La vita degli altri dipende anche da noi
29 Aprile 2017
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La vita degli altri dipende anche da noi

«E voi non pretendete di ipotecare i piani del Signore, nostro Dio, perché Dio non è come un uomo a cui si possano fare minacce, né un figlio d’uomo su cui si possano esercitare pressioni. Perciò attendiamo fiduciosi la salvezza che viene da lui, supplichiamolo che venga in nostro aiuto e ascolterà il nostro grido, se a lui piacerà. […] Fratelli, dimostriamo ai nostri fratelli che la loro vita dipende da noi, che le nostre cose sante, il tempio e l’altare, poggiano su di noi» (Gdt 8,16-17.24).
Il Libro di Giuditta è, come quello di Tobia, un libro deuterocanonico perché scritto in greco, non in ebraico. Più che un libro storico, esso è un racconto didattico che rivela il dramma della lotta tra la potenza salvifica divina e le forze oscure del male che operano in mezzo agli uomini, causando un’emorragia di fede e un’anemia di speranza. È la storia dell’opera divina che chiede la collaborazione dei giusti per smascherare gli ingranaggi della menzogna, tipici di quei sistemi di potere che tendono a divinizzarsi e a sostituirsi a Dio, decretando la sorte degli altri e giocando al ruolo di esseri onnipotenti.
Il libro racconta della vittoria dei giudei contro i nemici grazie all’intervento di una donna, Giuditta, che significa “giudea”. La trama inizia nella prima parte (1,1–7,32) presentando il re Nabucodonosor che, assetato di potere, desidera sottomettere ogni popolo e distruggere ogni fede che si rifiuti di prestare culto a lui. Per questo invia il suo generale Oloferne ad assediare la città di Betulia. Nella seconda parte (8,1–16,25), quando ormai i cittadini sono sull’orlo della resa perché privi di acqua, una vedova giovane, bella, saggia e piena di fede, Giuditta, interviene per rimproverare i capi della loro mancanza di fede in Dio e risvegliare nel suo popolo la speranza della vittoria. Con le sue doti, questa donna riuscirà non solo a neutralizzare l’arroganza di Nabucodonosor e di Oloferne, ma anche la codardia dei concittadini pronti alla resa.
Nel nostro immaginario collettivo Giuditta è la donna che tiene stretta tra le mani come un trofeo la testa di Oloferne e che richiama immediatamente un’altra donna, Erodiade, e un’altra testa, quella del Battista (cf. Mc 6,17-29). Si sovrappongono così nella nostra mente due immagini antitetiche: la donna che fronteggia il malvagio e la donna che chiude la bocca al santo. Due donne forti e determinate: l’una per il bene, l’altra per il male. Ma Giuditta in realtà è più di una singola persona perché assomma in se stessa tutti i tratti di tutte quelle donne che hanno salvato Israele con la loro saggezza e la loro dedizione, stringendo tra le mani l’arma della fede. Dinanzi all’uomo responsabile delle decisioni significative nella società ebraica ma così accecato dal potere da non trovare altra soluzione che consegnarsi al potere, l’autore sacro fa emergere il ruolo della donna, di colei che al potere preferisce le relazioni, la custodia dei valori autentici di un popolo, la solidarietà, la compassione, la fede nel Dio dell’impossibile. Giuditta la vedova, la donna senza figli, emerge luminosa all’interno della trama del libro perché mostra che ciò che è marginale agli occhi del mondo può essere fondamentale agli occhi di Dio (cf. 1Cor 1,27-28): la sua maternità spirituale nei confronti del suo popolo la rende capace di utilizzare la sua bellezza non per svendere se stessa, ma per confondere il nemico e riscattare quei fratelli della cui vita si sente profondamente responsabile.
In un tempo in cui l’individualismo corrode la rete delle relazioni nella quale siamo innestati, la Scrittura ci ricorda la forza della corresponsabilità. Nessuno vive per se stesso ed è contro natura vivere all’insegna dell’“ognuno per sé, Dio per tutti”. Ogni dono personale è gioia per sé, ma al tempo stesso fermento di fioritura e liberazione per gli altri.

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