La promessa nell’esilio
18 Luglio 2021
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La promessa nell’esilio

Il giorno in cui ho lasciato Roma per trasferirmi ad abitare in Molise, il taxi che dal cuore della Capitale – da quella Piazza Capranica, tra il Parlamento e il Pantheon, in cui all’epoca risiedevo – mi portava fino al terminal dei bus della Stazione Tiburtina era guidato, neanche a farlo apposta, da un molisano. Chiunque abbia preso almeno una volta nella vita il taxi a Roma, sa che anche il più breve dei tragitti tra le strade capitoline può diventare occasione di dialogo sui massimi sistemi. Noi romani siamo fatti così: spontanei e chiacchieroni, con la battuta sempre pronta e a volte inopportuna. E il tassista romano – autoctono o di adozione che sia – di tutto ciò è l’emblema potenziato.

Così anche quel tratto di strada, che tante volte avevo percorso ma che quella mattina di metà settembre assumeva i connotati di una partenza speciale, è diventato ben presto l’occasione per un fitto scambio di battute col giovane autista molisano. Soprattutto quando ha saputo che ero diretto in Molise. “Ti trasferisci da Roma in Molise?” – mi ha chiesto quasi inchiodando di colpo e con lo sguardo perplesso sullo specchietto retrovisore. “Ma hai origini molisane, cioè la tua famiglia è di lì?”. Alla mia risposta negativa la sua perplessità cresceva a vista d’occhio. “Allora è per amore?”. “Sì, in un certo senso sì”, ho risposto io timidamente. “Cioè, hai la zita molisana e vi dovete sposare?”. “Veramente sono un prete…” gli dico. (E mettilo un c…. di colletto – avrebbe risposto Checco Zalone se fosse stato presente su quel taxi!). “Ah, sei un prete… e che ci vai a fare in Molise? Se da Roma ti mandano in Molise – ha proseguito con la sicurezza spaccona di chi è certo di dire un’ovvietà – due sono le cose: o l’hai combinata grossa e quindi devono punirti mandandoti in esilio, oppure vogliono metterti alla prova, per vedere quanto resisti in esilio!”. Qualunque fosse stata la mia risposta, comunque sia per il mio tassista molisano-romano era più che chiaro che stavo andando “in esilio”.

Non ho fatto in tempo a rispondere che, per fortuna, quel viaggio-interrogatorio era giunto ormai a destinazione: ho ingoiato la pillola e salutato con simpatia l’autista. “Buona fortuna!” – il suo laconico viatico. Il bus che mi avrebbe portato “in esilio” intanto era già pronto col motore acceso. Un ultimo sguardo, gonfio di lacrime, lanciato su quegli amati colli dei Castelli Romani in cui sono nato e cresciuto. E via, si parte.

Lungo il viaggio, col quale tagliavo l’Italia in due da un mare all’altro mare, quella domanda però mi tormentava, tagliando in due anche il mio cuore e scavando dentro le mie (in)certezze: “Che ci vai a fare in Molise?”. Ne è nato un colloquio, ben più intimo e serrato, stavolta non con l’autista, ma direttamente col Capo. Di questo – il lettore mi perdonerà – non riporterò i contenuti, fedele a quell’adagio biblico che afferma: “È bene tenere nascosto il segreto del Re” (Tb 12,7). Posso solo dire che il viaggio in bus, assai più di quello in taxi, mi ha rimesso nella pace.

Arrivato in Molise, una delle prime persone con cui ho fatto conoscenza è stata una ragazza, molisana, da poco rientrata in regione dopo una ricca parentesi di studio e lavoro a Roma. Le cose poi non erano girate per il verso giusto, ed è dovuta tornare a casa: “In questa terra che è un deserto!” – ha subito tenuto a precisare. L’immagine del deserto mi ha richiamato subito alla mente quella dell’esilio. Sembrava quasi che questa ragazza e il tassista si fossero coalizzati (e col tempo ho capito non essere gli unici due molisani a pensarla così) per convincermi che la “terra promessa” è a Roma, o altrove, ma comunque non in Molise: terra d’esilio, deserto che fa fatica a fiorire…

Sono ormai passati quasi due anni da quella mattina di settembre. Più della metà della mia permanenza qui in Molise è stata finora segnata dalla pandemia, che ha ridotto e necessariamente falsato ogni possibilità di conoscenza schietta e genuina con questa terra e la gente che la abita. Posso solo mettere in fila una serie di esperienze, nomi e sensazioni che, seppure in modo confuso, tracciano un primo acerbo mosaico di cose che a Roma o altrove non avrei potuto vivere o gustare con la stessa intensità: la tintilia e il caciocavallo impiccato; la mollica di San Giuseppe, l’acqua-sale e il maiale di casa; e poi ancora l’odore dell’orto appena annaffiato e quello della stalla con le mucche di San Pardo; il canto della carrese e la campana che sdvallon’ e dà il ritmo a una pietà popolare radicata e sincera; i tramonti silenziosi e le strade dissestate; la musicalità di un dialetto per me a tratti ancora incomprensibile; il sorriso della Madonna di Canneto e lo sguardo austero, ma ugualmente materno, di quella di Casacalenda, fino alle lacrime di quella di Castelpetroso; … e la lista potrebbe proseguire, e – sono certo – proseguirà.

In questa terra non sono nato. Eppure qui posso ogni giorno rinascere. In questa terra non sono cresciuto. Eppure qui ogni incontro, ogni esperienza, ogni conquista e ogni fallimento sono opportunità di crescita. Di questa terra non sono figlio ed io, sinceramente, non la sento come madre: di madre ce ne è una sola! Ma credo che con lei si possa diventare buoni amici.

Quanto a deserti, esili e terre promesse, come il mio amato compagno di strada Giuseppe Ungaretti neppure io mi illudo, perché da lui ho imparato che: “Si percorre il deserto con residui/ di qualche immagine di prima in mente./ Della Terra Promessa/ nient’altro un vivo sa”. Insomma, la terra promessa è già nell’esilio: dipende da come sai abitare anche il deserto.

Mi piacerebbe rincontrare un giorno quel tassista, per poterglielo dire.☺

 

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