Ricordo con nostalgia quando, ancora piccolo, mi aggregavo alla comitiva di mio fratello più grande di me, il quale doveva subire anche i rimproveri dei suoi amici che non sopportavano la mia presenza: “Cade fa’ quistu schezzòpp ’le, r’mann’le n’a case!”. Ed io, per impietosirli, scoppiavo in un pianto dirotto fino a quando si convincevano a portarmi con loro. Certo, il percorso era arduo e lungo: si trattava di arrivare fino all’Abbazia di Sant’Elena, tra San Giuliano di Puglia e Santa Croce di Magliano, dove cresceva abbondante la liquirizia. Quindi, con il proprio sarchietèlle sulle spalle, con il manico appositamente ridotto perché si notasse il meno possibile, ci si avviava cantando e fischiettando come i sette nani di Biancaneve. I manici venivano accorciati perché c’era da affrontare ’u guardietretture, tale Michelantonio Di Marzo, della famiglia soprannominata Tagghievende. A mano a mano che ci avvicinavamo, sentivamo scandire in maniera sempre più chiara le minacce: “Aje v’dè c’ate fà che quissi sarchije!”. Ma poi la gioia era grande quando un po’ nascondendoli dietro il nostro corpo, un po’ girando al largo, ci allontanavamo di corsa lungo la discesa del tratturo verso il santuario.
Oggi, a distanza di tanti anni, tornando con la memoria a quegli episodi diciamo che forse la guardia avrebbe dovuto essere più severa perché, anche se non sarà stata solo colpa nostra, le ultime volte che sono stato a Sant’Elena ho cercato invano una pianta di liquirizia.
La liquirizia (Glycyrrhiza glabra L.) è una pianta appartenente alla famiglia delle Leguminose. Il nome del genere deriva da due termini greci glykys = dolce, e rhíza = radice. Quello della specie, glabra, è invece riferito al fatto che la pianta è liscia e priva di peli. La glabra è la specie più dolce ed è proprio quella utilizzata nei processi estrattivi. Ma la radice può essere anche masticata così come viene estirpata dopo una semplice essiccazione e si trova in vendita nelle erboristerie e nelle farmacie.
Pianta perenne e cespugliosa, la liquirizia può raggiungere anche l’altezza di un metro. Le sue foglie sono composte, i fiori piccoli, violacei, riuniti in infiorescenze racemose; il rizoma è legnoso di color bruno esternamente, giallastro all’interno, di sapore dolce.
Il suo habitat ideale sono i luoghi incolti e aridi, lungo i corsi d’acqua e i litorali, ma spesso, coltivata o inselvatichita, la possiamo trovare fino a 1.000 metri di altitudine. Fiorisce a giugno-luglio e la radice viene raccolta in settembre, preferibilmente al terzo anno di età.
Nota fin dall’antichità, la si trova citata nei testi di Dioscoride, Plinio e Teofrasto, che la soprannominavano “lo zucchero dei poveri”. La liquirizia venne introdotta in Italia nel X secolo dai Benedettini. Già nel 1500 era molto apprezzata, ma la sua coltivazione e la sua produzione si consolidarono soprattutto nel Regno delle Due Sicilie, in seguito all’interessamento delle famiglie nobili, grandi proprietarie terriere. Dalla fine dell’Ottocento l’attività estrattiva subì una notevole riduzione fino a cessare quasi del tutto tra il 1935 e il 1940, quando dovette fronteggiare la concorrenza americana.
Le sue proprietà benefiche sono riconosciute anche nell’ambito della ricerca scientifica. In particolare è nota la sua efficacia nelle malattie respiratorie: mitiga il riflesso della tosse, rende fluide le secrezioni faringee e bronchiali, esercita un’azione disinfiammante sulle mucose irritate. Anche le gastriti, le ulcere dello stomaco e le difficoltà digestive migliorano in modo soddisfacente grazie alla liquirizia.
Un consumo elevato di liquirizia (nell’ordine di qualche decina di pastiglie al giorno) può tuttavia determinare un innalzamento della pressione arteriosa. Questo vegetale, infatti, aumenta la ritenzione di sodio e di acqua nell’organismo, favorendo l’eliminazione del potassio, indispensabile per una buona regolazione dei livelli pressori. Per questo motivo, in passato, veniva inclusa nella razione alimentare dei soldati inviati a combattere nelle zone aride. Chi invece soffre di ipertensione non dovrebbe consumare regolarmente liquirizia.
La liquirizia può essere impiegata per preparare tisane e sciroppi.
Per ottenere la tisana, basta mettere un cucchiaino da tè di radice sminuzzata in ¼ di litro di acqua, fare bollire per 3-4 minuti, spegnere il fuoco e lasciare in infusione per 10 minuti, infine filtrare e bere senza dolcificare.
Se si vuole invece preparare uno sciroppo, occorrono due cucchiai di radici spezzettate e schiacciate in ½ litro di acqua. Bisogna far bollire per un quarto d’ora e lasciare in macerazione per altri venti minuti; alla fine filtrare e aggiungere 400 g di miele. Se ne prendono due cucchiai tre volte al giorno lontano dai pasti.
giannotti.gildo@gmail.com
Ricordo con nostalgia quando, ancora piccolo, mi aggregavo alla comitiva di mio fratello più grande di me, il quale doveva subire anche i rimproveri dei suoi amici che non sopportavano la mia presenza: “Cade fa’ quistu schezzòpp ’le, r’mann’le n’a case!”. Ed io, per impietosirli, scoppiavo in un pianto dirotto fino a quando si convincevano a portarmi con loro. Certo, il percorso era arduo e lungo: si trattava di arrivare fino all’Abbazia di Sant’Elena, tra San Giuliano di Puglia e Santa Croce di Magliano, dove cresceva abbondante la liquirizia. Quindi, con il proprio sarchietèlle sulle spalle, con il manico appositamente ridotto perché si notasse il meno possibile, ci si avviava cantando e fischiettando come i sette nani di Biancaneve. I manici venivano accorciati perché c’era da affrontare ’u guardietretture, tale Michelantonio Di Marzo, della famiglia soprannominata Tagghievende. A mano a mano che ci avvicinavamo, sentivamo scandire in maniera sempre più chiara le minacce: “Aje v’dè c’ate fà che quissi sarchije!”. Ma poi la gioia era grande quando un po’ nascondendoli dietro il nostro corpo, un po’ girando al largo, ci allontanavamo di corsa lungo la discesa del tratturo verso il santuario.
Oggi, a distanza di tanti anni, tornando con la memoria a quegli episodi diciamo che forse la guardia avrebbe dovuto essere più severa perché, anche se non sarà stata solo colpa nostra, le ultime volte che sono stato a Sant’Elena ho cercato invano una pianta di liquirizia.
La liquirizia (Glycyrrhiza glabra L.) è una pianta appartenente alla famiglia delle Leguminose. Il nome del genere deriva da due termini greci glykys = dolce, e rhíza = radice. Quello della specie, glabra, è invece riferito al fatto che la pianta è liscia e priva di peli. La glabra è la specie più dolce ed è proprio quella utilizzata nei processi estrattivi. Ma la radice può essere anche masticata così come viene estirpata dopo una semplice essiccazione e si trova in vendita nelle erboristerie e nelle farmacie.
Pianta perenne e cespugliosa, la liquirizia può raggiungere anche l’altezza di un metro. Le sue foglie sono composte, i fiori piccoli, violacei, riuniti in infiorescenze racemose; il rizoma è legnoso di color bruno esternamente, giallastro all’interno, di sapore dolce.
Il suo habitat ideale sono i luoghi incolti e aridi, lungo i corsi d’acqua e i litorali, ma spesso, coltivata o inselvatichita, la possiamo trovare fino a 1.000 metri di altitudine. Fiorisce a giugno-luglio e la radice viene raccolta in settembre, preferibilmente al terzo anno di età.
Nota fin dall’antichità, la si trova citata nei testi di Dioscoride, Plinio e Teofrasto, che la soprannominavano “lo zucchero dei poveri”. La liquirizia venne introdotta in Italia nel X secolo dai Benedettini. Già nel 1500 era molto apprezzata, ma la sua coltivazione e la sua produzione si consolidarono soprattutto nel Regno delle Due Sicilie, in seguito all’interessamento delle famiglie nobili, grandi proprietarie terriere. Dalla fine dell’Ottocento l’attività estrattiva subì una notevole riduzione fino a cessare quasi del tutto tra il 1935 e il 1940, quando dovette fronteggiare la concorrenza americana.
Le sue proprietà benefiche sono riconosciute anche nell’ambito della ricerca scientifica. In particolare è nota la sua efficacia nelle malattie respiratorie: mitiga il riflesso della tosse, rende fluide le secrezioni faringee e bronchiali, esercita un’azione disinfiammante sulle mucose irritate. Anche le gastriti, le ulcere dello stomaco e le difficoltà digestive migliorano in modo soddisfacente grazie alla liquirizia.
Un consumo elevato di liquirizia (nell’ordine di qualche decina di pastiglie al giorno) può tuttavia determinare un innalzamento della pressione arteriosa. Questo vegetale, infatti, aumenta la ritenzione di sodio e di acqua nell’organismo, favorendo l’eliminazione del potassio, indispensabile per una buona regolazione dei livelli pressori. Per questo motivo, in passato, veniva inclusa nella razione alimentare dei soldati inviati a combattere nelle zone aride. Chi invece soffre di ipertensione non dovrebbe consumare regolarmente liquirizia.
La liquirizia può essere impiegata per preparare tisane e sciroppi.
Per ottenere la tisana, basta mettere un cucchiaino da tè di radice sminuzzata in ¼ di litro di acqua, fare bollire per 3-4 minuti, spegnere il fuoco e lasciare in infusione per 10 minuti, infine filtrare e bere senza dolcificare.
Se si vuole invece preparare uno sciroppo, occorrono due cucchiai di radici spezzettate e schiacciate in ½ litro di acqua. Bisogna far bollire per un quarto d’ora e lasciare in macerazione per altri venti minuti; alla fine filtrare e aggiungere 400 g di miele. Se ne prendono due cucchiai tre volte al giorno lontano dai pasti.
Ricordo con nostalgia quando, ancora piccolo, mi aggregavo alla comitiva di mio fratello più grande di me, il quale doveva subire anche i rimproveri dei suoi amici che non sopportavano la mia presenza: “Cade fa’ quistu schezzòpp ’le, r’mann’le n’a case!”. Ed io, per impietosirli, scoppiavo in un pianto dirotto fino a quando si convincevano a portarmi con loro. Certo, il percorso era arduo e lungo: si trattava di arrivare fino all’Abbazia di Sant’Elena, tra San Giuliano di Puglia e Santa Croce di Magliano, dove cresceva abbondante la liquirizia. Quindi, con il proprio sarchietèlle sulle spalle, con il manico appositamente ridotto perché si notasse il meno possibile, ci si avviava cantando e fischiettando come i sette nani di Biancaneve. I manici venivano accorciati perché c’era da affrontare ’u guardietretture, tale Michelantonio Di Marzo, della famiglia soprannominata Tagghievende. A mano a mano che ci avvicinavamo, sentivamo scandire in maniera sempre più chiara le minacce: “Aje v’dè c’ate fà che quissi sarchije!”. Ma poi la gioia era grande quando un po’ nascondendoli dietro il nostro corpo, un po’ girando al largo, ci allontanavamo di corsa lungo la discesa del tratturo verso il santuario.
Oggi, a distanza di tanti anni, tornando con la memoria a quegli episodi diciamo che forse la guardia avrebbe dovuto essere più severa perché, anche se non sarà stata solo colpa nostra, le ultime volte che sono stato a Sant’Elena ho cercato invano una pianta di liquirizia.
La liquirizia (Glycyrrhiza glabra L.) è una pianta appartenente alla famiglia delle Leguminose. Il nome del genere deriva da due termini greci glykys = dolce, e rhíza = radice. Quello della specie, glabra, è invece riferito al fatto che la pianta è liscia e priva di peli. La glabra è la specie più dolce ed è proprio quella utilizzata nei processi estrattivi. Ma la radice può essere anche masticata così come viene estirpata dopo una semplice essiccazione e si trova in vendita nelle erboristerie e nelle farmacie.
Pianta perenne e cespugliosa, la liquirizia può raggiungere anche l’altezza di un metro. Le sue foglie sono composte, i fiori piccoli, violacei, riuniti in infiorescenze racemose; il rizoma è legnoso di color bruno esternamente, giallastro all’interno, di sapore dolce.
Il suo habitat ideale sono i luoghi incolti e aridi, lungo i corsi d’acqua e i litorali, ma spesso, coltivata o inselvatichita, la possiamo trovare fino a 1.000 metri di altitudine. Fiorisce a giugno-luglio e la radice viene raccolta in settembre, preferibilmente al terzo anno di età.
Nota fin dall’antichità, la si trova citata nei testi di Dioscoride, Plinio e Teofrasto, che la soprannominavano “lo zucchero dei poveri”. La liquirizia venne introdotta in Italia nel X secolo dai Benedettini. Già nel 1500 era molto apprezzata, ma la sua coltivazione e la sua produzione si consolidarono soprattutto nel Regno delle Due Sicilie, in seguito all’interessamento delle famiglie nobili, grandi proprietarie terriere. Dalla fine dell’Ottocento l’attività estrattiva subì una notevole riduzione fino a cessare quasi del tutto tra il 1935 e il 1940, quando dovette fronteggiare la concorrenza americana.
Le sue proprietà benefiche sono riconosciute anche nell’ambito della ricerca scientifica. In particolare è nota la sua efficacia nelle malattie respiratorie: mitiga il riflesso della tosse, rende fluide le secrezioni faringee e bronchiali, esercita un’azione disinfiammante sulle mucose irritate. Anche le gastriti, le ulcere dello stomaco e le difficoltà digestive migliorano in modo soddisfacente grazie alla liquirizia.
Un consumo elevato di liquirizia (nell’ordine di qualche decina di pastiglie al giorno) può tuttavia determinare un innalzamento della pressione arteriosa. Questo vegetale, infatti, aumenta la ritenzione di sodio e di acqua nell’organismo, favorendo l’eliminazione del potassio, indispensabile per una buona regolazione dei livelli pressori. Per questo motivo, in passato, veniva inclusa nella razione alimentare dei soldati inviati a combattere nelle zone aride. Chi invece soffre di ipertensione non dovrebbe consumare regolarmente liquirizia.
La liquirizia può essere impiegata per preparare tisane e sciroppi.
Per ottenere la tisana, basta mettere un cucchiaino da tè di radice sminuzzata in ¼ di litro di acqua, fare bollire per 3-4 minuti, spegnere il fuoco e lasciare in infusione per 10 minuti, infine filtrare e bere senza dolcificare.
Se si vuole invece preparare uno sciroppo, occorrono due cucchiai di radici spezzettate e schiacciate in ½ litro di acqua. Bisogna far bollire per un quarto d’ora e lasciare in macerazione per altri venti minuti; alla fine filtrare e aggiungere 400 g di miele. Se ne prendono due cucchiai tre volte al giorno lontano dai pasti.
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