La mia creatura
29 Aprile 2017
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La mia creatura

Oggi vi voglio raccontare la storia di SUSI. No, la storia di S.U.S.I., con i punti fra le lettere. L’abbreviazione sta – in tedesco – per Solidarisch, Unabhängig, Sozial, International. E vuole dire in italiano Solidali, Independenti, Sociali, Internazionali. Questo è il nome di un’associazione che ho fondata a Berlino (Est), assieme a quattro amiche, nel lontano 1989. Eravamo riunite in casa mia la sera del 9 novembre di quell’ anno, discutendo sulla situazione nel paese e le prospettive di una nostra maggiore partecipazione alla democratizzazione. E mentre in casa mia è nata l’idea di formare un’associazione culturale con lo scopo di divulgare la cultura del cosiddetto “terzo mondo”, fuori il governo della DDR prese la decisione di aprire il muro, cosa che venimmo a sapere solo la mattina seguente.
Fra quella riunione notturna e l’inaugurazione, l’8 marzo del 1992, del Centro Intercultura di donne S.U.S.I., ci sono stati mesi di ricerca di uno spazio dove svolgere le nostre attività, e c’è stato anche un cambiamento del nostro progetto. C’è stato l’inverno 1989/1990 quando per la prima volta si sono verificate aggressioni contro gli immigrati che vivevano nella nostra parte della città, si sono avuti atteggiamenti razzisti e nazionalisti per strada; come donne, nella primavera del 1990 abbiamo deciso di creare uno spazio per le donne immigrate, uno spazio dove esse potessero avere la possibilità di riunirsi, di far valere le loro capacità artistiche e di aiutarsi a vicenda per risolvere i loro problemi: la crescente emarginazione, la perdita del lavoro, la salute, etc. Confesso che anche per noi, le cinque donne della DDR, la realizzazione di questo progetto era un modo di venire a capo dell’imminente unificazione delle due Germanie, delle due parti della città di Berlino. Anche noi avevamo grossi problemi, anche noi avevamo perso il lavoro, anche noi, il giorno dopo l’unificazione, ci sentivamo straniere in un paese dove si parlava la nostra stessa lingua, ma dove tutto il resto della vita quotidiana era diverso. Diverso il rapporto cittadino-istituzioni, diverso il funzionamento di quelle istituzioni, diverso, in alcuni casi, il significato di una parola in tedesco.
Abbiamo dovuto imparare come si gestisce un’associazione, come si ottiene lo status di “organizzazione senza scopo di lucro”, come si redige uno statuto, come si fanno le domande per un finanziamento da parte dello stato.
Posso dire che abbiamo imparato bene, anche grazie all’aiuto solidale di altre associazioni che esistevano da tempo a Berlino ovest. La municipalità di Berlino, preoccupata della crescente xenofobia fra gli abitanti di Berlino Est, accettò il nostro progetto e cominciò a darci i soldi per pagare l’affitto di un locale, lo stipendio per tre donne che lavoravano a tempo pieno e per una che lavorava a mezzo tempo. Ed in più i soldi per pagare le donne straniere che offrivano, in S.U.S.I., concerti, letture di poesia, corsi di yoga o danza del ventre, corsi di pittura e di cucina etnica.
Una cosa è stata chiara dall’inizio: i posti di lavoro si offrivano a donne straniere, con l’eccezione di quello per una tedesca che doveva sbrigare, con perfetta conoscenza della lingua, i rapporti con la municipalità e l’ufficio del lavoro. In quei primi anni, nella Germania unificata, esisteva un programma di creazione di lavori socialmente utili, e l’ufficio del lavoro pagava – se il nostro progetto era convincente – lo stipendio per una o più donne che venivano a lavorare per un anno da noi. Nei migliori momenti dell’esistenza di S.U.S.I. vi hanno lavorato fino a venti donne, arrivate in Germania dall’America Latina, dalla Polonia, dalle repubbliche dell’ex-Unione Sovietica, dal Vietnam, dal Congo, dalla Romania, dalla Bulgaria, dalla Grecia, dalla Turchia ed anche dall’Italia (una pugliese ed una marchigiana).
Non esiste una statistica vera delle donne che in questi 25 anni, dall’8 marzo 1992 fino all’8 marzo 2017, hanno lavorato in S.U.S.I., sia stabilmente, sia per un anno, sia come stagiste, ma penso di non esagerare se dico che sono state almeno 600. E se ci penso bene, questo significa che il governo tedesco ha potuto comperare almeno un aereo di guerra in meno. Ma soprattutto significa che tutte queste donne, ed anche le donne che hanno partecipato ai concerti, ai diversi corsi artistici, alle lezioni di tedesco – ed anche alle feste – organizzati da S.U.S.I. si sono sentite, a Berlino, un poco di più a casa.
La storia di questi 25 anni è piena di momenti di felicità e di dolore, di nascite e di morti. Ma di questo vi parlerò la prossima volta.

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