppe che era stato preparato del tritolo per lei.
Non furono i suoi nemici ad incrinare le sue convinzioni e non vi riuscirono neanche quelli che avrebbero dovuto sostenerla e non lo hanno fatto: lo Stato in cui aveva sempre creduto e che aveva servito con infinita lealtà non seppe riconoscerle ciò che le era dovuto. Lei che era abituata a dare e non a chiedere, tra l’amore per sua vita e la difesa delle sue idee scelse di salvare ciò in cui credeva.
La vita di Armida Miserere è una lezione di coerenza, qualità rarissima e pericolosa di questi tempi, eppure nel nostro Paese non vi è un solo luogo fisico che la ricordi. Al Ministero della Giustizia, dove la conoscevano per la sua disponibilità ad affrontare le situazioni più spinose, l’hanno dimenticata presto. Oggi che è diventata il soggetto ispiratore di un libro prima e di un film dopo, i politici di passerella sgomitano per recitare le loro litanie, sempre le stesse di ogni commemorazione, senza sapere di chi si parla. Spero d’incontrarla ancora insieme a Nando mentre guarda lontano e canta: “abbiamo imparato ad amarti sulla storica altura dove il sol del tuo coraggio ha posto un confine alla morte”.
Domenico D’Adamo
Il 19 aprile di dieci anni or sono, in un drammatico venerdì santo senza risurrezione poneva fine alla sua esistenza Armida Miserere a soli 47 anni. Un libro prima e ora il film Come il vento, di Marco Simon Puccioni interpretato da Valeria Golino, ci propongono alcuni aspetti di una vita intensa, complessa, contraddittoria, in ogni caso appassionata, mai banale.
Qualcuno ha tentato, in modo in verità piuttosto ridicolo – potenza della piccineria mentale – di monopolizzarne la memoria, ottenendo l’esatto contrario di quello che è stata Armida, donna che pur trascorrendo gli anni migliori in carcere, come direttrice, non si lasciò mai imprigionare da niente e soprattutto da nessuno.
Le diversità tra noi erano palpabili, pur avendo grandi passioni in comune. Il confronto era serrato, lo svelamento dei sentimenti più intimi non sempre lineare. Dalle goliardate notturne, tendenti a ridicolizzare il potere, al soggiorno in Svizzera o nell’isola di Pianosa, dall’attenzione agli anziani, quando nascevano le prime feste con loro e per loro in una felice stagione per Casacalenda, al cercare le basi per una società altra ci accomunavano e neppure la crudezza della vita, i ripetuti lutti, la disumanizzazione di una realtà che giocava al massacro, le ipotesi sempre più escludenti delle possibilità di recupero dei delinquenti hanno mai interrotto le nostre frequentazioni.
Oggi usciamo dalla nostra prolungata riservatezza con un ricordo testimonianza di Domenico e con una delle lettere indirizzatemi da Armida perché possa essere lei stessa a mostrarsi così come era, senza filtri.
adielle
Antonio carissimo, il lavoro non mi ha concesso tregua, poi le nebbie hanno complicato la situazione. Ho deciso di scriverti per parlare un po’ con te, visto che il telefono inibisce comunicazioni sostanziose.
Ormai è inverno, ed il freddo, in qualche modo, si è insinuato in me, rendendo palese una infelicità sottile e sotterranea. Ognuno tende alla felicità, ma mi dico che la felicità non è una condizione umana; probabilmente, l’infelicità è il sentimento più naturale. Ciò che sconvolge la linearità cui vorrei tendere non è l’infelicità, quanto il perdere il senso profondo della vita che poi, quasi per magia, riesco a recuperare solo attraverso la “catastrofe”, il dolore. O forse sono solo un’anima dannata, e non alludo a simbologie religiose, che si consumerà interamente nella insoddisfazione. Mi sembra di non avere pace, mi sembra di volere sempre qualcosa che non ho, sempre di più, e di non sapere come smettere di volere. O forse l’insoddisfazione è solo una caratteristica del mio assurdo temperamento. Mi sembra di non poter aspirare ad un futuro sereno, mi sembra di non poter essere felice, né poter offrire felicità a chi mi sta accanto. Forse il mio è solo un peccato di orgoglio, di presunzione, di non umiltà. In effetti, non sono capace di essere umile, detesto la mediocrità e persino la normalità. Aspiro ad una vita normale e serena eppure rifiuto ciò che mi viene offerto per realizzare l‘aspirazione.
Mi rendo conto di svolgere un discorso contorto che non riesce ad individuare uno sbocco o un punto di arrivo. Il tempo passa, ed ancora mi consumo tra il passato, un presente incerto ed un futuro che non si presta ad essere razionalizzato: intorno a me si muovono vecchi e nuovi personaggi coinvolti, a causa mia, in giochi assurdi. Sto ancora peccando di presunzione? Può darsi.
Mi dico che in questo momento della mia vita non mi serve pensare, non mi serve soffrire. Ma poi mi scopro malata di tristezza, senza motivo, perlomeno apparentemente. Mi sembra di essere distante chilometri sia da ciò che amo sia da ciò che non amo. E mi chiedo su quale strada ho perduto il mio coraggio, la volontà di vivere con coraggio, la combattività, la speranza e le speranze di giustizia. Non mi sono arresa, no, non ancora, ma ho terrore di aver fatto soffrire…, deliberatamente ignorando il male che lui ha fatto a me, terrore di far soffrire…, terrore di non essere ciò che lui stava cercando. Ed ho ancora paura di coinvolgerlo nella mia vita così lontana dai suoi sogni, dalla sua sensibilità. Mi sembra di potergli offrire solo paura, drammi, dolore. O forse è solo la mia assenza di fede a indurmi a non avere speranze.
Ho letto un libro, qualche giorno fa, un libro molto reclamizzato, che pure non ha nulla a che vedere con la buon letteratura, né con la letteratura. In questo libro, fungendo da prologo, si narra la leggenda di un uccello che canta una sola volta nella vita, più soavemente di ogni altra creatura al mondo. Da quando lascia il nido, cerca un grande rovo e non riposa finché non lo abbia trovato, poi cantando tra i rami crudeli, si precipita sulla spina più lunga e affilata. E mentre muore con la spina nel petto, vince il tormento superando nel canto l’allodola e l’usignolo. Una melodia suprema il cui scotto è la vita. Ma il mondo intero tace per ascoltare, e Dio, in Paradiso, sorride. Al meglio si perviene soltanto con grande dolore. O così dice la leggenda.
È così, Antonio? Forse l’uccello con la spina nel petto segue una legge immutabile; è spinto da non sa cosa a trafiggersi e muore cantando. Nell’attimo stesso in cui la spina lo penetra non ha consapevolezza della morte imminente; si limita a cantare finché non rimane più vita per emettere una sola altra nota. Ma noi, quando affondiamo le spine nel petto, sappiamo e comprendiamo. Lo facciamo ugualmente. Non incolpiamo nessuno, non ci pentiamo di nulla. Ma allora perché il dolore? Perché la non tolleranza al dolore, o a quella altrui? Non capisco Antonio, non capisco.
Non capisco perché mi manchi entusiasmo, non capisco perché io che ho sempre detestato la certezza ora vorrei la certezza di essere nel giusto; non capisco perché l’idea di… mi faccia sempre soffrire, non capisco perché non riesco ad amare… come pure vorrei fare.
Mi sembra di essere impotente di fronte alla vita; mi sembra giusto che tutto quanto è fuori di me mi abbandoni al mio destino.
Forse è solo un momento di tristezza, e forse il tempo avrà ragione dei miei sogni.
Non ti ho chiesto neppure come stai. Ho peccato persino di egoismo.
Un giorno pagherò tutti i miei peccati. Se solo potessi scommettere come già fece Blaise Pascal! Mi farò viva. Presto.
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