donne che stupiscono di Luciana Zingaro | La Fonte TV
Madre Ignazia Angelini, “Mentre vi guardo”: perché il libro fosse mio sono bastati la qualifica dell’autrice, inconsueta magari, per me rassicurante, e quel titolo che mi suggeriva una tensione di sé verso gli altri sostenuta da uno sguardo penetrante e comprensivo.
Una selezione di lettura casuale, ma guidata dall’intuito di un possibile innamoramento. E mi sono innamorata di fatto, perché Mentre vi guardo è un libro semplice e profondo nel contempo, che ha il potere antitetico di sconvolgere e di placare, di suscitare crisi multiple e di prospettare vie di soluzione, come un amore vero sa fare.
Madre Ignazia Angelini, badessa del monastero di Viboldone in provincia di Milano racconta: racconta, naturalmente, dei modi della presenza di Dio, racconta di sé e della propria vocazione, racconta del senso e dei ritmi della vita monastica e di noi che apparentemente ne siamo esclusi, perché, tolta ogni stereotipata barriera fuori dal monastero-dentro il monastero, il suo parlare si appoggia su un vivida ricerca di reciprocità squisitamente umana. Difficile rintracciare un percorso logico nella narrazione della badessa, densa e avvincente sempre e in cui liberamente si mescolano avvenimenti e riflessioni relativi alla comunità monastica e al suo vivere e al mondo laico e al suo vivere; pare, comunque, di intravedere una sorta di cammino ascensionale dello spirito, per cui l’ultimo capitolo, intitolato significativamente In cerca di te, così si conclude: “L’essenziale è vicino, mischiato al nostro tran tran quotidiano. Esso si scopre poco a poco, alla fine. L’importante è esistere fino alla morte, e per via trovare il canto fermo su cui modulare quotidiane parole di speranza”.
Dio inteso quale l’essenziale, divinità dell’ordinario, speranza: parole-concetto che ritornano in più luoghi del libro, come in più luoghi torna, quasi cifra di vita e pensiero, l’idea di relazione, alla cui insegna si apre il racconto di Madre Ignazia Angelini: “Il portone del monastero non serve a ripararci o a escludervi: ogni volta che qualcuno bussa, infatti, viene aperto. Le mura del monastero non servono a dividere lo spazio tra interno ed esterno: a ben vedere, infatti, sono trasparenti. La comunità monastica non nasce per garantire l’isolamento, ma per cercare, ogni giorno, relazioni affidabili”. È proprio la relazione, l’accoglienza ospitale dell’alterità, la sfida fondamentale di Gesù e, vista la fragile mobilità dei rapporti tipica della nostra epoca, è una sfida quanto mai attuale secondo Madre Ignazia Angelini, che si dice finanche imbarazzata quando le chiedono di lei in prospettiva autorappresentativa, perché “Non ha senso, è stupido… Io sono strutturalmente fuori da me stessa, sono in relazione. Non so tematizzare chi sono io al di fuori della relazione con gli altri, con la comunità, con il Dio che cerco, con il Signore che mi ha parlato”.
Il fascino del racconto di Madre Ignazia Angelini scaturisce dalla forza di espressione di una persona autentica, dalla libertà delle sue parole, spesso radicalmente nuove e perciò scomode.
Breve l’excursus dedicato alla sua storia personale di studentessa di filosofia vivace e appassionata che abbandona una vita promettente per fare lei stessa una promessa e sopporta in monastero un duro tirocinio di regole sostenendosi col motto “imparare dalle cose sofferte” e, affamata di libri, innova il costume culturale delle monache di Viboldone, istruendo pian piano una biblioteca che conta attualmente 30.000 volumi. Madre Ignazia affronta, quindi, una serie di questioni comuni, poi attinenti al monastero ordinario, infine al mistero del divino: ad esempio, discute del mito ormai dilagante della realizzazione di sé, tessuto – dice – di un linguaggio nebuloso ed equivoco; parla della differenza tra sentimento quale percezione di sé come affetto, toccato dalla presenza di un’altra persona, e risentimento, all’opposto presentato quale incapacità di sentire l’altro e vibrare; sostiene la necessità del senso dell’umorismo anche all’interno della comunità monastica, che mette a tema l’imperfezione, perché le religiose non sono figure angeliche e avulse dalla realtà, ma donne come tante; esamina le passioni, che di per sé non sono negative – l’uomo apatico non è cristiano-, lo diventano se assolutizzano l’immediato, costruendo barriere, invece che legami; raccomanda la ricerca della autenticità, perché il cuore umano è uno, e si oppone all’ipocrisia del mondo attuale formattata sul modello della televisione, che è puntata ossessivamente sull’aspetto dello scandalo e che ha la stessa mentalità di ciò che deplora; discetta di razionalità e di paura della morte, paura che si vince non negando la morte stessa, ma attraversandola con l’aiuto di legami affidabili; spiega l’importanza della sobrietà, che consiste nell’essere pronti alla privazione perché altri vivano; si esprime sulla fede e afferma che la traccia di Dio è nel frammento di umanità più che nell’ ostentazione di un codice morale inoppugnabile; scopre nell’ordinarietà il luogo di custodia del divino. Delicata e soave in alcuni momenti, si mostra spesso energica e capace di dissacrare i luoghi comuni, anche in ambito strettamente ecclesiastico, offrendo, per esempio, riflessioni particolarmente accese sul tema del monachesimo femminile più vicino alla vera anima monastica di quanto lo sia quello maschile, ormai troppo clericalizzato e sbilanciato sul versante del ministero presbiterale; dopo aver ricordato quanto fossero state presenti nella vicenda di Gesù le figure femminili, poi progressivamente marginalizzate, sottolinea l’importanza del Concilio Vaticano II che ha favorito la ricomparsa nel dialogo ecclesiale dell’intelligenza, della sensibilità, della comprensione della realtà al femminile e si augura fiduciosa una rinnovata prospettiva del monachesimo, perché lo sguardo delle donne sul mondo è di una potenza straordinaria: “Le donne -scrive la badessa – sanno distinguere ciò che è vivo da ciò che è morto. Provate a immaginare una terra devastata: lì vedrete uomini agitare penne e fogli per inventare grandi soluzioni, e donne cercare tracce di vita tra le rovine, indizi di rinascita”.
Tanti punti della narrazione di Madre Ignazia Angelini mi hanno rapito perché emanano una bellezza originaria, senza fronzoli, così quando a proposito della gratuità scrive: “La gratuità esce dalla logica della causa e dell’effetto, non considera categoria quali utile o inutile, migliore o peggiore. La gratuità non sa dare ragione di sé. Ha a che fare con il mistero della libertà”.
Un po’ quello che mi ha condotto a questo libro. ☺
LucianaZingaro@libero.it
Madre Ignazia Angelini, “Mentre vi guardo”: perché il libro fosse mio sono bastati la qualifica dell’autrice, inconsueta magari, per me rassicurante, e quel titolo che mi suggeriva una tensione di sé verso gli altri sostenuta da uno sguardo penetrante e comprensivo.
Una selezione di lettura casuale, ma guidata dall’intuito di un possibile innamoramento. E mi sono innamorata di fatto, perché Mentre vi guardo è un libro semplice e profondo nel contempo, che ha il potere antitetico di sconvolgere e di placare, di suscitare crisi multiple e di prospettare vie di soluzione, come un amore vero sa fare.
Madre Ignazia Angelini, badessa del monastero di Viboldone in provincia di Milano racconta: racconta, naturalmente, dei modi della presenza di Dio, racconta di sé e della propria vocazione, racconta del senso e dei ritmi della vita monastica e di noi che apparentemente ne siamo esclusi, perché, tolta ogni stereotipata barriera fuori dal monastero-dentro il monastero, il suo parlare si appoggia su un vivida ricerca di reciprocità squisitamente umana. Difficile rintracciare un percorso logico nella narrazione della badessa, densa e avvincente sempre e in cui liberamente si mescolano avvenimenti e riflessioni relativi alla comunità monastica e al suo vivere e al mondo laico e al suo vivere; pare, comunque, di intravedere una sorta di cammino ascensionale dello spirito, per cui l’ultimo capitolo, intitolato significativamente In cerca di te, così si conclude: “L’essenziale è vicino, mischiato al nostro tran tran quotidiano. Esso si scopre poco a poco, alla fine. L’importante è esistere fino alla morte, e per via trovare il canto fermo su cui modulare quotidiane parole di speranza”.
Dio inteso quale l’essenziale, divinità dell’ordinario, speranza: parole-concetto che ritornano in più luoghi del libro, come in più luoghi torna, quasi cifra di vita e pensiero, l’idea di relazione, alla cui insegna si apre il racconto di Madre Ignazia Angelini: “Il portone del monastero non serve a ripararci o a escludervi: ogni volta che qualcuno bussa, infatti, viene aperto. Le mura del monastero non servono a dividere lo spazio tra interno ed esterno: a ben vedere, infatti, sono trasparenti. La comunità monastica non nasce per garantire l’isolamento, ma per cercare, ogni giorno, relazioni affidabili”. È proprio la relazione, l’accoglienza ospitale dell’alterità, la sfida fondamentale di Gesù e, vista la fragile mobilità dei rapporti tipica della nostra epoca, è una sfida quanto mai attuale secondo Madre Ignazia Angelini, che si dice finanche imbarazzata quando le chiedono di lei in prospettiva autorappresentativa, perché “Non ha senso, è stupido… Io sono strutturalmente fuori da me stessa, sono in relazione. Non so tematizzare chi sono io al di fuori della relazione con gli altri, con la comunità, con il Dio che cerco, con il Signore che mi ha parlato”.
Il fascino del racconto di Madre Ignazia Angelini scaturisce dalla forza di espressione di una persona autentica, dalla libertà delle sue parole, spesso radicalmente nuove e perciò scomode.
Breve l’excursus dedicato alla sua storia personale di studentessa di filosofia vivace e appassionata che abbandona una vita promettente per fare lei stessa una promessa e sopporta in monastero un duro tirocinio di regole sostenendosi col motto “imparare dalle cose sofferte” e, affamata di libri, innova il costume culturale delle monache di Viboldone, istruendo pian piano una biblioteca che conta attualmente 30.000 volumi. Madre Ignazia affronta, quindi, una serie di questioni comuni, poi attinenti al monastero ordinario, infine al mistero del divino: ad esempio, discute del mito ormai dilagante della realizzazione di sé, tessuto – dice – di un linguaggio nebuloso ed equivoco; parla della differenza tra sentimento quale percezione di sé come affetto, toccato dalla presenza di un’altra persona, e risentimento, all’opposto presentato quale incapacità di sentire l’altro e vibrare; sostiene la necessità del senso dell’umorismo anche all’interno della comunità monastica, che mette a tema l’imperfezione, perché le religiose non sono figure angeliche e avulse dalla realtà, ma donne come tante; esamina le passioni, che di per sé non sono negative – l’uomo apatico non è cristiano-, lo diventano se assolutizzano l’immediato, costruendo barriere, invece che legami; raccomanda la ricerca della autenticità, perché il cuore umano è uno, e si oppone all’ipocrisia del mondo attuale formattata sul modello della televisione, che è puntata ossessivamente sull’aspetto dello scandalo e che ha la stessa mentalità di ciò che deplora; discetta di razionalità e di paura della morte, paura che si vince non negando la morte stessa, ma attraversandola con l’aiuto di legami affidabili; spiega l’importanza della sobrietà, che consiste nell’essere pronti alla privazione perché altri vivano; si esprime sulla fede e afferma che la traccia di Dio è nel frammento di umanità più che nell’ ostentazione di un codice morale inoppugnabile; scopre nell’ordinarietà il luogo di custodia del divino. Delicata e soave in alcuni momenti, si mostra spesso energica e capace di dissacrare i luoghi comuni, anche in ambito strettamente ecclesiastico, offrendo, per esempio, riflessioni particolarmente accese sul tema del monachesimo femminile più vicino alla vera anima monastica di quanto lo sia quello maschile, ormai troppo clericalizzato e sbilanciato sul versante del ministero presbiterale; dopo aver ricordato quanto fossero state presenti nella vicenda di Gesù le figure femminili, poi progressivamente marginalizzate, sottolinea l’importanza del Concilio Vaticano II che ha favorito la ricomparsa nel dialogo ecclesiale dell’intelligenza, della sensibilità, della comprensione della realtà al femminile e si augura fiduciosa una rinnovata prospettiva del monachesimo, perché lo sguardo delle donne sul mondo è di una potenza straordinaria: “Le donne -scrive la badessa – sanno distinguere ciò che è vivo da ciò che è morto. Provate a immaginare una terra devastata: lì vedrete uomini agitare penne e fogli per inventare grandi soluzioni, e donne cercare tracce di vita tra le rovine, indizi di rinascita”.
Tanti punti della narrazione di Madre Ignazia Angelini mi hanno rapito perché emanano una bellezza originaria, senza fronzoli, così quando a proposito della gratuità scrive: “La gratuità esce dalla logica della causa e dell’effetto, non considera categoria quali utile o inutile, migliore o peggiore. La gratuità non sa dare ragione di sé. Ha a che fare con il mistero della libertà”.
Un po’ quello che mi ha condotto a questo libro. ☺
Madre Ignazia Angelini, “Mentre vi guardo”: perché il libro fosse mio sono bastati la qualifica dell’autrice, inconsueta magari, per me rassicurante, e quel titolo che mi suggeriva una tensione di sé verso gli altri sostenuta da uno sguardo penetrante e comprensivo.
Una selezione di lettura casuale, ma guidata dall’intuito di un possibile innamoramento. E mi sono innamorata di fatto, perché Mentre vi guardo è un libro semplice e profondo nel contempo, che ha il potere antitetico di sconvolgere e di placare, di suscitare crisi multiple e di prospettare vie di soluzione, come un amore vero sa fare.
Madre Ignazia Angelini, badessa del monastero di Viboldone in provincia di Milano racconta: racconta, naturalmente, dei modi della presenza di Dio, racconta di sé e della propria vocazione, racconta del senso e dei ritmi della vita monastica e di noi che apparentemente ne siamo esclusi, perché, tolta ogni stereotipata barriera fuori dal monastero-dentro il monastero, il suo parlare si appoggia su un vivida ricerca di reciprocità squisitamente umana. Difficile rintracciare un percorso logico nella narrazione della badessa, densa e avvincente sempre e in cui liberamente si mescolano avvenimenti e riflessioni relativi alla comunità monastica e al suo vivere e al mondo laico e al suo vivere; pare, comunque, di intravedere una sorta di cammino ascensionale dello spirito, per cui l’ultimo capitolo, intitolato significativamente In cerca di te, così si conclude: “L’essenziale è vicino, mischiato al nostro tran tran quotidiano. Esso si scopre poco a poco, alla fine. L’importante è esistere fino alla morte, e per via trovare il canto fermo su cui modulare quotidiane parole di speranza”.
Dio inteso quale l’essenziale, divinità dell’ordinario, speranza: parole-concetto che ritornano in più luoghi del libro, come in più luoghi torna, quasi cifra di vita e pensiero, l’idea di relazione, alla cui insegna si apre il racconto di Madre Ignazia Angelini: “Il portone del monastero non serve a ripararci o a escludervi: ogni volta che qualcuno bussa, infatti, viene aperto. Le mura del monastero non servono a dividere lo spazio tra interno ed esterno: a ben vedere, infatti, sono trasparenti. La comunità monastica non nasce per garantire l’isolamento, ma per cercare, ogni giorno, relazioni affidabili”. È proprio la relazione, l’accoglienza ospitale dell’alterità, la sfida fondamentale di Gesù e, vista la fragile mobilità dei rapporti tipica della nostra epoca, è una sfida quanto mai attuale secondo Madre Ignazia Angelini, che si dice finanche imbarazzata quando le chiedono di lei in prospettiva autorappresentativa, perché “Non ha senso, è stupido… Io sono strutturalmente fuori da me stessa, sono in relazione. Non so tematizzare chi sono io al di fuori della relazione con gli altri, con la comunità, con il Dio che cerco, con il Signore che mi ha parlato”.
Il fascino del racconto di Madre Ignazia Angelini scaturisce dalla forza di espressione di una persona autentica, dalla libertà delle sue parole, spesso radicalmente nuove e perciò scomode.
Breve l’excursus dedicato alla sua storia personale di studentessa di filosofia vivace e appassionata che abbandona una vita promettente per fare lei stessa una promessa e sopporta in monastero un duro tirocinio di regole sostenendosi col motto “imparare dalle cose sofferte” e, affamata di libri, innova il costume culturale delle monache di Viboldone, istruendo pian piano una biblioteca che conta attualmente 30.000 volumi. Madre Ignazia affronta, quindi, una serie di questioni comuni, poi attinenti al monastero ordinario, infine al mistero del divino: ad esempio, discute del mito ormai dilagante della realizzazione di sé, tessuto – dice – di un linguaggio nebuloso ed equivoco; parla della differenza tra sentimento quale percezione di sé come affetto, toccato dalla presenza di un’altra persona, e risentimento, all’opposto presentato quale incapacità di sentire l’altro e vibrare; sostiene la necessità del senso dell’umorismo anche all’interno della comunità monastica, che mette a tema l’imperfezione, perché le religiose non sono figure angeliche e avulse dalla realtà, ma donne come tante; esamina le passioni, che di per sé non sono negative – l’uomo apatico non è cristiano-, lo diventano se assolutizzano l’immediato, costruendo barriere, invece che legami; raccomanda la ricerca della autenticità, perché il cuore umano è uno, e si oppone all’ipocrisia del mondo attuale formattata sul modello della televisione, che è puntata ossessivamente sull’aspetto dello scandalo e che ha la stessa mentalità di ciò che deplora; discetta di razionalità e di paura della morte, paura che si vince non negando la morte stessa, ma attraversandola con l’aiuto di legami affidabili; spiega l’importanza della sobrietà, che consiste nell’essere pronti alla privazione perché altri vivano; si esprime sulla fede e afferma che la traccia di Dio è nel frammento di umanità più che nell’ ostentazione di un codice morale inoppugnabile; scopre nell’ordinarietà il luogo di custodia del divino. Delicata e soave in alcuni momenti, si mostra spesso energica e capace di dissacrare i luoghi comuni, anche in ambito strettamente ecclesiastico, offrendo, per esempio, riflessioni particolarmente accese sul tema del monachesimo femminile più vicino alla vera anima monastica di quanto lo sia quello maschile, ormai troppo clericalizzato e sbilanciato sul versante del ministero presbiterale; dopo aver ricordato quanto fossero state presenti nella vicenda di Gesù le figure femminili, poi progressivamente marginalizzate, sottolinea l’importanza del Concilio Vaticano II che ha favorito la ricomparsa nel dialogo ecclesiale dell’intelligenza, della sensibilità, della comprensione della realtà al femminile e si augura fiduciosa una rinnovata prospettiva del monachesimo, perché lo sguardo delle donne sul mondo è di una potenza straordinaria: “Le donne -scrive la badessa – sanno distinguere ciò che è vivo da ciò che è morto. Provate a immaginare una terra devastata: lì vedrete uomini agitare penne e fogli per inventare grandi soluzioni, e donne cercare tracce di vita tra le rovine, indizi di rinascita”.
Tanti punti della narrazione di Madre Ignazia Angelini mi hanno rapito perché emanano una bellezza originaria, senza fronzoli, così quando a proposito della gratuità scrive: “La gratuità esce dalla logica della causa e dell’effetto, non considera categoria quali utile o inutile, migliore o peggiore. La gratuità non sa dare ragione di sé. Ha a che fare con il mistero della libertà”.
Un po’ quello che mi ha condotto a questo libro. ☺
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