Camminando s’apre cammino
5 Maggio 2017
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Camminando s’apre cammino

Dopo una vita trascorsa da nomade psicologico, impegnato a scassare (con due esse) per accelerare la ricostruzione post-sisma e per l’ accoglienza di clandestini (termine che andrebbe bandito dal vocabolario perché la terra è di tutti), di richiedenti asilo, insomma di immigrati in genere; perché la politica sia al servizio della persona e perché la chiesa torni ad essere al servizio del vangelo, in difesa dei più deboli, prestando loro la voce, e contro l’ arroganza dei prepotenti, eccomi ora a scasare (con una esse), ma non per questo a smettere di scassare (con due esse). Chiudere il cuore, prima che le cose, in una valigia e partire non è semplice. Svuotare una casa è anzitutto una violenza psicologica: è spogliare i muri, è mettere in piazza segreti gelosamente custoditi, è sradicare ricordi e abitudini. Certo niente a che vedere con l’ emigrazione dei nostri padri che affrontavano l’incognito non sapendo se mai sarebbero tornati sui loro passi impediti da frontiere, oceani, mondi da scoprire o di quanti scappano da guerre e oppressioni, costretti a soffocare ogni pur minimo affetto e spaventati fino alla morte, per non parlare delle vittime dei terremoti che in un istante vedono sepolta sotto le macerie la casa e si aggirano smarriti in cerca di brandelli di vita vissuta, di segni di identità, di appartenenza.

Sono solo poco più di venti chilometri che devo percorrere da Bonefro a Larino eppure è un salto verso l’ignoto. I bagagli sono ingombranti, parlano di superfluo ma dicono di una vita vissuta e radicata. Può un albero sopravvivere senza radici? Ma le radici non impediscono qualunque movimento? Scherzosamente dico che sono stato preso dalla sindrome di Stoccolma, mi sono innamorato dei miei… carcerieri, dei padroni che ho cercato di servire con fedeltà, lealtà e libertà interiore. Le amicizie, le passioni, per fortuna, non sono soggette a spazio e tempo anzi questi funzionano da setaccio provvedendo a far rimanere solo ciò che è autentico. Mi ripeto spesso che la frase di don Milani è solo una spudorata provocazione, non può essere vera nel caso mio, perché non è mai stata vera nella mia vita: le maestre – sosteneva con cognizione di causa – sono come i preti e le puttane, amano solo finché l’altro è presente.

In senso etimologico la parrocchia non è, come si è portati a pensare, la comunità di persone che vivono attorno ad un luogo di culto, è la comunità di fede, invece, che vive in questo mondo da straniera, pellegrina, protesa verso la vera patria. E il parroco non può essere sedentario tra stranieri pellegrini. Avrei potuto dire di no al trasferimento, ma mi sarei sottratto al gioco di squadra, avrei smesso di lavorare “per conto terzi”, mi sarei impossessato di ciò che non mi appartiene. La permanenza sarebbe stata la più sonora sconfitta. Ma quanto costa un sì incondizionato che costringe a rimettersi in cammino!

La realtà in cui si viene catapultati ha le sue regole, i suoi giochi, il suo assetto insomma. Ci si trova davanti prassi consolidate e percorsi avviati, naturalmente anche ritardi da recuperare e secche da attraversare, certo non è mai all’anno zero o in attesa dell’uomo della provvidenza. Ognuno è unico e irripetibile, ma mai indispensabile. Il primo passaggio lento e necessario è cercare di capire il perché di ogni cosa, sospendendo un giudizio non richiesto. Come diceva il nonno di Ciriaco De Mita a lui che si avventurava in politica: quando le cose difficili ti sembrano facili vuol dire che non le hai capite! E una nuova comunità non è mai una realtà semplice perché è un tessuto di persone e relazioni, di storia e tradizioni dove la convivialità delle differenze spesso è più teorica che pratica; bisogna avere la consapevolezza che la diversità è sempre problematica da accettare, nella società come nella chiesa, per ognuno di noi e di conseguenza per ogni altro. Però solo quando un gigante accetta di far salire sulle sue spalle un nano ha la possibilità e l’opportunità di vedere più lontano. In altre parole l’integrazione non è mai la perdita di identità anche se le due cose spesso finiscono per confliggere. I flussi migratori ne sono un esempio lampante. Respingerli è creare ghetti, facilmente esplosivi, ma paradossalmente accoglierli incondizionatamente è impedire lo stesso l’integrazione. Niente deve essere dato per definitivo.

La sola via di uscita è andare continuamente oltre il dato acquisito, è sapersi rimettere in discussione. Quando da lungo tempo si sta chiusi in una stanza, si starà pure bene perché ci si è acclimatati ma non si percepisce più l’aria viziata che si respira. L’ultimo arrivato spontaneamente si sente in dovere di aprire la finestra perché entri aria nuova. Non è un giudizio sulla pulizia dei presenti, è una necessità avvertita dal sopravvenuto che può far bene a tutti. Ognuno di noi può essere per gli altri una ventata di novità se si è disponibili ad intravvedere nuove mete verso cui tendere. Non è mai in discussione se il mio apporto è migliore del tuo e viceversa. Il nostro è da costruire insieme e deve diventare tensione verso nuovi traguardi, perché camminando s’apre cammino.☺

 

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