“Eccomi privo di ogni volontà/ non ho un nome, non ho età… se ho fortuna sbarcherò”. Che migliaia di cosiddetti “clandestini” arrivino sulle nostre coste, nei modi più disperati – non ultimo l’episodio dei naufraghi aggrappati alle tonnare – ormai non fa più notizia. Mancando il sensazionalismo, così caro al circo dei media, a quale pubblico può interessare la disperazione di costoro, altra gente, altri popoli?
Questa premessa potrà apparirvi poco pertinente, ma vi invito a leggere queste note che sono frutto, oltre che di riflessione linguistica, anche di suggestioni dettate dalle “parole” sulle quali, in questa rubrica, scelgo di soffermarmi.
Avrei voluto proporre qualche consiglio per le prossime vacanze estive: per chi se le potrà permettere – mi risponderebbe qualcuno di voi. E con ragione. Ironia a parte, il periodo dell’anno che attraversiamo mi suggerisce qualche considerazione su ciò che lo caratterizza maggiormente, il tempo libero.
Nei momenti, ormai non più così frequenti, di inattività, nelle giornate assolate, nei luoghi di villeggiatura, si inganna il tempo tenendo in allenamento il corpo o la mente, o entrambi, dedicandosi a quelli che chiamiamo con naturalezza hobbies [pronuncia: hobbis], utilizzando impropriamente la forma del plurale che in italiano è irrilevante: si può, infatti, agevolmente usare il singolare hobby [pronuncia: hobbi] in tutti i contesti.
Per hobby nella nostra lingua intendiamo i “passatempi”, ma preferiamo usare il termine inglese.
Il vocabolo ormai universale, e non più semplicemente un anglicismo, sta ad indicare le attività praticate nel tempo libero per divertimento e scelte, naturalmente, perché suscitano interesse. E sono tantissime e le più svariate.
Anche se all’estate si addice maggiormente l’esercizio fisico – benefico, certamente! – vorrei suggerire un passatempo più meditativo, più adatto – come si diceva un tempo – alle giornate di pioggia: il puzzle [pronuncia: pazol]. Un passatempo “per la mente”, tant’è che il termine italiano che lo traduce è generalmente “rompicapo”.
Puzzle, un vocabolo che è sia sostantivo che verbo: indica infatti le azioni di confondere o lasciare perplessi, ma anche quella di cercare una soluzione; come sostantivo puzzle è il problema non facilmente risolvibile oppure la domanda la cui risposta presuppone spiccate abilità mentali.
Il passatempo più diffuso che porta il nome di puzzle consiste nel riunire tutte le parti di un quadro o di un disegno, farle aderire l’una all’altra in modo da ottenere, e con precisione, la figura originaria.
Puzzle, tanti pezzi che vanno ricollocati nel posto giusto per ricostituire un’immagine; pezzi dispersi per ridar vita a qualcosa che è andato in frantumi.
Le tessere del puzzle, regolari o bizzarre nella forma, si ricompongono per ricostruire l’originale, l’unico, l’insieme che le comprende tutte. Compito del “giocatore” è semplicemente quello di farle tornare al loro posto, ridare loro la funzione che avevano nel quadro unitario, utilizzare tutti i pezzi a disposizione, senza tralasciarne alcuno.
Eh, già! Esiste un vincolo imprescindibile in questo gioco: nessun pezzo deve mancare, altrimenti il quadro non è completo. E allora, pazienza e precisione (non sono per me, potrebbe dire qualcuno di voi!) diventano le doti indispensabili per portare a termine questo passatempo. Si deve porre attenzione a non perdere nessuna tessera, a custodire con cura tutti i pezzi in modo da poter proseguire il gioco anche per più giorni.
Ecco quindi la suggestione cui accennavo: puzzle come ritratto dell’umanità, metafora delle diversità che si fondono per rendere una immagine unica.
Quanti pezzi dei tanti puzzle del mondo vanno invece dispersi, come lasciati cadere dal tavolo da un giocatore distratto o incautamente sottratti dal bambino incuriosito dalla stranezza delle forme e dai vivaci colori delle tessere! E il quadro non può essere completo.
Poco male quando si tratta di passatempo: quei pezzi di carta colorata si potranno forse recuperare perlustrando il pavimento della stanza, cercando attentamente dietro i mobili.
Quanti altri pezzi, non carta ma vite, storie, speranze non potranno essere ricostituite, non potranno unirsi alle altre perché ricacciate lontano, forse negli abissi del mare, per sempre? “…ma un’onda viene su, io non avrò più un nome, mai più” (R. Zero, dal mare). ☺
dario.carlone@tiscali.it
“Eccomi privo di ogni volontà/ non ho un nome, non ho età… se ho fortuna sbarcherò”. Che migliaia di cosiddetti “clandestini” arrivino sulle nostre coste, nei modi più disperati – non ultimo l’episodio dei naufraghi aggrappati alle tonnare – ormai non fa più notizia. Mancando il sensazionalismo, così caro al circo dei media, a quale pubblico può interessare la disperazione di costoro, altra gente, altri popoli?
Questa premessa potrà apparirvi poco pertinente, ma vi invito a leggere queste note che sono frutto, oltre che di riflessione linguistica, anche di suggestioni dettate dalle “parole” sulle quali, in questa rubrica, scelgo di soffermarmi.
Avrei voluto proporre qualche consiglio per le prossime vacanze estive: per chi se le potrà permettere – mi risponderebbe qualcuno di voi. E con ragione. Ironia a parte, il periodo dell’anno che attraversiamo mi suggerisce qualche considerazione su ciò che lo caratterizza maggiormente, il tempo libero.
Nei momenti, ormai non più così frequenti, di inattività, nelle giornate assolate, nei luoghi di villeggiatura, si inganna il tempo tenendo in allenamento il corpo o la mente, o entrambi, dedicandosi a quelli che chiamiamo con naturalezza hobbies [pronuncia: hobbis], utilizzando impropriamente la forma del plurale che in italiano è irrilevante: si può, infatti, agevolmente usare il singolare hobby [pronuncia: hobbi] in tutti i contesti.
Per hobby nella nostra lingua intendiamo i “passatempi”, ma preferiamo usare il termine inglese.
Il vocabolo ormai universale, e non più semplicemente un anglicismo, sta ad indicare le attività praticate nel tempo libero per divertimento e scelte, naturalmente, perché suscitano interesse. E sono tantissime e le più svariate.
Anche se all’estate si addice maggiormente l’esercizio fisico – benefico, certamente! – vorrei suggerire un passatempo più meditativo, più adatto – come si diceva un tempo – alle giornate di pioggia: il puzzle [pronuncia: pazol]. Un passatempo “per la mente”, tant’è che il termine italiano che lo traduce è generalmente “rompicapo”.
Puzzle, un vocabolo che è sia sostantivo che verbo: indica infatti le azioni di confondere o lasciare perplessi, ma anche quella di cercare una soluzione; come sostantivo puzzle è il problema non facilmente risolvibile oppure la domanda la cui risposta presuppone spiccate abilità mentali.
Il passatempo più diffuso che porta il nome di puzzle consiste nel riunire tutte le parti di un quadro o di un disegno, farle aderire l’una all’altra in modo da ottenere, e con precisione, la figura originaria.
Puzzle, tanti pezzi che vanno ricollocati nel posto giusto per ricostituire un’immagine; pezzi dispersi per ridar vita a qualcosa che è andato in frantumi.
Le tessere del puzzle, regolari o bizzarre nella forma, si ricompongono per ricostruire l’originale, l’unico, l’insieme che le comprende tutte. Compito del “giocatore” è semplicemente quello di farle tornare al loro posto, ridare loro la funzione che avevano nel quadro unitario, utilizzare tutti i pezzi a disposizione, senza tralasciarne alcuno.
Eh, già! Esiste un vincolo imprescindibile in questo gioco: nessun pezzo deve mancare, altrimenti il quadro non è completo. E allora, pazienza e precisione (non sono per me, potrebbe dire qualcuno di voi!) diventano le doti indispensabili per portare a termine questo passatempo. Si deve porre attenzione a non perdere nessuna tessera, a custodire con cura tutti i pezzi in modo da poter proseguire il gioco anche per più giorni.
Ecco quindi la suggestione cui accennavo: puzzle come ritratto dell’umanità, metafora delle diversità che si fondono per rendere una immagine unica.
Quanti pezzi dei tanti puzzle del mondo vanno invece dispersi, come lasciati cadere dal tavolo da un giocatore distratto o incautamente sottratti dal bambino incuriosito dalla stranezza delle forme e dai vivaci colori delle tessere! E il quadro non può essere completo.
Poco male quando si tratta di passatempo: quei pezzi di carta colorata si potranno forse recuperare perlustrando il pavimento della stanza, cercando attentamente dietro i mobili.
Quanti altri pezzi, non carta ma vite, storie, speranze non potranno essere ricostituite, non potranno unirsi alle altre perché ricacciate lontano, forse negli abissi del mare, per sempre? “…ma un’onda viene su, io non avrò più un nome, mai più” (R. Zero, dal mare). ☺
“Eccomi privo di ogni volontà/ non ho un nome, non ho età… se ho fortuna sbarcherò”. Che migliaia di cosiddetti “clandestini” arrivino sulle nostre coste, nei modi più disperati – non ultimo l’episodio dei naufraghi aggrappati alle tonnare – ormai non fa più notizia. Mancando il sensazionalismo, così caro al circo dei media, a quale pubblico può interessare la disperazione di costoro, altra gente, altri popoli?
Questa premessa potrà apparirvi poco pertinente, ma vi invito a leggere queste note che sono frutto, oltre che di riflessione linguistica, anche di suggestioni dettate dalle “parole” sulle quali, in questa rubrica, scelgo di soffermarmi.
Avrei voluto proporre qualche consiglio per le prossime vacanze estive: per chi se le potrà permettere – mi risponderebbe qualcuno di voi. E con ragione. Ironia a parte, il periodo dell’anno che attraversiamo mi suggerisce qualche considerazione su ciò che lo caratterizza maggiormente, il tempo libero.
Nei momenti, ormai non più così frequenti, di inattività, nelle giornate assolate, nei luoghi di villeggiatura, si inganna il tempo tenendo in allenamento il corpo o la mente, o entrambi, dedicandosi a quelli che chiamiamo con naturalezza hobbies [pronuncia: hobbis], utilizzando impropriamente la forma del plurale che in italiano è irrilevante: si può, infatti, agevolmente usare il singolare hobby [pronuncia: hobbi] in tutti i contesti.
Per hobby nella nostra lingua intendiamo i “passatempi”, ma preferiamo usare il termine inglese.
Il vocabolo ormai universale, e non più semplicemente un anglicismo, sta ad indicare le attività praticate nel tempo libero per divertimento e scelte, naturalmente, perché suscitano interesse. E sono tantissime e le più svariate.
Anche se all’estate si addice maggiormente l’esercizio fisico – benefico, certamente! – vorrei suggerire un passatempo più meditativo, più adatto – come si diceva un tempo – alle giornate di pioggia: il puzzle [pronuncia: pazol]. Un passatempo “per la mente”, tant’è che il termine italiano che lo traduce è generalmente “rompicapo”.
Puzzle, un vocabolo che è sia sostantivo che verbo: indica infatti le azioni di confondere o lasciare perplessi, ma anche quella di cercare una soluzione; come sostantivo puzzle è il problema non facilmente risolvibile oppure la domanda la cui risposta presuppone spiccate abilità mentali.
Il passatempo più diffuso che porta il nome di puzzle consiste nel riunire tutte le parti di un quadro o di un disegno, farle aderire l’una all’altra in modo da ottenere, e con precisione, la figura originaria.
Puzzle, tanti pezzi che vanno ricollocati nel posto giusto per ricostituire un’immagine; pezzi dispersi per ridar vita a qualcosa che è andato in frantumi.
Le tessere del puzzle, regolari o bizzarre nella forma, si ricompongono per ricostruire l’originale, l’unico, l’insieme che le comprende tutte. Compito del “giocatore” è semplicemente quello di farle tornare al loro posto, ridare loro la funzione che avevano nel quadro unitario, utilizzare tutti i pezzi a disposizione, senza tralasciarne alcuno.
Eh, già! Esiste un vincolo imprescindibile in questo gioco: nessun pezzo deve mancare, altrimenti il quadro non è completo. E allora, pazienza e precisione (non sono per me, potrebbe dire qualcuno di voi!) diventano le doti indispensabili per portare a termine questo passatempo. Si deve porre attenzione a non perdere nessuna tessera, a custodire con cura tutti i pezzi in modo da poter proseguire il gioco anche per più giorni.
Ecco quindi la suggestione cui accennavo: puzzle come ritratto dell’umanità, metafora delle diversità che si fondono per rendere una immagine unica.
Quanti pezzi dei tanti puzzle del mondo vanno invece dispersi, come lasciati cadere dal tavolo da un giocatore distratto o incautamente sottratti dal bambino incuriosito dalla stranezza delle forme e dai vivaci colori delle tessere! E il quadro non può essere completo.
Poco male quando si tratta di passatempo: quei pezzi di carta colorata si potranno forse recuperare perlustrando il pavimento della stanza, cercando attentamente dietro i mobili.
Quanti altri pezzi, non carta ma vite, storie, speranze non potranno essere ricostituite, non potranno unirsi alle altre perché ricacciate lontano, forse negli abissi del mare, per sempre? “…ma un’onda viene su, io non avrò più un nome, mai più” (R. Zero, dal mare). ☺
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