La saga dei democratici
29 Aprile 2017
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La saga dei democratici

Elezioni a giugno? Macché! Ancora una volta, i nostri governanti hanno trovato il pretesto per tenerci al palo, con l’ennesima, “nuova” emergenza da risolvere, prima di lasciarci esercitare il nostro diritto di popolo sovrano. Come nello scorso numero, tenendo bene a mente uno dei limiti che maggiormente attanagliano gli italiani, la memoria corta, riteniamo opportuno ripercorrere un pezzo della nostra storia recente, al fine di capire se siamo davvero davanti ad una svolta epocale o ad una presa in giro senza vergogna.
La guerra interna tra le numerose fazioni del maggior partito di centro sinistra della penisola ebbe inizio nei primi anni novanta, quando gli esponenti di Democratici di Sinistra (DS) e Margherita cominciarono una lunga dissertazione, in corso ancora oggi, sul futuro della sinistra italiana. Fu il gruppo di Alleanza Democratica a lanciare l’idea di un grande partito dei moderati di sinistra, ma il lungo percorso che portò poi alla nascita del Partito Democratico nel 2007, dovette attendere una decina d’anni prima di essere ufficialmente intrapreso dalla classe dirigente dei riformisti, “finalmente” Uniti nell’Ulivo. Mentre le discussioni che arrivavano al grande pubblico riguardavano i valori posti a fondamento della compagine – i grandi ideali social-democratici, cristiano-sociali, liberal-democratici ed ecologisti – ancora oggi tra di loro antagonisti, la prima vera prova a cui venne sottoposta la coalizione non sembrava puntare a nient’altro che ad un equilibrio di poteri tra gli scranni che si pensava di conquistare, così polemicamente “uniti”. Ciò che non veniva mai, e dico mai, messo in discussione era lo spirito progressista, la decantata necessità di cambiare il Paese e l’Europa seguendo il faro del riformismo. Valore comune di riferimento, la difesa della Costituzione repubblicana, minacciata a dire di tutti dal leader-padrone del Centro-Destra, che più volte cercava di demolirne le fondamenta.
È curioso, col senno di poi, constatare quanto i colpi più duri inferti alla Carta siano stati sferrati proprio a partire da quel gruppo che si autoproclamava a difesa della stessa – basti pensare che lo stesso Romano Prodi, pochi mesi fa, si è schierato a favore di una pasticciata revisione costituzionale che il popolo ha bocciato sonoramente. Unico grande oppositore all’OPA (offerta pubblica d’acquisto, termine borsistico per indicare la scalata ad un’azienda) sul riformismo italiano da parte delle vecchie volpi democristiane, era il bistrattato Mussi, che col suo “Correntone” sembra tornare di estrema attualità e rivivere nella “nuova Cosa rossa”, che sembra volersi staccare dal Pd in queste ore. Minoritario il Correntone del tempo, irrisorio secondo i primi sondaggi il peso specifico della nuova diaspora democratica: come riportato dal Fatto Quotidiano, la perdita di consensi prevista per il Pd dall’ennesima spaccatura oscillerebbe tra il 3 e l’8 percento (più 3 che 8 secondo i sondaggisti). Inezie, se sommate ad un’altra storica tendenza che contraddistingue l’elettorato italiano: il voto strategico.
Tornando alla nostra saga dei corsi e ricorsi storici, non vi pare forse curioso, per non dire ridondante, che ai tempi del governo Prodi II vi fu un serio tentativo di “dialogo” tra lo stesso PD ed UDC, AN e Lega Nord? Ancora più “noioso” il fatto che, insieme all’allora segretario Veltroni, fosse proprio l’attuale ministro Franceschini a portare avanti tali trattative. Un Franceschini premiato ai tempi con la segreteria del Partito ed oggi tornato al centro delle nuove consultazioni tra le aree del PD. Un piccolo singhiozzo si levò così dall’area più socialista del Partito, che arrivò persino ad eleggere il nuovo segretario con Bersani. Al singhiozzo seguì il rigurgito di chi, democristiano nel midollo, decise di uscire dal partito a trazione socialista. A Rutelli, che pure era entrato con la sua Margherita dai numeri non strabilianti nel PD, a danno dei più forti DS, non andava giù che la vecchia DC non fosse riuscita a debellare definitivamente il virus delle idee socialiste. Una successiva prova di compattezza, che faceva ben sperare i riformisti, venne dai referendum del 2011, quando le diverse aree si schierarono compatte a difesa, tra le altre cose, dell’acqua pubblica. Salvo poi dimenticarsene qualche anno più tardi – pensate a come stanno cercando di riproporne la privatizzazione!
Insomma, ora che siamo giunti al capolinea, che avremmo bisogno di un’inversione di rotta seria e decisa, che il popolo ha più volte dimostrato la voglia di vedere garantiti i diritti fondamentali, quelli sul lavoro dignitoso, sulla pubblicità dei servizi essenziali, via via fino al testamento biologico e ai diritti civili, ora che la crisi ha spazzato via quel ceto medio a cui strizzava l’occhio l’unione tra democristiani, liberali, ecologisti e riformisti, cosa fa il PD? Rimanda tutto alla fase post- congressuale. Ora la priorità per l’Italia è che la guerra interna tra le quattro grandi correnti del centro-sinistra arrivi alla resa dei conti. E chi se ne frega delle vere emergenze, dei drammi vissuti dalla popolazione. Così come negli anni novanta e nei primi duemila, ciò che importa agli italiani (!) è una saporita dissertatio sulla legge elettorale, su come insomma permettere alle vecchie volpi di contare ancora qualcosa, mentre il popolo muore di stenti. Non vi pare, forse, il solito copione, trito ed offensivo? Se questo è il partito che dovrebbe rivolgersi agli operai, ai meno abbienti, ai giovani, ai disperati, beh, non ci sorprende che il populismo continui a mietere vittime. Ancora una volta siamo “costretti”, anche noi atei ed agnostici, ad ascoltare Papa Francesco per sentire, davvero, qualcosa di sinistra.

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