il giglio di sant’antonio   di Gildo Giannotti
4 Giugno 2013
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il giglio di sant’antonio di Gildo Giannotti

 

             I gigli, tra i più antichi fiori coltivati, sono apprezzati da oltre tremila anni. Originari della Siria e della Palestina, sono stati considerati simboli di fecondità per le loro straordinarie capacità di riproduzione.

             La specie più conosciuta in tutta l’area orientale del Mediterraneo è senz’altro il giglio bianco o giglio di S. Antonio (Lilium candidum), per tradizione simbolo della purezza del suo corpo e della sua anima, e della sua lotta contro il demonio. Il Lilium candidum è detto anche “giglio della Madonna” o “giglio di San Luigi”. Già nell’era cristiana questo fiore candido divenne il simbolo della purezza della Vergine. Compare in moltissimi dipinti aventi per tema l’Annunciazione, quali quelli di Leonardo da Vinci, Botticelli, fra' Filippo Lippi ed altri. Il giglio spande ancora il suo profumo tra le mani di San Nicola, di Caterina da Siena, di Chiara d’Assisi, di Filomena… e soprattutto della santa per eccellenza, la Madonna. Anche nell’Antico Testamento sono molti i passi dedicati a questo fiore, al quale viene attribuito un significato di fertilità, bellezza e fioritura spirituale.

Sul versante pagano, si segnala una leggenda greca, secondo la quale il giglio sarebbe nato dal latte che Giunone aveva fatto cadere in terra mentre allattava Ercole. Nell’antica Roma, peraltro, il fiore era soprannominato “rosa di Giunone” ed era consacrato alla stessa dea, rispecchiando in ciò l’arcaica immagine della fecondità femminile cui veniva associato. Nella descrizione di Plinio si sottolineano altre due qualità che ispireranno la sua storia simbolica: l’affinità con la rosa e il candore straordinario. Lo menzionava anche Sofocle nell’Edipo a Colono, riferendo che i gigli ornavano il capo delle due dee agresti Demetra e Core insieme, con narcisi e crochi intrecciati in una corona. Scelto spesso nell’arte decorativa sia minoica sia micenea, aveva un significato e una funzione sacrale, tanto è vero che veniva chiamato anche ánthos anthéon, il fiore dei fiori.

Appare infine come emblema araldico, tra gli altri della città di Firenze e dei reali di Francia.

Particolarmente profumati, i gigli si presentano con una grande varietà di colori e di forme e dispongono di svariate fioriture e possibilità di sviluppo. Nel passato le varie specie di giglio erano piuttosto difficili da coltivare; oggi, invece, si dispone di specie di facile coltivazione e di parecchi ibridi, tutti robusti e resistenti alle malattie, che hanno praticamente superato i loro progenitori in vigore e varietà di colori. Molti gigli prediligono il pieno sole, altri preferiscono posizioni semiombreggiate; in ogni caso, per un migliore sviluppo dell’apparato radicale, è preferibile collocarli in un terreno fertile, friabile e molto permeabile. La maggior parte dei gigli si può piantare all’esterno in qualsiasi momento: dalla fine dell’estate fino all’inizio di primavera. Il giglio di S. Antonio si consiglia di piantarlo in autunno, subito dopo che lo stelo si è essiccato e prima che si formi una rosetta di foglie al piede. Dopo la piantagione dei bulbi, è opportuno spargere sul terreno una manciata di perfosfato minerale e interrarlo eseguendo una leggera sarchiatura.

Questi fiori sono veramente spettacolari nelle composizioni floreali e, come scriveva l’ignoto monaco inglese dell’abbazia di Cîteaux, sono gradevoli alla vista per la loro forma esteriore. Essi vanno recisi con forbici bene affilate, a circa un terzo dalla cima della pianta, avendo cura di innaffiare la pianta stessa il giorno prima. I fiori recisi durano molto di più se, prima di metterli in vaso, i loro steli sono tenuti per circa 12 ore in acqua fredda.☺

giannotti.gildo@gmail.com

 

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