Ascoltavo distrattamente il telegiornale, quando, qualche giorno fa, la mia attenzione è stata catturata da una notizia diversa, originale: un’industria di Trieste – riferiva la cronista – ha organizzato dei corsi di arte, filosofia, letteratura, logica, matematica destinati ai suoi operai, così, a titolo gratuito, su base di partecipazione volontaria, senza promettere agli uditori il successivo rilascio di pergamene, diplomi o alcunché di certificante. Una vera e propria scholé, per dirla coi Greci, un tempo-luogo atteso al libero esercizio della conoscenza e dello studio. Bello – ho pensato – sapere che un datore di lavoro si preoccupa di assicurare ai suoi dipendenti non solo l’ opportunità di realizzarsi nel mestiere e guadagnare, ma anche di formarsi culturalmente, sollecitando e soddisfacendo bisogni e desideri immateriali, che almeno nella breve durata non portano in tasca un euro di più; bello, poi, sapere che metà dei lavoratori di quella industria frequenta i corsi suddetti e se ne dice lieta, nonostante l’ovvio sacrificio per chi, già stanco dalla fatica del lavoro, sarebbe naturalmente portato dopo l’orario di fabbrica a scapparsene a casa. È evidente che esplorando campi del sapere ignoti o poco noti, stuzzicati da interrogativi nuovi, magari aerei eppure intriganti perché essenzialmente umani, ci si sente di crescere, di arricchirsi, di nobilitarsi.
Mi è venuta quindi in mente la nostra scuola, che alla scholé dei Greci antichi assomiglia sempre meno, che ha rinunciato alla missione di affinare la sensibilità, educare il gusto, arricchire il pensiero e per un singolare rovesciamento di ruoli assai meglio delle fabbriche si premura di certificare e retribuire competenze tecnico-pratiche di varia specie.
Del lessico modaiolo e cangiante della scuola non tratto, perché è argomento voluminoso e vano per lo più; fatto è che tra gli ultimi coni lessicali della scuola italiana un posto di primo piano spetta alla “competenza”, anzi, a dirla tutta, alle “competenze”: passaggio significativo quello che va dal singolare al plurale, perché mentre si moltiplica si sminuzza, si circoscrive un perimetro sempre più piccolo e parallelamente si passa dall’astratto al concreto.
A me piacciono le etimologie, perché mi pare che conoscere l’autentico e originario significato di una parola mi aiuti ad addentrarmi nella realtà della cosa indicata, per quello che essa è o vorrebbe essere. Nomina sunt res, in qualche modo è vero. Bene, il termine “competenza”, che nel vocabolario della lingua italiana vale quanto “abilità”, “idoneità”, è parente stretto del latino competere, che vuol dire certo “essere adatto a”, “essere padrone di”, ma significa pure “cercare di acquistare, di ottenere qualcosa” in concorrenza con qualcun altro, tanto che competitor indica in latino il rivale, specie nelle candidature politiche; del resto è trasparente fin nell’italiano l’affinità lessicale tra la parola “competenza” e la parola “competizione”.
Padronanza, declinata sopratutto nel concreto, e antagonismo, concorrenza, convergono dunque nel termine “competenza”. Nulla da dire né sull’una né sull’altro, né sul rispettabilissimo “saper fare” progenitore in ambito scolastico dell’attuale competenza né sulla componente agonistica insita nel competere, che è sicuramente sprone al miglioramento. Il dubbio è che né l’una né l’altro possano esaurire il compito della scuola. La scuola dovrebbe non solo offrire solide e ampie conoscenze, senza le quali non vi è competenza che tenga, ma dovrebbe saper invitare i ragazzi alla sfida del labirinto che è la conoscenza in quanto tale, dovrebbe far bruciare il desiderio mai finito di sapere che è nella natura dell’uomo, dovrebbe per ciò stesso essere quanto più possibile libera e gratuita, dovrebbe saper coniugare il sapere tecnico con quello umanistico nel senso più ampio del termine, perché è quest’ultimo che guida e sovrintende pensieri ed azioni, li fa emergere alla coscienza, ci distingue dagli automi, supera il qui e l’ora e si muove agile tra passato e futuro.
La scuola italiana come adesso è concepita pone le stesse difficoltà ad un fisico teorico, ad un chimico, ad un grecista, ad un anglista, ad uno storico dell’arte, quando si valichi la soglia delle competenze strettamente intese; certo è possibile insegnare a riconoscere una metafora, a fare un’ ossidoriduzione, a svolgere un’ equazione matematica ed enunciare una legge di fisica, ad individuare un panneggio di Bernini o il present-past, ma si è destinati all’indifferenza, se non alla derisione, non appena si inviti a gioire della bellezza enigmatica di un sonetto di Shakespeare e di un epiteto omerico, a cogliere la sublimità umanissima dell’estasi di santa Teresa, a provare un brivido davanti alla teoria della gravità universale o a quella dei quanti, che ci fanno affacciare su un universo ancora ignoto.
Diceva Eraclito che l’uomo non può mai entrare due volte nello stesso fiume, e il vescovo-filosofo Berkeley sosteneva che il sapore della mela non si trova nella mela, che non può gustare se stessa, né nella bocca di colui che la mangia: la conoscenza è continuo fluire ed è nel contempo accadimento, occasione.
“Siamo tutti nati dal seme celeste; abbiamo tutti lo stesso padre”, insomma siamo parte del mondo, scriveva con parole meravigliose Lucrezio; siamo mortali e consapevoli della nostra mortalità, eppure – sentenziava lo stesso Lucrezio – “il nostro appetito di vita è vorace, la nostra sete di vita insaziabile”.
Abbiamo stratificato sapere e saperi, che continuamente cambiano aspetto e si moltiplicano; ci sono frontiere che ora stiamo imparando a conoscere nelle profondità del tessuto dello spazio, nella natura del tempo, nel funzionamento dello stesso pensiero e qui, sul bordo di quello che sappiamo, a contatto con l’oceano di quello che non sappiamo, brillano il mistero del mondo, la bellezza del mondo e ci lasciano senza fiato. La scuola delle competenze non dovrebbe scordarlo☺
Ascoltavo distrattamente il telegiornale, quando, qualche giorno fa, la mia attenzione è stata catturata da una notizia diversa, originale: un’industria di Trieste – riferiva la cronista – ha organizzato dei corsi di arte, filosofia, letteratura, logica, matematica destinati ai suoi operai, così, a titolo gratuito, su base di partecipazione volontaria, senza promettere agli uditori il successivo rilascio di pergamene, diplomi o alcunché di certificante. Una vera e propria scholé, per dirla coi Greci, un tempo-luogo atteso al libero esercizio della conoscenza e dello studio. Bello – ho pensato – sapere che un datore di lavoro si preoccupa di assicurare ai suoi dipendenti non solo l’ opportunità di realizzarsi nel mestiere e guadagnare, ma anche di formarsi culturalmente, sollecitando e soddisfacendo bisogni e desideri immateriali, che almeno nella breve durata non portano in tasca un euro di più; bello, poi, sapere che metà dei lavoratori di quella industria frequenta i corsi suddetti e se ne dice lieta, nonostante l’ovvio sacrificio per chi, già stanco dalla fatica del lavoro, sarebbe naturalmente portato dopo l’orario di fabbrica a scapparsene a casa. È evidente che esplorando campi del sapere ignoti o poco noti, stuzzicati da interrogativi nuovi, magari aerei eppure intriganti perché essenzialmente umani, ci si sente di crescere, di arricchirsi, di nobilitarsi.
Mi è venuta quindi in mente la nostra scuola, che alla scholé dei Greci antichi assomiglia sempre meno, che ha rinunciato alla missione di affinare la sensibilità, educare il gusto, arricchire il pensiero e per un singolare rovesciamento di ruoli assai meglio delle fabbriche si premura di certificare e retribuire competenze tecnico-pratiche di varia specie.
Del lessico modaiolo e cangiante della scuola non tratto, perché è argomento voluminoso e vano per lo più; fatto è che tra gli ultimi coni lessicali della scuola italiana un posto di primo piano spetta alla “competenza”, anzi, a dirla tutta, alle “competenze”: passaggio significativo quello che va dal singolare al plurale, perché mentre si moltiplica si sminuzza, si circoscrive un perimetro sempre più piccolo e parallelamente si passa dall’astratto al concreto.
A me piacciono le etimologie, perché mi pare che conoscere l’autentico e originario significato di una parola mi aiuti ad addentrarmi nella realtà della cosa indicata, per quello che essa è o vorrebbe essere. Nomina sunt res, in qualche modo è vero. Bene, il termine “competenza”, che nel vocabolario della lingua italiana vale quanto “abilità”, “idoneità”, è parente stretto del latino competere, che vuol dire certo “essere adatto a”, “essere padrone di”, ma significa pure “cercare di acquistare, di ottenere qualcosa” in concorrenza con qualcun altro, tanto che competitor indica in latino il rivale, specie nelle candidature politiche; del resto è trasparente fin nell’italiano l’affinità lessicale tra la parola “competenza” e la parola “competizione”.
Padronanza, declinata sopratutto nel concreto, e antagonismo, concorrenza, convergono dunque nel termine “competenza”. Nulla da dire né sull’una né sull’altro, né sul rispettabilissimo “saper fare” progenitore in ambito scolastico dell’attuale competenza né sulla componente agonistica insita nel competere, che è sicuramente sprone al miglioramento. Il dubbio è che né l’una né l’altro possano esaurire il compito della scuola. La scuola dovrebbe non solo offrire solide e ampie conoscenze, senza le quali non vi è competenza che tenga, ma dovrebbe saper invitare i ragazzi alla sfida del labirinto che è la conoscenza in quanto tale, dovrebbe far bruciare il desiderio mai finito di sapere che è nella natura dell’uomo, dovrebbe per ciò stesso essere quanto più possibile libera e gratuita, dovrebbe saper coniugare il sapere tecnico con quello umanistico nel senso più ampio del termine, perché è quest’ultimo che guida e sovrintende pensieri ed azioni, li fa emergere alla coscienza, ci distingue dagli automi, supera il qui e l’ora e si muove agile tra passato e futuro.
La scuola italiana come adesso è concepita pone le stesse difficoltà ad un fisico teorico, ad un chimico, ad un grecista, ad un anglista, ad uno storico dell’arte, quando si valichi la soglia delle competenze strettamente intese; certo è possibile insegnare a riconoscere una metafora, a fare un’ ossidoriduzione, a svolgere un’ equazione matematica ed enunciare una legge di fisica, ad individuare un panneggio di Bernini o il present-past, ma si è destinati all’indifferenza, se non alla derisione, non appena si inviti a gioire della bellezza enigmatica di un sonetto di Shakespeare e di un epiteto omerico, a cogliere la sublimità umanissima dell’estasi di santa Teresa, a provare un brivido davanti alla teoria della gravità universale o a quella dei quanti, che ci fanno affacciare su un universo ancora ignoto.
Diceva Eraclito che l’uomo non può mai entrare due volte nello stesso fiume, e il vescovo-filosofo Berkeley sosteneva che il sapore della mela non si trova nella mela, che non può gustare se stessa, né nella bocca di colui che la mangia: la conoscenza è continuo fluire ed è nel contempo accadimento, occasione.
“Siamo tutti nati dal seme celeste; abbiamo tutti lo stesso padre”, insomma siamo parte del mondo, scriveva con parole meravigliose Lucrezio; siamo mortali e consapevoli della nostra mortalità, eppure – sentenziava lo stesso Lucrezio – “il nostro appetito di vita è vorace, la nostra sete di vita insaziabile”.
Abbiamo stratificato sapere e saperi, che continuamente cambiano aspetto e si moltiplicano; ci sono frontiere che ora stiamo imparando a conoscere nelle profondità del tessuto dello spazio, nella natura del tempo, nel funzionamento dello stesso pensiero e qui, sul bordo di quello che sappiamo, a contatto con l’oceano di quello che non sappiamo, brillano il mistero del mondo, la bellezza del mondo e ci lasciano senza fiato. La scuola delle competenze non dovrebbe scordarlo☺
La scuola dovrebbe non solo offrire solide e ampie conoscenze, senza le quali non vi è competenza che tenga, ma dovrebbe saper invitare i ragazzi alla sfida del labirinto che è la conoscenza in quanto tale, far bruciare il desiderio di sapere che è nella natura dell’uomo, dovrebbe saper coniugare il sapere tecnico con quello umanistico perché è quest’ultimo che guida e sovrintende pensieri ed azioni, li fa emergere alla coscienza.
Ascoltavo distrattamente il telegiornale, quando, qualche giorno fa, la mia attenzione è stata catturata da una notizia diversa, originale: un’industria di Trieste – riferiva la cronista – ha organizzato dei corsi di arte, filosofia, letteratura, logica, matematica destinati ai suoi operai, così, a titolo gratuito, su base di partecipazione volontaria, senza promettere agli uditori il successivo rilascio di pergamene, diplomi o alcunché di certificante. Una vera e propria scholé, per dirla coi Greci, un tempo-luogo atteso al libero esercizio della conoscenza e dello studio. Bello – ho pensato – sapere che un datore di lavoro si preoccupa di assicurare ai suoi dipendenti non solo l’ opportunità di realizzarsi nel mestiere e guadagnare, ma anche di formarsi culturalmente, sollecitando e soddisfacendo bisogni e desideri immateriali, che almeno nella breve durata non portano in tasca un euro di più; bello, poi, sapere che metà dei lavoratori di quella industria frequenta i corsi suddetti e se ne dice lieta, nonostante l’ovvio sacrificio per chi, già stanco dalla fatica del lavoro, sarebbe naturalmente portato dopo l’orario di fabbrica a scapparsene a casa. È evidente che esplorando campi del sapere ignoti o poco noti, stuzzicati da interrogativi nuovi, magari aerei eppure intriganti perché essenzialmente umani, ci si sente di crescere, di arricchirsi, di nobilitarsi.
Mi è venuta quindi in mente la nostra scuola, che alla scholé dei Greci antichi assomiglia sempre meno, che ha rinunciato alla missione di affinare la sensibilità, educare il gusto, arricchire il pensiero e per un singolare rovesciamento di ruoli assai meglio delle fabbriche si premura di certificare e retribuire competenze tecnico-pratiche di varia specie.
Del lessico modaiolo e cangiante della scuola non tratto, perché è argomento voluminoso e vano per lo più; fatto è che tra gli ultimi coni lessicali della scuola italiana un posto di primo piano spetta alla “competenza”, anzi, a dirla tutta, alle “competenze”: passaggio significativo quello che va dal singolare al plurale, perché mentre si moltiplica si sminuzza, si circoscrive un perimetro sempre più piccolo e parallelamente si passa dall’astratto al concreto.
A me piacciono le etimologie, perché mi pare che conoscere l’autentico e originario significato di una parola mi aiuti ad addentrarmi nella realtà della cosa indicata, per quello che essa è o vorrebbe essere. Nomina sunt res, in qualche modo è vero. Bene, il termine “competenza”, che nel vocabolario della lingua italiana vale quanto “abilità”, “idoneità”, è parente stretto del latino competere, che vuol dire certo “essere adatto a”, “essere padrone di”, ma significa pure “cercare di acquistare, di ottenere qualcosa” in concorrenza con qualcun altro, tanto che competitor indica in latino il rivale, specie nelle candidature politiche; del resto è trasparente fin nell’italiano l’affinità lessicale tra la parola “competenza” e la parola “competizione”.
Padronanza, declinata sopratutto nel concreto, e antagonismo, concorrenza, convergono dunque nel termine “competenza”. Nulla da dire né sull’una né sull’altro, né sul rispettabilissimo “saper fare” progenitore in ambito scolastico dell’attuale competenza né sulla componente agonistica insita nel competere, che è sicuramente sprone al miglioramento. Il dubbio è che né l’una né l’altro possano esaurire il compito della scuola. La scuola dovrebbe non solo offrire solide e ampie conoscenze, senza le quali non vi è competenza che tenga, ma dovrebbe saper invitare i ragazzi alla sfida del labirinto che è la conoscenza in quanto tale, dovrebbe far bruciare il desiderio mai finito di sapere che è nella natura dell’uomo, dovrebbe per ciò stesso essere quanto più possibile libera e gratuita, dovrebbe saper coniugare il sapere tecnico con quello umanistico nel senso più ampio del termine, perché è quest’ultimo che guida e sovrintende pensieri ed azioni, li fa emergere alla coscienza, ci distingue dagli automi, supera il qui e l’ora e si muove agile tra passato e futuro.
La scuola italiana come adesso è concepita pone le stesse difficoltà ad un fisico teorico, ad un chimico, ad un grecista, ad un anglista, ad uno storico dell’arte, quando si valichi la soglia delle competenze strettamente intese; certo è possibile insegnare a riconoscere una metafora, a fare un’ ossidoriduzione, a svolgere un’ equazione matematica ed enunciare una legge di fisica, ad individuare un panneggio di Bernini o il present-past, ma si è destinati all’indifferenza, se non alla derisione, non appena si inviti a gioire della bellezza enigmatica di un sonetto di Shakespeare e di un epiteto omerico, a cogliere la sublimità umanissima dell’estasi di santa Teresa, a provare un brivido davanti alla teoria della gravità universale o a quella dei quanti, che ci fanno affacciare su un universo ancora ignoto.
Diceva Eraclito che l’uomo non può mai entrare due volte nello stesso fiume, e il vescovo-filosofo Berkeley sosteneva che il sapore della mela non si trova nella mela, che non può gustare se stessa, né nella bocca di colui che la mangia: la conoscenza è continuo fluire ed è nel contempo accadimento, occasione.
“Siamo tutti nati dal seme celeste; abbiamo tutti lo stesso padre”, insomma siamo parte del mondo, scriveva con parole meravigliose Lucrezio; siamo mortali e consapevoli della nostra mortalità, eppure – sentenziava lo stesso Lucrezio – “il nostro appetito di vita è vorace, la nostra sete di vita insaziabile”.
Abbiamo stratificato sapere e saperi, che continuamente cambiano aspetto e si moltiplicano; ci sono frontiere che ora stiamo imparando a conoscere nelle profondità del tessuto dello spazio, nella natura del tempo, nel funzionamento dello stesso pensiero e qui, sul bordo di quello che sappiamo, a contatto con l’oceano di quello che non sappiamo, brillano il mistero del mondo, la bellezza del mondo e ci lasciano senza fiato. La scuola delle competenze non dovrebbe scordarlo☺
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