autonomia regionale
28 Aprile 2010
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autonomia regionale

 

 

Settembre è tempo di migrare. Gabriele D’Annunzio descrisse con rara bellezza il millenario andirivieni dei pastori dalla Maiella al Tavoliere, lungo i nostri tratturi. Il Molise era solo un luogo di passaggio. Un contado dai confini ballerini, sballottato tra la Capitanata, la Terra di Lavoro e l’Abruzzo, che nei secoli lo hanno annesso e lasciato come quei fidanzamenti infiniti che non evolvono mai in matrimoni. Sarà per la terra aspra, la silente spigolosità dei suoi abitanti o per la marginalità di questo lembo d’Italia ma nella storia siamo sempre stati tra le varie e le eventuali. E se non fosse per i mitici sanniti sterminati da Silla nel primo secolo avanti Cristo avremmo poco da raccontare.

La verità è che discendiamo dai popoli italici che ebbero in premio le nostre terre per essersi venduti ai romani senza combattere. I passaggi successivi di longobardi, normanni, angioini e spagnoli non hanno mutato i nostri tratti salienti e siamo rimasti sostanzialmente rassegnati e silenti, con sporadiche eccezioni e rari sprazzi di fierezza. Non abbiamo simboli, inni o bandiere, e il senso di identificazione e di appartenenza è modesto. Venafro è culturalmente assimilabile alla provincia di Caserta e nell’area costiera si avvertono più le influenze abruzzesi e pugliesi che non il mito dell’Antico Sannio che si fermò a Morrone. Le reminiscenze del passato portano l’area di Campobasso a barcollare tra la vecchia città di Lucera come foro di riferimento e il Principato di Benevento che con la sua Arcidiocesi si spingeva, non più tardi di qualche decennio fa, fino all’immediata periferia campobassana.

I nostri confini sono più geografici che culturali. Il Matese, le Mainarde, il Trigno e il Fortore. Non c’è voluta una grande fantasia: magari centri dell’Alta Daunia e della Valle del Tammaro, più prossimi alla nostra storia, sono rimasti al di là del compasso. Insisto su questo punto che può apparire futile in una stagione pregna di problemi irrisolvibili. Ma non è così.

Se a qualcuno sorge il dubbio circa la leggerezza dell’identità molisana può recarsi in Argentina, Stati Uniti o Venezuela, e parlare con i nostri migranti degli anni cinquanta ancora in vita. Sentirebbe la loro nostalgia per il comune d’origine, per il Santo Patrono, per l’Italia;  ma se gli chiedesse il nome della regione risponderebbero Abruzzo o al massimo Abruzzo e Molise. Questo dato socio-culturale va analizzato con meno approssimazione dalle nostre classi dirigenti perché ha delle ricadute pratiche molto rilevanti. I molisani festeggiarono l’inserimento nelle disposizioni transitorie della Costituzione del 27 dicembre 1947riguardo l’agognata autonomia dall’Abruzzo e completarono la festa il  27 dicembre del 1963 quando venne approvata la legge istitutiva della Regione.

L’immaginario dei cittadini, finita la retorica sulla conquista millenaria, si è riempito di contenuti positivi: la nuova provincia di Isernia, compartimenti dello Stato a Campobasso, più soldi da amministrare, maggiori investimenti in opere pubbliche, un Consiglio Regionale, una miriade di ASL, Comunità Montane, Consorzi Industriali e di Bonifica, Enti Sub-Regionali, ecc. Migliaia di persone hanno trovato impiego in questi posti pubblici connessi alla conquista dell’autonomia e con riconoscenza hanno restituito il favore votando in massa per il partito egemone di quella fase storica. Ma… finita la festa gabbato lo Santo!

 Da un decennio si è avviato un processo inverso. Lo Stato taglia posti di lavoro e trasferimenti finanziari. Si chiude di tutto e di più. Soppresse Enel, Telecom, Poste, Ferrovie, Comunità Montane, ecc., adesso toccherà agli Ospedali e alle Scuole. “Se volete il servizio pubblico ve lo pagate coi vostri soldi”: questo il messaggio che arriva da Roma. E sul territorio sono scoppiate le contraddizioni per una struttura politico-istituzionale sovradimensionata che veniva accettata dai cittadini quando non dovevano mettere le mani in tasca.

Oggi non c’è una sola persona disponibile a vedersi tagliati i servizi essenziali a partire da sanità e scuola per mantenere in piedi una pletora di organismi, enti e consorzi pubblici. “Chiudiamo la Regione e non l’Ospedale!”: questo il grido partito da Agnone, antica e nobile città denominata l’Atene del Sannio. Fino a quando la propaganda sterile di una maggioranza senza progetto potrà spacciare il falso per il vero?  Nel momento in cui ci dovremo guardare negli occhi e stabilire il da farsi optando per tasse elevate e tagli ai servizi pubblici in sostituzione di uno snellimento istituzionale, chi può escludere che il sentimento popolare prevalente non sarà quello di Agnone?

Nell’ultima tornata elettorale ha vinto la Lega Nord che ha chiesto l’acce- lerazione del federalismo fiscale e dall’esito delle urne esce una destra maggioritaria nella Conferenza Stato-Regioni con connessa perdita della Vice-Presidenza del Molise. In simili condizioni si osserverà che la provincia di Benevento con poco meno dei nostri abitanti funziona all’incirca come noi pur avendo solo tre consiglieri regionali. Ma siete veramente convinti che l’innamoramento per l’autonomia regionale resisterà anche in tempi di carestia?☺

petraroia.michele@virgilio.it

 

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