Smantellare la regione?
26 Maggio 2016
La Fonte (351 articles)
0 comments
Share

Smantellare la regione?

La principale impalcatura su cui reggeva la “civiltà occidentale”, cioè la supposta sinergia tra democrazia e mercato, sta cedendo. Siamo entrati in una fase di “superamento di un modello di democrazia, fondato geograficamente sullo Stato-nazione e, sul piano dei processi, sul principio di rappresentanza, nonché su una rigida separazione della sfera politica dalle altre sfere della società” (Altieri- Ruffini) – …Più propriamente ancora, è giunta al crepuscolo la variante socialdemocratica della democrazia. – Tratto da Contributo di Paolo Cacciari all’Università estiva di Attac 2014 –

Se non si considerano le pratiche del neoliberismo si dà facilmente ragione a Domenico (la fonte aprile pag. 28), quasi sessant’anni di cattiva amministrazione, indifferenza o collusione di tutte le istituzioni presenti sul territorio, cittadinanza silente e dormiente, a chi serve una Regione così? Facciamo le macroregioni e muoviamoci per la scelta dei partners.

Ebbene, non vedo nulla di più deleterio per noi molisani e per il luogo in cui abitiamo. Sono anni che (anche su queste pagine) si parla di chiusura degli spazi in cui il cittadino, sempre più vessato dal capitale e ignorato dalle istituzioni, reclama luoghi più ampi per esercitare il proprio sacrosanto diritto a decidere di sé; ma Domenico non se n’è accorto. Abbiamo un simulacro di sovranità nazionale (ricordate la preventiva approvazione del nostro bilancio da parte della UE, il six pack, l’imposizione del pareggio di bilancio?), una farsa di autonomia degli enti locali trasformati in meri esattori-esecutori dello stato, un parlamento che non legifera (ormai dimezzato), una intera nazione che non vota non so più da quanti anni ed una struttura sovranazionale, “presidio armato” del neoliberismo, che opera solo per incarico di logiche economiche e di mercato (con buona pace di Giovanni Di Stasi, il cui ottimismo spinge a raccontarci delle buone pratiche europee). Tutto ciò è frutto di una prassi funzionale ad un potere economico che ha bisogno di nuovi spazi per proliferare e spinge verso un accaparramento (ovvero privatizzazioni) dei beni comuni (Sbloccaitalia e invito all’astensione sulle trivellazioni sono gli ultimi esempi; per non parlare dello smantellamento della rete sanitaria e del TTIP!). In questo scenario luoghi di democrazia e controllo non sono previsti, ma Domenico non se n’è accorto.

La tendenza che noi dobbiamo auspicare e promuovere è inversa, dobbiamo pretendere più prossimità al potere decisionale, spingere la cittadinanza ad un controllo effettivo ed efficace su ciò che altri (ormai nemmeno eletti da noi) decidono per la nostra vita, si tratta metaforicamente e non, di allontanare il coltello che ci hanno puntato alla gola o più ironicamente di allontanare la punta dell’ombrello dal fondoschiena di Cipputti. Allontanando i centri di potere si allontanano le nostre possibilità di verifica, di essere incisivi, di rappresentare la nostra volontà. Che poi i molisani non abbiano mai esercitato questo diritto è un altro discorso, il nostro lavoro, l’impegno che tanti mettono nel cambiare la nostra piccola realtà sarebbe vano se ci fermassimo a questa considerazione, che scriviamo a fare se il messaggio non arriva ai più, perché mobilitarci contro le trivelle, gli inceneritori o quant’altro se la maggioranza dei nostri conterranei dorme, perché e per chi protestare?

Le venti regioni diventate centri di malaffare, con l’accorpamento delle stesse il malaffare scompare o diventa un monopolio di malaffari? E come potremmo incidere su questo se il cerchio intorno a noi diventa cinquecento volte più ampio? La rotta da seguire, invece è quella della contiguità, della vicinanza, vi ricordate l’impianto a biomasse di Campochiaro? Cosa è successo allora, piccoli comuni hanno capito che l’interesse di mantenere un ambiente salubre era generale ed hanno chiesto l’aiuto di tutte le realtà territoriali disponibili a quella lotta; questo è il cammino da percorrere.

E arrivo ora all’esempio più significativo che Domenico ha portato a sostegno della propria tesi e che per me è invece paradigmatico per la comprensione della politica di chiusura di spazi vitali (non posso parlare di sanità perché ci vorrebbero fiumi di inchiostro), la Corte di Appello. La tesi è: la Corte di Appello di Milano serve sei milioni di abitanti, quella di Campobasso trecentomila, va soppressa. Io chiedo a lui e a tutti gli illustri componenti della commissione che ha studiato così approfonditamente l’argomento: i trecentomila molisani hanno gli stessi diritti dei sei milioni di milanesi o hanno un peso specifico diverso per cui l’accesso alla giustizia per noi deve essere difficoltoso o improponibile economicamente (pagare un avvocato in trasferta è sicuramente più oneroso che averlo in loco ecc.)? Oppure è prevista (come dice un amico) una deportazione di massa verso luoghi meno impervi? O un bel genocidio, tanto la storia ci insegna che riusciamo a dimenticare in fretta; comunque io a Milano non ci voglio andare!

Compagno caro, il territorio va difeso anche a dispetto di chi lo abita.☺

 

 

 

 

 

 

La Fonte

La Fonte