vittime del non-lavoro  di Luciana Zingaro
1 Dicembre 2012
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vittime del non-lavoro di Luciana Zingaro

 

Lavorare stanca, ma nobilita.

Mani ruvide, dita ritorte e screziate di uno sporco pulito, sguardo vagamente abbacinato, postura sofferta di dignità: la mia foto del lavoro sarebbe questa, perché il lavoro per me è in primo luogo fatica fisica, lo associo ai campi, alle miniere, alle impalcature, al tornio. Uno stereotipo, retaggio di una cultura contadina che misura il lavoro a colpi di sudore e reni spezzate; in realtà so bene che il lavoro è cura, tensione verso, a prescindere dall’ambito in cui lo sforzo si esplichi. È questione di intensità, di tenore del desiderio, il lavoro: allora fatica il fabbro come fatica la sarta, l’ingegnere fatica come l’impiegato, finanche il professore fatica, perché non è vaneggiare la sua logorrea, ma tentativo sfibrante di trasmissione di conoscenza.

Attualizzare un talento, fare che diventi la specie concreta di un prodotto, materiale o immateriale che sia. Tale il lavoro. Lo dice pure il vocabolario etimologico della lingua italiana, che alla voce “lavoro” ricorda che il termine, presente in forme di poco dissimili le une dalle altre in tutte le lingue romanze, deriva dal latino labor, a sua volta legato ad una radice indoeuropea labh, che ha il senso proprio di afferrare e quello figurato di volgere il desiderio, la volontà, l’intento, l’opera verso qualcosa, che è quanto dire agognare, intraprendere, ottenere, impossessarsi.

“Una parola, lavoro, che dice l’essenza essenziale dell’uomo che perviene storicamente ad auto-addomesticarsi in transazione auto-iniziatica, come si racconta in tutte le fiabe, dalla natura alla cultura”. Non Taylor né Ford; sorprendentemente Sanguineti, che di umanesimo ne sa e il marxismo, fosse anche nella dimensione meramente contemplativa, non lo disdegna.

Più poetico, lieve, penetrante di intuito, Gibran scriveva che il lavoro “è poter andare di pari passo con la terra e la sua anima. Poiché oziare significa diventare estranei alle stagioni e uscire dalla processione della vita” e proseguiva “quando voi lavorate siete un flauto che nel suo cuore volge in musica il mormorio delle ore”.

Ritmo e senso del vivere, medium di passaggio dall’animale che sente all’uomo che medita il desiderio, armonia dell’essere al mondo: è quanto lavoro.

Pochi giorni fa l’ennesima vittima del non-lavoro in Italia, un quarantacin- quenne precario della scuola da vent’anni, una seconda laurea appena conseguita per aumentare le chance di stabilizzazione nella professione docente: nulla di fatto e lui, famiglia e due figli, sacrifici a iosa alle spalle, non ha retto,  si è tolto la vita.

Di fronte alla tragedia del suicidio si può alzare le mani e sospendere il giudizio, mai ricorrere invece alla mente instabile quale agente causante astratto, senza guardare a chi o cosa ha reso disperatamente labile una psiche magari ipersensibile, non malata a priori. A meno che in Italia non vi sia un’epidemia di menti patologicamente fragili, molte delle quali – manco a dirlo – facenti capo a un disoccupato, un inoccupato, un precario del lavoro, un uomo o una donna la cui vita sia stata annientata dalla mancanza di lavoro o da un lavoro sottopagato al punto da risultare nullo e nulla.

Di economia non mi intendo, di politica poco, quel che capisco io sarebbe alla portata di un bimbo. Però nella semplicità è la verità e la sostanza delle cose. Io capisco che in Italia e nel mondo intero c’è troppa gente che vive di stenti e troppo poca che vive nell’agio estremo; capisco che questa forbice tra ricchi ultras ed ultra poveri, additata da ogni dove come sintomo della crisi del capitalismo, non è giusta affatto né giustificabile; capisco che non sarebbe affatto arduo stanare le radici di tanta ingiustizia e porvi rimedio e che bisognerebbe provvedere su scala mondiale e nazionale ad una più equa distribuzione delle ricchezze proprio a mezzo di una mutata politica del lavoro, per cui, sottratto l’oligopolio del lavoro a pochi cartelli della finanza e dell’industria e a sparute élite autocooptantesi, venisse incentivato il lavoro a misura d’uomo, fondato sulla qualità del prodotto e sulla giusta remunerazione del lavoro che vi è sotteso. Ne guadagnerebbe il nostro stile di vita, ormai così disanimato.

Se si volesse cambiare, si potrebbe. Ma la capacità economica è libertà e indipendenza, mentre la gente affamata e senza lavoro è la pasta di cui sono fatte le dittature, come diceva Roosevelt. Chissà che qualcuno, pochi, non abbia ben ponderato e deciso definitivamente per tutti.

L’invito rivolto dal ministro Fornero ai giovani italiani, affinché in fatto di lavoro non siano troppo schizzinosi (lei, però, se l’è cavata con un choosy, che fa tanto New England e puritanesimo) mi ha provocato fastidio, l’ho trovato offensivo della verità, del ruolo del ministro medesimo, della sensibilità e dell’intelligenza degli italiani tutti, giovani e meno: perché la verità è che lavoro ne esiste sempre meno e le possibilità di scelta sono relegate al mondo delle idee; perché un ministro non dovrebbe parlare come un predicatore millenarista, ma impegnarsi a progettare e presentare ipotesi concrete di cambiamento migliorativo; perché di giovani – e adulti – che si adattano a far qualunque cosa purché si faccia l’Italia è piena assai più che di schizzinosi e questi ultimi, a dire il vero, preferibilmente errano nella cinta sociale cui la stessa Fornero appartiene e da cui il novanta per cento degli Italiani è estromesso.

Il ministro Fornero, e larga parte dei ministri del nostro super-tecnico governo, mi sa di freddo, la stessa pressione sanguigna di un automa, una radicale incapacità di leggere nella storia, nelle storie degli Italiani, un classismo doloso e malcelato.

Sono stata di recente ad un festa di metà autunno organizzata a Castelbottaccio: clima suggestivo, vino novello, caldarroste, aperte e funzionanti le botteghe del falegname, del fabbro, dello scalpellino del paese. Un anziano signore, quasi inorgoglito dal fatto che la festa avesse meritato l’afflusso di qualche “cittadino” campobassano, ci ha onorato della sua compagnia per tutta la serata raccontandoci aneddoti del paese, descrivendo tradizioni passate, ricordando gli antichi mestieri ormai perduti. Una narrazione felicemente pacata e affascinante. Ad un certo punto, un motto popolare molisano: “né tresc’, né spicc’ l’aia” (né trebbia, né sgombra l’aia). Ne ho riso dapprima, poi subito – efficacia icastica del mondo rurale – mi è venuta  in mente l’inerzia paludata e tattica di troppi dei nostri politici.☺

LucianaZingaro@libero.it

 

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