la salvia
14 Aprile 2010 Share

la salvia

 

“Di che morirà l’uomo che ha la salvia nell’orto?” (Cur moriatur homo cui salvia crescit in orto?), chiede il celebre detto riportato in tutti i libri di fitoterapia che ci hanno tramandato i medici della scuola salernitana. E ancora: “Come mai muore l’uomo che ha la salvia nell’orto?”. Perché contra vim morti non est medicamen in ortis (“contro il male della morte non c’è rimedio”). Insomma la pianta sarebbe un’autentica Salvia salvatrix, naturae conciliatrix (“salvia salvatrice, consigliera della natura”). Per quanto scontato e banale possa sembrare introdurre la salvia con queste celebri citazioni, tuttavia rimane la maniera più efficace per presentare una pianta per la quale, secondo Sant’Ildegarda, antica patrona degli erboristi, non basterebbe l’intera pagina di un libro per elencare tutte le malattie che può guarire.

Anche il genere del nome scientifico Salvia, che deriva da salus, “salute”, o da salvus, “salvo”, ne lascia intendere le sue proprietà curative; proprietà confermate poi anche dal nome della specie officinalis, cioè farmaceutico.

La specie coltivata è proprio la Salvia officinalis L., pianta diffusa nei terreni esposti al sole e assai ramificata, legnosa nella parte inferiore ed erbacea in quella superiore, e quindi botanicamente un suffrutice che può raggiungere anche il metro di altezza.

Le foglie, che si raccolgono all’inizio della fioritura, a maggio, sono ovali, grigioverdi, rugose e fortemente profumate.

I fiori, violacei, hanno la corolla bilabiata e presentano un interessante e curioso meccanismo di impollinazione: gli stami infatti sono inseriti, in numero di due, presso la fauce della corolla mediante un corto filamento, ma delle due logge di cui ciascuna antera è formata, una soltanto è fertile e si trova all’estremità di un lungo braccio ricurvo ad arco; l’altra, quella sterile, chiude completamente l’ingresso della fauce corollina. Il dispositivo funziona esattamente come un bilanciere a bracci disuguali. Allorché un’ape o un altro insetto spinge la testa nella corolla per cercarvi il nettare, urta contro la loggia sterile che ne ostruisce l’imboccatura e l’urto fa automaticamente abbassare il bilanciere, la cui loggia fertile, battendo sul dorso dell’insetto, lo cosparge abbondantemente di polline. Esaurito tutto il polline, il dispositivo avvizzisce, mentre lo stimma, che era quasi nascosto nel labbro superiore, si abbassa e va a collocarsi nella esatta posizione in cui prima si trovava la loggia fertile, pronto a raccogliere il polline dal dorso di un insetto proveniente da un altro fiore.

Il frutto contiene semi talmente piccoli da richiederne circa duecento per arrivare al peso di un grammo.

Le proprietà terapeutiche sono più evidenti nelle foglie, le quali contengono un olio essenziale che dona il caratteristico aroma; l’olio è composto da una canfora e da un idrocarburo, glucosidi, sostanze tanniche, sostanze gommose, sostanze resinose, sostanze amare e acidi organici, tra cui prevale l’acido gallico dalle proprietà astringenti. La salvia tonifica lo stomaco e l’intestino, stimola la secrezione dei succhi gastrici favorendo così la digestione, calma la tosse, abbassa la febbre e la glicemia, diminuisce la sudorazione eccessiva e rafforza i nervi. Ha anche proprietà tonico-stimolanti e può essere assai utile un infuso per i convalescenti e per quanti sono sottoposti a stress fisico, intellettuale e nervoso.

Oltre all’uso interno, le preparazioni a base di salvia si usano esternamente come antisettiche e astringenti, disinfettanti delle ferite e cicatrizzanti delle piaghe. È inoltre indicata nelle gengiviti ed è utile per fare gargarismi nei casi di faringite e arrossamenti della gola. Le virtù antisettiche della salvia erano ben note in passato e a tal proposito si può ricordare un fatto curioso: nel 1630 un’epidemia di peste colpì la città di Tolosa, in Francia. Quattro ladri, non colpiti dalla peste, furono presi e condannati a morte avendo saccheggiato case e spogliati i cadaveri di ogni oggetto di valore; per aver salva la vita rivelarono il segreto della loro immunità: si frizionavano con aceto nel quale avevano fatto macerare foglie di salvia, rosmarino, timo e lavanda, gli antibiotici del povero. Il preparato, un buon antisettico e battericida, venne chiamato appunto “aceto dei quattro ladri”. Da allora, nell’Inghilterra medievale nacque il proverbio “Chi volesse viver per sempre, deve mangiar salvia in maggio”. È bene tuttavia ricordare che non bisogna abusare dei preparati di salvia, perché l’olio essenziale contiene sostanze tossiche affini a quelle dell’assenzio ed è anche particolarmente controindicata agli ipertesi.

L’infuso, che si prepara con un cucchiaino di foglie tritate in una tazza di acqua bollente, sostituisce con vantaggio la tazzina di caffé e dispone ugualmente bene alle attività della giornata. L’infuso di salvia è un buon tonico per capelli, ne favorisce la crescita e ne migliora l’aspetto. Le foglie fresche purificano l’alito e, strofinate sui denti ogni giorno, li rendono bianchissimi e li preservano dalle infezioni. Anche le gengive ne traggono beneficio.

In cucina, per il suo aroma intenso, è un ottimo condimento nei piatti a base di arrosti e marinate di carne, pollame, cacciagione. Ad eccezione dei lessi, si accompagna con le più svariate vivande e ne valorizza il sapore facilitando contemporaneamente la digestione.

Trote alla salvia

Salare e infarinare leggermente le trote ben pulite e farle cuocere nel burro aggiungendo tre o quattro foglie di salvia per ogni trota.

Liquore alla salvia

  Mettere in un vaso di vetro con 500 g di alcol da liquori, 30 foglie di salvia, due chiodi di garofano e la parte gialla della buccia di due limoni. Agitare il vaso ogni giorno e dopo due settimane colare l’estratto alcolico. Preparare uno sciroppo con g 250 di zucchero e g 250 di acqua, lasciarlo raffreddare ed unirvi l’estratto. Imbottigliare ed aspettare almeno due mesi prima dell’uso.

Decotto

Mettere 40 g di foglie secche di salvia in un litro di acqua fredda; portare ad ebollizione per otto minuti in un recipiente coperto; filtrare ed addolcire con miele. È indicato per tosse, mal di gola e faringiti. Bere tre tazze al giorno.

giannotti.gildo@gmail.com

 

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