Quando un ramo si spezza – Il saluto di Marcella alla sua amica Nadia
2 Luglio 2017
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Quando un ramo si spezza – Il saluto di Marcella alla sua amica Nadia

E’ trascorso un mese dalla scomparsa di Nadia Rucci

Vi è mai capitato di osservare, in campagna o in un bosco, un albero con un ramo spezzato? O di trovarvi a passare mentre si rompe un ramo troppo secco, o appesantito dalla neve in inverno? Sicuramente vi è restato in mente quel suono così particolare, secco come una fucilata e crepitante. Un suono triste come pochi, che dà inesorabile il senso di qualcosa di vivo che viene meno.

Vent’anni di battaglie insieme

Ecco, l’andare via improvviso della nostra cara Nadia mi ha portato in mente questa immagine e questo suono: l’infrangersi di una continuità durata più di vent’anni, nutrita di tempo vissuto insieme, di discussioni anche accese ma sempre temperate dal suo sorriso, di progetti faticosamente portati avanti senza soldi e senza appoggi, con la testardaggine di chi guarda lontano con occhi puliti.

Cosa si spezza dentro, quando viene interrotto quel legame così peculiare dato dalle amicizie nate intorno all’impegno civico condiviso? Amicizie diverse dalle solite, che si allargano come reti, e raramente muoiono: perché dividi speranze e sogni che non sono solo tuoi, egoistici e personali, ma sono di tutti.

Legami nutriti di parole, tante parole: spesso inutili, ma sentite necessarie mentre le dici o le scrivi, di discussioni infinite e accapigliamenti su metodi e procedure, di ore apparentemente perse a programmare azioni che sembrano impossibili; di quelle sensazioni indescrivibili di fratellanza che ti crescono dentro durante uno sciopero, un’assemblea, un corteo, mentre scrivi un cartello di protesta, mentre prepari un volantino.

L’addio ad una compagna di lotte, ma anche ad un’amica sincera

Certo, i legami di sangue e le amicizie nate sui banchi di scuola sono un’altra cosa; ma anche sentirsi vicini perché si vuole una città e un mondo altri, solidali, egualitari, che diano diritti a tutti e ciascuno, e al quale tutti partecipino: anche questo crea affetti che non si spengono. E la cui brusca cesura data dalla morte sperimentiamo ora per la prima volta.

Svegliarsi un mattino di giugno e scoprire che una di noi non c’è più fa un male diverso. Perché, nonostante l’età non sia più quella di vent’anni fa, tutti noi “sovversivi” continuiamo a pensarci immortali, vero? E anche se le delusioni ora feriscono in modo sempre più amaro, c’è forse qualcuno di noi che pensi seriamente di smettere di studiare, agitarsi, organizzarsi, seguendo le fulminanti istruzioni di Gramsci?

No, noi tutti continuiamo a vivere come se davanti avessimo un futuro infinito, e continuiamo a pensare che i compagni di sempre ci seguiranno anche nella prossima battaglia. Non ci voltiamo spesso indietro a guardare cosa è cambiato con il nostro impegno; e se lo facciamo, troviamo sempre una minuscola fiammella di speranza da tenere viva nel buio di questo orrendo terzo millennio.

Siamo certi, in fondo, che il nostro ritrovarci tutti intorno all’ennesima ingiustizia, all’ennesimo attacco al territorio continuerà per sempre, come è stato da sempre. E invece arriva questo schiocco secco del ramo che si spezza: ci siamo voltati e una parte importante di noi era svanita.

La fatica di continuare il cammino senza di te

Come si va avanti, se non si riesce a credere che sia così? Se sembra impossibile riunirsi in un altro posto, non vedere più quel viso, non contare più su quell’aiuto, quella disponibilità, quell’allegria? Si va avanti con fatica, la fatica di vivere che ormai dovremmo avere imparato, ma che poi dimentichiamo. E credo con qualche certezza: per esempio che il cammino va continuato.

Come i rami spezzati della foresta di Birnam nel Macbeth di Shakespeare, raccogliamo le forze e marciamo: la profezia aveva predetto a Macbeth che il suo regno sarebbe finito quando la foresta di Birnam avesse camminato. E l’usurpatore assassino si credeva sicuro: perché quando mai si è visto un bosco in movimento? Ma ogni soldato inglese spezzò un ramo e nascose con quello i suoi passi… il bosco di Birnam camminava! E travolse Macbeth e il suo delitto.

[caption id="attachment_18846" align="alignleft" width="300"] Nadia Rucci, durante un’intervista alla Tgr Molise – Foto di Antonello Manocchio[/caption]

Continua ad illuminarci da lassù

Così mi piace ora pensare a Nadia: in cammino, con il suo ramo spezzato ancora verde e capace di giustizia e di vita, insieme a noi che abbiamo diviso tanta della sua strada e la sentiamo con noi in ogni piccolo passo avanti che riusciamo a fare. E se continuiamo ad andare ancora in direzione ostinata e contraria, ora è per reggere anche il suo ramo davanti a noi.

Perché la nostra foresta sia sempre verde e sempre in cammino, e quello per cui lei è vissuta e ha lottato trovi compimento, prima o poi. ☺

 

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