il sapore delle labbra    di Luciana Zingaro
2 Febbraio 2013 Share

il sapore delle labbra di Luciana Zingaro

 

Mi piace assistere alla sconfitta dei miei pregiudizi, perché in realtà è una vittoria: dietro quelle verità mentite e barricadere c’era ostinazione e chiusura, mentre ora si fa strada l’idea che nulla sia definitivamente perfetto e che tutto possa aprirsi ad evoluzioni, a mutamenti, a forme di vita inattese.

Finito di leggere il libro di Massimo Gramellini Fai bei sogni, mi sono sentita appagata, se anche vagamente piccata per averci visto male, malissimo anzi. Perché, per carità, il Buongiorno di Gramellini sul quotidiano La Stampa è stato a lungo ed è spesso ancora il mio adorabile dolce-amaro saluto al nuovo giorno, però quel libro, con quel titolo possibilmente melenso e il successo editoriale oltre che pop, non so, mi insospettiva.

Invece. L’ho letto quasi costretta dal caso e l’ho trovato bello e vero, tagliente seppur garbato, e poi mi ha scosso e insomma non è trascorso invano.

Fai bei sogni è l’autobiografia romanzata di Massimo Granellini: quarant’anni di vita, si intende gli episodi più significativi, tutti facenti capo alla dolorosa esperienza che ha segnato all’età di nove anni il giornalista, la prematura scomparsa della madre, che l’autore vivrà fino all’età adulta non solo come sottrazione indebita, ma come tradimento d’amore, come abbandono studiato (e, leggendo, si scopre che il suo inconscio, apparentemente “malato di lutto”, tanto torto non l’ha avuto).

“Non essere amati è una sofferenza grande, però non la più grande. La più grande è non essere amati più… Chi è stato abbandonato si considera assaggiato e sputato come una caramella cattiva. Colpevole di qualcosa d’indefinito”. Colpevole presunto e colpito dalla vita, Gramellini, non trovando degna sostituta della madre, si accompagnerà per anni a Belfagor, nome con cui egli indica una sorta di demone interiore che lo incatena a terra, gli impedisce di lanciarsi nella vita, lo tormenta di domande inarrivabili del tipo “perché io?” o “perché io non?”, “mostro molle e spugnoso” che si nutre delle sue paure e delle sue angosce.

Sovrastato e inibito da un padre granitico, vuoi l’indole vuoi la crudeltà della precoce vedovanza, idolatra di Napoleone e troppo maschio per fare le veci di una mamma, uomo al quale l’autore si sente unito solamente dall’amore per il Toro, Gramellini si muove tra persone-personaggi descritti a tratti brevi ed incisivi, come brevi ed incisivi sanno essere i piemontesi: Madrina e Nevio, amici di vecchia data dei genitori, e Giorgio e Ginetta, e la stentorea tutrice Mita, e Madamìn, donna di casa, e il pedagogo del Liceo, da Gramellini soprannominato Teschio, e Mio zio, antonomastica espressione con cui il giornalista designa il più giovane dei fratelli della madre, quello che sente a sé più vicino.

La riservatezza di questi attori, una riservatezza di nuovo tipicamente piemontese, è complice della austera discrezione che copre il mistero della morte della madre di Gramellini, avvolta in un mito di menzogna forgiata certo a fin di bene, ma pur sempre menzogna, sì che la rivelazione del “segreto” tarda ad arrivare per il giornalista, che pure inconsciamente doveva aver intuito da tempo.

Il fatto è, scrive l’autore, che “L’intuizione ci rivela di continuo chi siamo. Ma restiamo insensibili alla voce degli dèi, coprendola con il ticchettio dei pensieri e il frastuono delle emozioni. Preferiamo ignorarla, la verità. Per non soffrire. Per non guarire. Perché altrimenti diventeremmo quello che abbiamo paura di essere: completamente vivi”.

La verità, però, prima o poi bussa alla porta. Anche a quella di Granellini che, ormai quarantenne, riuscirà finalmente a sapere, e a capire e soffrire in modo diverso dal precedente, per attingere autenticamente e coraggiosamente alla vita. Fautrice di questa maieutica del sé Elisa, seconda moglie del giornalista, giunta dopo una serie di esperienze amorose condotte all’insegna dello sperpero emotivo e del disimpegno sentimentale.

In lei Gramellini riconosce l’amore vero fin da quando, intrecciate per la prima volta le dita con quelle della donna, si protende a baciarla e sente che le sue labbra sanno di bei sogni, esattamente quelli che la madre del giornalista era solita augurargli la sera, seduta sul bordo del letto.

Fai bei sogni mi ha parlato nell’intimo e mi ha commosso; è già capitato a tanti e capiterebbe credo ai molti che, affrontando una prova di dolore, una perdita, un abbandono, si sentono schiacciati, sgretolati e tuttavia fin in fondo intendono ricostruirsi e sperano e lavorano in tal senso, tenendo i piedi ben piantati per terra, senza però mai smettere di alzare gli occhi al cielo. Sparso di frasi sentenziose a mo’ di proverbi, dall’apparenza banale ma che inducono a riflettere, l’autobiografia di Gramellini, come ogni terapia psichica che voglia funzionare, unisce il momento del conforto con quello del rimbrotto, ti tiene all’erta, ti pungola, ti fa sentire partecipe e vivo.

“Se un sogno è il tuo sogno, quello per cui sei venuto al mondo,- scrive Gramellini – puoi passare la vita a nasconderlo dietro una nuvola di scetticismo, ma non riuscirai mai a liberartene. Continuerà a mandarti dei segnali disperati, come la noia e l’assenza di entusiasmo, confidando nella tua ribellione”.

Leggendo Fai bei sogni, più volte mi è venuto in mente Nino, il giocatore che De Gregori invita a non aver paura di tirare un calcio di rigore, perché non è da questi particolari che si giudica un giocatore, “un giocatore – dice il cantautore romano – lo vedi dal coraggio, dall’altruismo, dalla fantasia”: sono questi, credo, i sogni che non rinnegano la realtà .☺

LucianaZingaro@libero.it

 

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