lavoro festivo
2 Marzo 2011 Share

lavoro festivo

 

In un'Italia che non desidera più e nemmeno campa più, che marginalizza le menti capaci e paga stipendi e scorte ad evasori e donne inopportune, oso parlarvi ancora del lavoro nel dì di festa.

La Conferenza episcopale italiana del 15 Luglio 1984sul tema: “Il giorno del Signore”asseriva che: “La cultura contemporanea ha svuotato la domenica  del suo significato religioso originario e tende a sostituirlo sia con la fuga nel privato sia con i nuovi riti di massa” tra cui anche lo shopping domenicale. Per i Vescovi del Piemonte la svalutazione del giorno festivo impediva “una vera crescita personale, una sana vita familiare, nonché l'assunzione di doverose responsabilità di partecipazione alla vita civile e politica”.

In quegli anni il lavoro domenicale nel commercio era ben poca cosa ed aveva il carattere della eccezionalità. L'Italia viveva momenti meno duri, la gente non era aggredita da questo “stalking sociale” che genera ansia e paura a tutti i livelli: politico, sociale, economico e oserei dire anche… spirituale. Siamo arrivati fin qui nell'anno 2011 per discutere di libertà totale. Un negozio può restare aperto sempre 52 domeniche l'anno. Lo decidono i Sindaci in  nome di un progressismo che ricade sulle spalle dei più deboli. Se muori non importa a nessuno, nessuno risarcirà i danni materiali e morali ed i potentati economici con le loro corruttele potranno crescere, fagocitando tutto ciò che si muove e che pure ha fatto la storia di questa piccola e succube terra di Molise. Manca il “fattore R”. La reciprocità, una parola chiave in questi giorni bui. Ed ancora la gratuità, altro elemento cardine così ben espresso da Mons. Bregantini. A nulla son servite fin qui tutte le lotte di Commercio Attivo con l'aiuto del nostro Vescovo, dei sacerdoti che hanno lanciato appelli nelle chiese e dei sindacati dei lavoratori del commercio (CGIL e UIL), eccezion fatta per la CISL che addirittura plaude -udite, udite- all'inserimento di un luogo di culto nel centro commerciale, sperando forse in uno sconto speciale sui peccati o chiedere al Signore la forza di sopportare la croce – per i lavoratori dei centri commerciali – di non poter abbracciare i propri figli la domenica.

A noi piccoli resta la possibilità (magra) di tirar giù la serranda, mentre gli altri lavorano e scavano nella nostra economia locale, e cerchiamo di tenere in piedi uno straccio di vita sociale e personale. Ho chiesto aiuto a la fonte e ringrazio tutti per ciò che state già facendo, ma da queste pagine il mio appello va ai Sindaci, assenti stranamente dal dibattito.

Non comprendo come non si reagisca di fronte alla perdita anche dell'ultimo piccolo negozio che non ce la farà a resistere se i suoi  cittadini si dedicheranno allo shopping-gita domenicale nei centri commerciali. A nessuno importa della ipotetica signora Maria che, oltre a venderti il pane fresco tutti i giorni della sua vita, ti ha ascoltato quando avevi bisogno e magari ti ha confortato quando ti sentivi sola. Ho evitato tante volte di parlare da queste pagine di un tema che ormai mi nausea, ho occupato pagine e pagine dei quotidiani locali, ho lavorato fianco a fianco con le Istituzioni, con pazienza, con fiducia, con rispetto e con gratuità. Senza altri scopi se non la ricerca della umanità perduta, di un metodo per tenere in piedi la nostra fragile comunità, valorizzando il bello, valorizzando il Molise, così offeso, così violato.

Un numero di 20 domeniche a disposizione dei consumatori ci pareva un buon compromesso, tendenza media in molte città d'Italia che godono di una economia e di una geografia meno disgraziata della nostra. I piccoli comuni sono svincolati da ogni divieto e possono determinare le loro aperture come desiderano, potrebbero trarre forza dalla limitazione ai centri commerciali.

La petizione popolare è l'ultima chance. I moduli sono scaricabili dal sito di commercioattivo.blogspot.com; tutti possono aderire: commercianti, lavoratori, consumatori. Ci si può iscrivere all'associazione e dare ancora più vigore alle nostre istanze. Non voglio più tediarvi.

Prometto di riparlare dell'argomento solo se otterremo un valido e buon risultato e mi auguro che gli esercenti si rendano conto che, da buoni attori del proprio destino, si debbano pretendere a gran voce i propri diritti e la propria libertà. È vero, il mondo va avanti e dobbiamo metterci alla ricerca della formula vincente per la vita della nostra regione ed il progresso della nostra comunità-Molise. Vi sono agevolazioni per aprire negozi nei piccoli comuni, ma a chi verrà voglia di farlo nei nostri piccoli “paesi presepi”, con il carico fiscale che non cambia se vivi a Roma o a Roccapipirozzi? ☺

giuliadambrosio@hotmail.it

 

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