I miti parlano dell’identità di un popolo. Leggendo i racconti della bibbia, si capisce che le sue tradizioni sono state tramandate da un popolo che ha subito molte volte l’oppressione e la persecuzione nella storia, a differenza di popoli sempre abituati a conquistare e opprimere. La storia di Roma, ad esempio, è fondata sul mito del fratello maggiore che uccide il minore, mentre la storia d’Israele parte sempre dal più piccolo e dal più debole, che prende consapevolezza che Dio è dalla sua parte. Quando poi si tratta di vincere in situazioni estreme, i racconti si fanno ancora più inauditi e sono i bambini come Daniele e le donne come Giaele, Ester e Giuditta a capovolgere la situazione negativa; come a dire che in queste situazioni è veramente Dio ad agire, servendosi dei più deboli tra i deboli. La forza dei deboli non sta tuttavia nel delegare l’azione a Dio come se si dovesse passivamente aspettare la salvezza, ma essi stessi diventano protagonisti insieme a Dio, in netto contrasto con i forti, che pensano che tutto dipende da loro.
Il segreto sta nel fatto che donne come, ad esempio, Giuditta, sono sempre coerenti nella loro fede in Dio, vivendo, cioè, uno stile, corrispondente a quanto dicono di credere. La forza di Giuditta sta anche in un’attenta lettura della storia del suo popolo, riflessa in piccolo nella sua storia personale di donna rimasta presto vedova e quindi in situazione di debolezza in una cultura in cui la donna senza un uomo non era considerata affatto. Lei invece riesce a trarre dalla sua condizione di emarginazione l’ingegno per trovare le soluzioni anche nei drammi altrui e in quelli che colpiscono globalmente la società in cui vive. Ed è per questo che quando i capi del suo villaggio circondato dai nemici decidono di consegnarsi come schiavi, non vedendo altra via d’uscita (Gdt 8), è lei a prendere l’iniziativa di esortarli a fidarsi di Dio, non sfidandolo a intervenire in loro soccorso, ma diventando essa stessa artefice della salvezza sua e degli altri. Il progetto che ha in mente non viene rivelato ai capi né tantomeno ai lettori del libro, che saranno costretti a seguire l’evolversi delle vicende per capire la strategia di Giuditta, rendendosi anche conto che la salvezza non può essere questione di un momento, ma deve essere perseguita con una strategia a medio e lungo termine, entrando dentro i meccanismi della situazione negativa, per trovare il momento più adatto al cambiamento, come Giuditta che va a stabilirsi nelle tende nemiche e apparentemente sembra voler passare dalla parte di Oloferne, il nemico che alla fine verrà ucciso proprio da lei. La storia è semplice e finisce con la vittoria degli israeliti che sbaragliano i nemici e poi ringraziano Dio nel tempio.
La storia di Giuditta che si oppone alla decisione dei capi del suo villaggio decidendo lei stessa di gettarsi nella mischia per trovare una soluzione e impegnarsi fattivamente per essa, diventa un esempio per chi non vuole vivere ai bordi della storia ma attraversare il tempo in cui vive con dignità. Innanzitutto il libro mette in evidenza il punto debole della scelta dei capi che pensano, con la loro resa al sistema, di salvare se stessi e quanti gli appartengono: “È meglio per noi essere loro preda; diventeremo certo loro schiavi, ma almeno avremo salva la vita e non vedremo con i nostri occhi la morte dei nostri bambini, né le donne e i nostri figli esalare l’ultimo respiro” (Gdt 8,27). Tradotto nel nostro contesto sociale e politico, quest’affer- mazione rivela in modo chiaro la scelta che spesso facciamo di arrenderci di fronte a un sistema iniquo basato sul furto e sull’ingiustizia sociale, pur di illudersi di dare un futuro ai nostri figli: quanti ricatti e promesse illusorie durante le campagne elettorali, in cui ci si vende a chi ci toglie la speranza con il miraggio magari anche di un piccolo contratto a progetto per il figlio che non trova lavoro, salvo poi rendersi conto, per l’ennesima volta, che siamo stati presi in giro, ma intanto veniamo spremuti con le tasse che devono ripianare i debiti dovuti a spese forsennate a elargizioni a parenti e affini.
È questo che invece ha capito molto bene Giuditta, facendosi avanti in prima persona per iniziare un cambiamento reale che prende gli oppressori per quello che sono: mali da estirpare e abbattere per ridare la speranza all’intera società: “Se noi saremo presi, resterà presa anche tutta la Giudea e sarà saccheggiato il nostro santuario e Dio chiederà ragione di quella profanazione al nostro sangue. L’uccisione dei nostri fratelli, l’asservimento della patria, la devastazione della nostra eredità Dio la farà ricadere sul nostro capo in mezzo ai popoli pagani tra i quali ci capiterà di essere schiavi e saremo così motivo di scandalo e di disprezzo di fronte ai nostri padroni” (Gdt 8,21-22). Giuditta sa bene cosa significa esser libera perché da vedova non si è più sottomessa a nessuno e per questo può capire meglio di altri che cosa implica il pericolo di rendersi schiavo. Il libro si conclude raccontando che Giuditta rimase in vita molto a lungo e che durante la sua vita gli israeliti non furono schiavi di nessuno, perché lei mantenne uno stile coerente: non ha voluto trarre vantaggio dalla sua condizione di liberatrice per asservire il suo popolo, piuttosto ha rimesso in libertà pure la serva che l’aveva aiutata, come a dire che è necessario non solo lottare ma anche vigilare che non si ricada nel male che si è voluto combattere e seguire uno stile coerente con gli ideali che si è voluto difendere.
La bibbia, con la sua lettura della storia a partire dagli ultimi che non si rassegnano, ma prendono in mano la loro situazione per cambiarla, perché hanno incontrato il Dio liberatore, possa sempre di più uscire dalle pastoie clericali per tornare ad essere quello specchio in cui ogni oppresso ritrova la sua identità e dignità proprio quando il contesto invita a scegliere, come soluzione di comodo, la sottomissione e il silenzio. ☺
mike.tartaglia@virgilio.it
I miti parlano dell’identità di un popolo. Leggendo i racconti della bibbia, si capisce che le sue tradizioni sono state tramandate da un popolo che ha subito molte volte l’oppressione e la persecuzione nella storia, a differenza di popoli sempre abituati a conquistare e opprimere. La storia di Roma, ad esempio, è fondata sul mito del fratello maggiore che uccide il minore, mentre la storia d’Israele parte sempre dal più piccolo e dal più debole, che prende consapevolezza che Dio è dalla sua parte. Quando poi si tratta di vincere in situazioni estreme, i racconti si fanno ancora più inauditi e sono i bambini come Daniele e le donne come Giaele, Ester e Giuditta a capovolgere la situazione negativa; come a dire che in queste situazioni è veramente Dio ad agire, servendosi dei più deboli tra i deboli. La forza dei deboli non sta tuttavia nel delegare l’azione a Dio come se si dovesse passivamente aspettare la salvezza, ma essi stessi diventano protagonisti insieme a Dio, in netto contrasto con i forti, che pensano che tutto dipende da loro.
Il segreto sta nel fatto che donne come, ad esempio, Giuditta, sono sempre coerenti nella loro fede in Dio, vivendo, cioè, uno stile, corrispondente a quanto dicono di credere. La forza di Giuditta sta anche in un’attenta lettura della storia del suo popolo, riflessa in piccolo nella sua storia personale di donna rimasta presto vedova e quindi in situazione di debolezza in una cultura in cui la donna senza un uomo non era considerata affatto. Lei invece riesce a trarre dalla sua condizione di emarginazione l’ingegno per trovare le soluzioni anche nei drammi altrui e in quelli che colpiscono globalmente la società in cui vive. Ed è per questo che quando i capi del suo villaggio circondato dai nemici decidono di consegnarsi come schiavi, non vedendo altra via d’uscita (Gdt 8), è lei a prendere l’iniziativa di esortarli a fidarsi di Dio, non sfidandolo a intervenire in loro soccorso, ma diventando essa stessa artefice della salvezza sua e degli altri. Il progetto che ha in mente non viene rivelato ai capi né tantomeno ai lettori del libro, che saranno costretti a seguire l’evolversi delle vicende per capire la strategia di Giuditta, rendendosi anche conto che la salvezza non può essere questione di un momento, ma deve essere perseguita con una strategia a medio e lungo termine, entrando dentro i meccanismi della situazione negativa, per trovare il momento più adatto al cambiamento, come Giuditta che va a stabilirsi nelle tende nemiche e apparentemente sembra voler passare dalla parte di Oloferne, il nemico che alla fine verrà ucciso proprio da lei. La storia è semplice e finisce con la vittoria degli israeliti che sbaragliano i nemici e poi ringraziano Dio nel tempio.
La storia di Giuditta che si oppone alla decisione dei capi del suo villaggio decidendo lei stessa di gettarsi nella mischia per trovare una soluzione e impegnarsi fattivamente per essa, diventa un esempio per chi non vuole vivere ai bordi della storia ma attraversare il tempo in cui vive con dignità. Innanzitutto il libro mette in evidenza il punto debole della scelta dei capi che pensano, con la loro resa al sistema, di salvare se stessi e quanti gli appartengono: “È meglio per noi essere loro preda; diventeremo certo loro schiavi, ma almeno avremo salva la vita e non vedremo con i nostri occhi la morte dei nostri bambini, né le donne e i nostri figli esalare l’ultimo respiro” (Gdt 8,27). Tradotto nel nostro contesto sociale e politico, quest’affer- mazione rivela in modo chiaro la scelta che spesso facciamo di arrenderci di fronte a un sistema iniquo basato sul furto e sull’ingiustizia sociale, pur di illudersi di dare un futuro ai nostri figli: quanti ricatti e promesse illusorie durante le campagne elettorali, in cui ci si vende a chi ci toglie la speranza con il miraggio magari anche di un piccolo contratto a progetto per il figlio che non trova lavoro, salvo poi rendersi conto, per l’ennesima volta, che siamo stati presi in giro, ma intanto veniamo spremuti con le tasse che devono ripianare i debiti dovuti a spese forsennate a elargizioni a parenti e affini.
È questo che invece ha capito molto bene Giuditta, facendosi avanti in prima persona per iniziare un cambiamento reale che prende gli oppressori per quello che sono: mali da estirpare e abbattere per ridare la speranza all’intera società: “Se noi saremo presi, resterà presa anche tutta la Giudea e sarà saccheggiato il nostro santuario e Dio chiederà ragione di quella profanazione al nostro sangue. L’uccisione dei nostri fratelli, l’asservimento della patria, la devastazione della nostra eredità Dio la farà ricadere sul nostro capo in mezzo ai popoli pagani tra i quali ci capiterà di essere schiavi e saremo così motivo di scandalo e di disprezzo di fronte ai nostri padroni” (Gdt 8,21-22). Giuditta sa bene cosa significa esser libera perché da vedova non si è più sottomessa a nessuno e per questo può capire meglio di altri che cosa implica il pericolo di rendersi schiavo. Il libro si conclude raccontando che Giuditta rimase in vita molto a lungo e che durante la sua vita gli israeliti non furono schiavi di nessuno, perché lei mantenne uno stile coerente: non ha voluto trarre vantaggio dalla sua condizione di liberatrice per asservire il suo popolo, piuttosto ha rimesso in libertà pure la serva che l’aveva aiutata, come a dire che è necessario non solo lottare ma anche vigilare che non si ricada nel male che si è voluto combattere e seguire uno stile coerente con gli ideali che si è voluto difendere.
La bibbia, con la sua lettura della storia a partire dagli ultimi che non si rassegnano, ma prendono in mano la loro situazione per cambiarla, perché hanno incontrato il Dio liberatore, possa sempre di più uscire dalle pastoie clericali per tornare ad essere quello specchio in cui ogni oppresso ritrova la sua identità e dignità proprio quando il contesto invita a scegliere, come soluzione di comodo, la sottomissione e il silenzio. ☺
I miti parlano dell’identità di un popolo. Leggendo i racconti della bibbia, si capisce che le sue tradizioni sono state tramandate da un popolo che ha subito molte volte l’oppressione e la persecuzione nella storia, a differenza di popoli sempre abituati a conquistare e opprimere. La storia di Roma, ad esempio, è fondata sul mito del fratello maggiore che uccide il minore, mentre la storia d’Israele parte sempre dal più piccolo e dal più debole, che prende consapevolezza che Dio è dalla sua parte. Quando poi si tratta di vincere in situazioni estreme, i racconti si fanno ancora più inauditi e sono i bambini come Daniele e le donne come Giaele, Ester e Giuditta a capovolgere la situazione negativa; come a dire che in queste situazioni è veramente Dio ad agire, servendosi dei più deboli tra i deboli. La forza dei deboli non sta tuttavia nel delegare l’azione a Dio come se si dovesse passivamente aspettare la salvezza, ma essi stessi diventano protagonisti insieme a Dio, in netto contrasto con i forti, che pensano che tutto dipende da loro.
Il segreto sta nel fatto che donne come, ad esempio, Giuditta, sono sempre coerenti nella loro fede in Dio, vivendo, cioè, uno stile, corrispondente a quanto dicono di credere. La forza di Giuditta sta anche in un’attenta lettura della storia del suo popolo, riflessa in piccolo nella sua storia personale di donna rimasta presto vedova e quindi in situazione di debolezza in una cultura in cui la donna senza un uomo non era considerata affatto. Lei invece riesce a trarre dalla sua condizione di emarginazione l’ingegno per trovare le soluzioni anche nei drammi altrui e in quelli che colpiscono globalmente la società in cui vive. Ed è per questo che quando i capi del suo villaggio circondato dai nemici decidono di consegnarsi come schiavi, non vedendo altra via d’uscita (Gdt 8), è lei a prendere l’iniziativa di esortarli a fidarsi di Dio, non sfidandolo a intervenire in loro soccorso, ma diventando essa stessa artefice della salvezza sua e degli altri. Il progetto che ha in mente non viene rivelato ai capi né tantomeno ai lettori del libro, che saranno costretti a seguire l’evolversi delle vicende per capire la strategia di Giuditta, rendendosi anche conto che la salvezza non può essere questione di un momento, ma deve essere perseguita con una strategia a medio e lungo termine, entrando dentro i meccanismi della situazione negativa, per trovare il momento più adatto al cambiamento, come Giuditta che va a stabilirsi nelle tende nemiche e apparentemente sembra voler passare dalla parte di Oloferne, il nemico che alla fine verrà ucciso proprio da lei. La storia è semplice e finisce con la vittoria degli israeliti che sbaragliano i nemici e poi ringraziano Dio nel tempio.
La storia di Giuditta che si oppone alla decisione dei capi del suo villaggio decidendo lei stessa di gettarsi nella mischia per trovare una soluzione e impegnarsi fattivamente per essa, diventa un esempio per chi non vuole vivere ai bordi della storia ma attraversare il tempo in cui vive con dignità. Innanzitutto il libro mette in evidenza il punto debole della scelta dei capi che pensano, con la loro resa al sistema, di salvare se stessi e quanti gli appartengono: “È meglio per noi essere loro preda; diventeremo certo loro schiavi, ma almeno avremo salva la vita e non vedremo con i nostri occhi la morte dei nostri bambini, né le donne e i nostri figli esalare l’ultimo respiro” (Gdt 8,27). Tradotto nel nostro contesto sociale e politico, quest’affer- mazione rivela in modo chiaro la scelta che spesso facciamo di arrenderci di fronte a un sistema iniquo basato sul furto e sull’ingiustizia sociale, pur di illudersi di dare un futuro ai nostri figli: quanti ricatti e promesse illusorie durante le campagne elettorali, in cui ci si vende a chi ci toglie la speranza con il miraggio magari anche di un piccolo contratto a progetto per il figlio che non trova lavoro, salvo poi rendersi conto, per l’ennesima volta, che siamo stati presi in giro, ma intanto veniamo spremuti con le tasse che devono ripianare i debiti dovuti a spese forsennate a elargizioni a parenti e affini.
È questo che invece ha capito molto bene Giuditta, facendosi avanti in prima persona per iniziare un cambiamento reale che prende gli oppressori per quello che sono: mali da estirpare e abbattere per ridare la speranza all’intera società: “Se noi saremo presi, resterà presa anche tutta la Giudea e sarà saccheggiato il nostro santuario e Dio chiederà ragione di quella profanazione al nostro sangue. L’uccisione dei nostri fratelli, l’asservimento della patria, la devastazione della nostra eredità Dio la farà ricadere sul nostro capo in mezzo ai popoli pagani tra i quali ci capiterà di essere schiavi e saremo così motivo di scandalo e di disprezzo di fronte ai nostri padroni” (Gdt 8,21-22). Giuditta sa bene cosa significa esser libera perché da vedova non si è più sottomessa a nessuno e per questo può capire meglio di altri che cosa implica il pericolo di rendersi schiavo. Il libro si conclude raccontando che Giuditta rimase in vita molto a lungo e che durante la sua vita gli israeliti non furono schiavi di nessuno, perché lei mantenne uno stile coerente: non ha voluto trarre vantaggio dalla sua condizione di liberatrice per asservire il suo popolo, piuttosto ha rimesso in libertà pure la serva che l’aveva aiutata, come a dire che è necessario non solo lottare ma anche vigilare che non si ricada nel male che si è voluto combattere e seguire uno stile coerente con gli ideali che si è voluto difendere.
La bibbia, con la sua lettura della storia a partire dagli ultimi che non si rassegnano, ma prendono in mano la loro situazione per cambiarla, perché hanno incontrato il Dio liberatore, possa sempre di più uscire dalle pastoie clericali per tornare ad essere quello specchio in cui ogni oppresso ritrova la sua identità e dignità proprio quando il contesto invita a scegliere, come soluzione di comodo, la sottomissione e il silenzio. ☺
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