La prima volta che sono stata in prigione è quando sono venuta al mondo. Ho pianto, tanto, perché non riuscivo a trovare la mia cella di isolamento tra tante e libere stanze vuote: luoghi costantemente affollati, popolati da odio, superficialità, rancore; luoghi in cui venivano meno i veri sentimenti e la capacità più alta di riflessione. Due giudici mi avevano inflitto la pena peggiore che sulla testa di un uomo possa pendere: il sentirsi estranei in una cosa che ti appartiene, la sensazione di dover essere ospite, perché tali si diventa in un mondo che stona così tanto con te, in un mondo che ti capita, che non scegli e che non ti sceglie. Durante la mia metamorfosi le persone che mi circondavano erano indistintamente mie nemiche, colpevoli di aver ucciso l’unico dono di cui quest’umanità, sterilmente produttiva, disponeva: il praticare la libertà.
L’essere libero non è una caratteristica dovutaci, anzi, non è neppure una caratteristica: puoi essere biondo, alto e magro, ma non puoi “essere libero”. Accontentarsi di essere tale è come iscriversi ad una gara per riceverne l’attestato: non puoi dirti né vinto, né vincitore, ma solo e per sempre partecipante. Spopola tra gli uomini, corredata di selfie ed hashtag, la perversa abitudine di fare “l’amore”, dimenticando, tra le lenzuola, la voglia di costruire la propria libertà: non serve la Costituzione, superflua è la Carta dei diritti affinché lo schiavo abbassi la testa del suo padrone, il nero diventi più chiaro del bianco, la chiesa meno omertosa della mafia e il cuore più intelligente della testa. Molto spesso si finisce però con il rifugiarsi nei propri “diritti” quando i “doveri” diventano difficili e così è più facile pretendere di essere liberi che provare a ritagliarsi un angolo di libertà in una detenzione eterna come è il mondo.
La prima volta che sono stata in prigione è quando mi sono sentita libera. Ho pianto, tanto, perché non volevo lasciare la mia cella di isolamento in cambio di tante e libere stanze vuote. La prima volta che sono stata in prigione, visitando una casa circondariale con la mia scuola, è stata due mesi fa. Qualche giorno prima di varcare quel cancello erano tanti, troppi i pensieri che attanagliavano la mia mente: la curiosità era solo di sfondo alla paura di quegli Uomini che i mille pregiudizi mi avevano dipinto come mostri e la libertà apparente di cui disponevo sfumava al pensiero di quella imponente colata di cemento. Stretto in una mano c’era solo un libro A volte mi ritrovo sopra un colle, l’opera da cui è partita l’intera esperienza: una raccolta di scritti da un carcere, ma non una storia di carcere. È un testo, questo, in cui si parla di libertà, in cui ogni carcerato ha avuto la possibilità di condividere parte della propria storia o, per meglio dire, alcuni momenti memorabili di questa; l’unica condizione imposta loro, durante un lungo percorso di rieducazione alla scrittura, è stata quello di ambientare il proprio elaborato nel passato.
Sfogliando nervosamente le ultime pagine del libro ormai consunto e traboccante di sottolineature mi sentivo un po’ come un viaggiatore distratto che, imbracciata la cara e vecchia valigia di cartone, parte amante e sofferente della sua nuova destinazione. Il vero viaggio, quello sarebbe però cominciato da lì a qualche ora: il cancello si chiuse alle mie spalle, le possenti catene che mi tenevano legata al mondo si sciolsero ed io ero libera di stare in carcere. Sarei ora un’ipocrita affermando che quattro sbarre di ferro e uno scrostato muro grigio possono renderti felici, ma mentirei nello scrivere che era la tristezza a predominare in quei luoghi. Quando si viaggia si incontrano persone nuove, ognuna con la propria storia da raccontare, ognuna con un dietro le quinte e una maschera da palco, ma spesso tutte molto simili in volto: un tiepido sorriso che cela una fredda tristezza. Ebbene, il mio viaggio era appena cominciato: avevo il biglietto, il mio posto sul treno e distratti viaggiatori come compagni, ma ben cinque macchinisti che sapevano dove andare, sapevano che non ci sarebbero state soste né pause per ammirare volti tristi. Non citerò i loro nomi, perché quando un qualcosa è abbastanza non ha bisogno di etichette. Prima di partire, sovente, vengono controllati i documenti e sulle loro carte d’identità c’è fortunatamente scritto “colpevole” e non “vittima di un errore”. Un viaggio appena intrapreso, ma una valigia già colma di interrogativi: chi è il vero viaggiatore?
Ecco, viaggiatore non è chi sale su un aereo o si imbarca su una nave, viaggiatore non è chi scatta una foto, viaggiatore non è chi prepara e disfa la valigia di continuo, perché viaggiatore è solo chi sbaglia. Non è vero che la vita è un viaggio, in quanto quest’ultimo puoi pianificarlo nei minimi dettagli, mentre quello che accadrà domani dipende da te, da te che sei solo un uomo e che sbagli. L’errore è il più grande trofeo che si possa levare al cielo, la più grande chiave, l’unico biglietto che può farti viaggiare in te stesso, che ti aiuta a capire in quale stazione sarebbe stato meglio fermarsi, che ti aiuta ad evitare, in futuro, il “sarebbe stato meglio”. Quei cinque Uomini ne avevano fatta di strada, ne avevano percorsi di chilometri da una sparatoria ad un’altra, da una rapina a quella successiva, eppure la vera meta non l’avevano raggiunta. Per alcuni da un mese, per altri da sei anni era iniziato il vero viaggio. La stazione? I propri errori. Il treno? La cella di un carcere. Il biglietto? La voglia di fare della propria sconfitta una grande vittoria. La meta? Non c’è. Il traguardo non sarà uscire dal cemento e correre nei prati, perché si può essere cosi liberi “dentro” e così tanto prigionieri “fuori”. La meta, intesa come noi “liberi” la concepiamo, non esiste per una persona la cui condanna finisce il 31 dicembre 9999. La meta non è stare sul treno e viaggiare, ma strappare, prima che arrivi il controllore, il biglietto.☺
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Viaggio per la libertà | La Fonte TV
La prima volta che sono stata in prigione è quando sono venuta al mondo. Ho pianto, tanto, perché non riuscivo a trovare la mia cella di isolamento tra tante e libere stanze vuote: luoghi costantemente affollati, popolati da odio, superficialità, rancore; luoghi in cui venivano meno i veri sentimenti e la capacità più alta di riflessione. Due giudici mi avevano inflitto la pena peggiore che sulla testa di un uomo possa pendere: il sentirsi estranei in una cosa che ti appartiene, la sensazione di dover essere ospite, perché tali si diventa in un mondo che stona così tanto con te, in un mondo che ti capita, che non scegli e che non ti sceglie. Durante la mia metamorfosi le persone che mi circondavano erano indistintamente mie nemiche, colpevoli di aver ucciso l’unico dono di cui quest’umanità, sterilmente produttiva, disponeva: il praticare la libertà.
L’essere libero non è una caratteristica dovutaci, anzi, non è neppure una caratteristica: puoi essere biondo, alto e magro, ma non puoi “essere libero”. Accontentarsi di essere tale è come iscriversi ad una gara per riceverne l’attestato: non puoi dirti né vinto, né vincitore, ma solo e per sempre partecipante. Spopola tra gli uomini, corredata di selfie ed hashtag, la perversa abitudine di fare “l’amore”, dimenticando, tra le lenzuola, la voglia di costruire la propria libertà: non serve la Costituzione, superflua è la Carta dei diritti affinché lo schiavo abbassi la testa del suo padrone, il nero diventi più chiaro del bianco, la chiesa meno omertosa della mafia e il cuore più intelligente della testa. Molto spesso si finisce però con il rifugiarsi nei propri “diritti” quando i “doveri” diventano difficili e così è più facile pretendere di essere liberi che provare a ritagliarsi un angolo di libertà in una detenzione eterna come è il mondo.
La prima volta che sono stata in prigione è quando mi sono sentita libera. Ho pianto, tanto, perché non volevo lasciare la mia cella di isolamento in cambio di tante e libere stanze vuote. La prima volta che sono stata in prigione, visitando una casa circondariale con la mia scuola, è stata due mesi fa. Qualche giorno prima di varcare quel cancello erano tanti, troppi i pensieri che attanagliavano la mia mente: la curiosità era solo di sfondo alla paura di quegli Uomini che i mille pregiudizi mi avevano dipinto come mostri e la libertà apparente di cui disponevo sfumava al pensiero di quella imponente colata di cemento. Stretto in una mano c’era solo un libro A volte mi ritrovo sopra un colle, l’opera da cui è partita l’intera esperienza: una raccolta di scritti da un carcere, ma non una storia di carcere. È un testo, questo, in cui si parla di libertà, in cui ogni carcerato ha avuto la possibilità di condividere parte della propria storia o, per meglio dire, alcuni momenti memorabili di questa; l’unica condizione imposta loro, durante un lungo percorso di rieducazione alla scrittura, è stata quello di ambientare il proprio elaborato nel passato.
Sfogliando nervosamente le ultime pagine del libro ormai consunto e traboccante di sottolineature mi sentivo un po’ come un viaggiatore distratto che, imbracciata la cara e vecchia valigia di cartone, parte amante e sofferente della sua nuova destinazione. Il vero viaggio, quello sarebbe però cominciato da lì a qualche ora: il cancello si chiuse alle mie spalle, le possenti catene che mi tenevano legata al mondo si sciolsero ed io ero libera di stare in carcere. Sarei ora un’ipocrita affermando che quattro sbarre di ferro e uno scrostato muro grigio possono renderti felici, ma mentirei nello scrivere che era la tristezza a predominare in quei luoghi. Quando si viaggia si incontrano persone nuove, ognuna con la propria storia da raccontare, ognuna con un dietro le quinte e una maschera da palco, ma spesso tutte molto simili in volto: un tiepido sorriso che cela una fredda tristezza. Ebbene, il mio viaggio era appena cominciato: avevo il biglietto, il mio posto sul treno e distratti viaggiatori come compagni, ma ben cinque macchinisti che sapevano dove andare, sapevano che non ci sarebbero state soste né pause per ammirare volti tristi. Non citerò i loro nomi, perché quando un qualcosa è abbastanza non ha bisogno di etichette. Prima di partire, sovente, vengono controllati i documenti e sulle loro carte d’identità c’è fortunatamente scritto “colpevole” e non “vittima di un errore”. Un viaggio appena intrapreso, ma una valigia già colma di interrogativi: chi è il vero viaggiatore?
Ecco, viaggiatore non è chi sale su un aereo o si imbarca su una nave, viaggiatore non è chi scatta una foto, viaggiatore non è chi prepara e disfa la valigia di continuo, perché viaggiatore è solo chi sbaglia. Non è vero che la vita è un viaggio, in quanto quest’ultimo puoi pianificarlo nei minimi dettagli, mentre quello che accadrà domani dipende da te, da te che sei solo un uomo e che sbagli. L’errore è il più grande trofeo che si possa levare al cielo, la più grande chiave, l’unico biglietto che può farti viaggiare in te stesso, che ti aiuta a capire in quale stazione sarebbe stato meglio fermarsi, che ti aiuta ad evitare, in futuro, il “sarebbe stato meglio”. Quei cinque Uomini ne avevano fatta di strada, ne avevano percorsi di chilometri da una sparatoria ad un’altra, da una rapina a quella successiva, eppure la vera meta non l’avevano raggiunta. Per alcuni da un mese, per altri da sei anni era iniziato il vero viaggio. La stazione? I propri errori. Il treno? La cella di un carcere. Il biglietto? La voglia di fare della propria sconfitta una grande vittoria. La meta? Non c’è. Il traguardo non sarà uscire dal cemento e correre nei prati, perché si può essere cosi liberi “dentro” e così tanto prigionieri “fuori”. La meta, intesa come noi “liberi” la concepiamo, non esiste per una persona la cui condanna finisce il 31 dicembre 9999. La meta non è stare sul treno e viaggiare, ma strappare, prima che arrivi il controllore, il biglietto.☺
La prima volta che sono stata in prigione è quando sono venuta al mondo. Ho pianto, tanto, perché non riuscivo a trovare la mia cella di isolamento tra tante e libere stanze vuote: luoghi costantemente affollati, popolati da odio, superficialità, rancore; luoghi in cui venivano meno i veri sentimenti e la capacità più alta di riflessione. Due giudici mi avevano inflitto la pena peggiore che sulla testa di un uomo possa pendere: il sentirsi estranei in una cosa che ti appartiene, la sensazione di dover essere ospite, perché tali si diventa in un mondo che stona così tanto con te, in un mondo che ti capita, che non scegli e che non ti sceglie. Durante la mia metamorfosi le persone che mi circondavano erano indistintamente mie nemiche, colpevoli di aver ucciso l’unico dono di cui quest’umanità, sterilmente produttiva, disponeva: il praticare la libertà.
L’essere libero non è una caratteristica dovutaci, anzi, non è neppure una caratteristica: puoi essere biondo, alto e magro, ma non puoi “essere libero”. Accontentarsi di essere tale è come iscriversi ad una gara per riceverne l’attestato: non puoi dirti né vinto, né vincitore, ma solo e per sempre partecipante. Spopola tra gli uomini, corredata di selfie ed hashtag, la perversa abitudine di fare “l’amore”, dimenticando, tra le lenzuola, la voglia di costruire la propria libertà: non serve la Costituzione, superflua è la Carta dei diritti affinché lo schiavo abbassi la testa del suo padrone, il nero diventi più chiaro del bianco, la chiesa meno omertosa della mafia e il cuore più intelligente della testa. Molto spesso si finisce però con il rifugiarsi nei propri “diritti” quando i “doveri” diventano difficili e così è più facile pretendere di essere liberi che provare a ritagliarsi un angolo di libertà in una detenzione eterna come è il mondo.
La prima volta che sono stata in prigione è quando mi sono sentita libera. Ho pianto, tanto, perché non volevo lasciare la mia cella di isolamento in cambio di tante e libere stanze vuote. La prima volta che sono stata in prigione, visitando una casa circondariale con la mia scuola, è stata due mesi fa. Qualche giorno prima di varcare quel cancello erano tanti, troppi i pensieri che attanagliavano la mia mente: la curiosità era solo di sfondo alla paura di quegli Uomini che i mille pregiudizi mi avevano dipinto come mostri e la libertà apparente di cui disponevo sfumava al pensiero di quella imponente colata di cemento. Stretto in una mano c’era solo un libro A volte mi ritrovo sopra un colle, l’opera da cui è partita l’intera esperienza: una raccolta di scritti da un carcere, ma non una storia di carcere. È un testo, questo, in cui si parla di libertà, in cui ogni carcerato ha avuto la possibilità di condividere parte della propria storia o, per meglio dire, alcuni momenti memorabili di questa; l’unica condizione imposta loro, durante un lungo percorso di rieducazione alla scrittura, è stata quello di ambientare il proprio elaborato nel passato.
Sfogliando nervosamente le ultime pagine del libro ormai consunto e traboccante di sottolineature mi sentivo un po’ come un viaggiatore distratto che, imbracciata la cara e vecchia valigia di cartone, parte amante e sofferente della sua nuova destinazione. Il vero viaggio, quello sarebbe però cominciato da lì a qualche ora: il cancello si chiuse alle mie spalle, le possenti catene che mi tenevano legata al mondo si sciolsero ed io ero libera di stare in carcere. Sarei ora un’ipocrita affermando che quattro sbarre di ferro e uno scrostato muro grigio possono renderti felici, ma mentirei nello scrivere che era la tristezza a predominare in quei luoghi. Quando si viaggia si incontrano persone nuove, ognuna con la propria storia da raccontare, ognuna con un dietro le quinte e una maschera da palco, ma spesso tutte molto simili in volto: un tiepido sorriso che cela una fredda tristezza. Ebbene, il mio viaggio era appena cominciato: avevo il biglietto, il mio posto sul treno e distratti viaggiatori come compagni, ma ben cinque macchinisti che sapevano dove andare, sapevano che non ci sarebbero state soste né pause per ammirare volti tristi. Non citerò i loro nomi, perché quando un qualcosa è abbastanza non ha bisogno di etichette. Prima di partire, sovente, vengono controllati i documenti e sulle loro carte d’identità c’è fortunatamente scritto “colpevole” e non “vittima di un errore”. Un viaggio appena intrapreso, ma una valigia già colma di interrogativi: chi è il vero viaggiatore?
Ecco, viaggiatore non è chi sale su un aereo o si imbarca su una nave, viaggiatore non è chi scatta una foto, viaggiatore non è chi prepara e disfa la valigia di continuo, perché viaggiatore è solo chi sbaglia. Non è vero che la vita è un viaggio, in quanto quest’ultimo puoi pianificarlo nei minimi dettagli, mentre quello che accadrà domani dipende da te, da te che sei solo un uomo e che sbagli. L’errore è il più grande trofeo che si possa levare al cielo, la più grande chiave, l’unico biglietto che può farti viaggiare in te stesso, che ti aiuta a capire in quale stazione sarebbe stato meglio fermarsi, che ti aiuta ad evitare, in futuro, il “sarebbe stato meglio”. Quei cinque Uomini ne avevano fatta di strada, ne avevano percorsi di chilometri da una sparatoria ad un’altra, da una rapina a quella successiva, eppure la vera meta non l’avevano raggiunta. Per alcuni da un mese, per altri da sei anni era iniziato il vero viaggio. La stazione? I propri errori. Il treno? La cella di un carcere. Il biglietto? La voglia di fare della propria sconfitta una grande vittoria. La meta? Non c’è. Il traguardo non sarà uscire dal cemento e correre nei prati, perché si può essere cosi liberi “dentro” e così tanto prigionieri “fuori”. La meta, intesa come noi “liberi” la concepiamo, non esiste per una persona la cui condanna finisce il 31 dicembre 9999. La meta non è stare sul treno e viaggiare, ma strappare, prima che arrivi il controllore, il biglietto.☺
L’essere libero non è una caratteristica dovutaci, anzi, non è neppure una caratteristica: puoi essere biondo, alto e magro, ma non puoi “essere libero”. Accontentarsi di essere tale è come iscriversi ad una gara per riceverne l’attestato: non puoi dirti né vinto, né vincitore, ma solo e per sempre partecipante. Viaggiatore non è chi sale su un aereo o si imbarca su una nave, viaggiatore è solo chi sbaglia
La prima volta che sono stata in prigione è quando sono venuta al mondo. Ho pianto, tanto, perché non riuscivo a trovare la mia cella di isolamento tra tante e libere stanze vuote: luoghi costantemente affollati, popolati da odio, superficialità, rancore; luoghi in cui venivano meno i veri sentimenti e la capacità più alta di riflessione. Due giudici mi avevano inflitto la pena peggiore che sulla testa di un uomo possa pendere: il sentirsi estranei in una cosa che ti appartiene, la sensazione di dover essere ospite, perché tali si diventa in un mondo che stona così tanto con te, in un mondo che ti capita, che non scegli e che non ti sceglie. Durante la mia metamorfosi le persone che mi circondavano erano indistintamente mie nemiche, colpevoli di aver ucciso l’unico dono di cui quest’umanità, sterilmente produttiva, disponeva: il praticare la libertà.
L’essere libero non è una caratteristica dovutaci, anzi, non è neppure una caratteristica: puoi essere biondo, alto e magro, ma non puoi “essere libero”. Accontentarsi di essere tale è come iscriversi ad una gara per riceverne l’attestato: non puoi dirti né vinto, né vincitore, ma solo e per sempre partecipante. Spopola tra gli uomini, corredata di selfie ed hashtag, la perversa abitudine di fare “l’amore”, dimenticando, tra le lenzuola, la voglia di costruire la propria libertà: non serve la Costituzione, superflua è la Carta dei diritti affinché lo schiavo abbassi la testa del suo padrone, il nero diventi più chiaro del bianco, la chiesa meno omertosa della mafia e il cuore più intelligente della testa. Molto spesso si finisce però con il rifugiarsi nei propri “diritti” quando i “doveri” diventano difficili e così è più facile pretendere di essere liberi che provare a ritagliarsi un angolo di libertà in una detenzione eterna come è il mondo.
La prima volta che sono stata in prigione è quando mi sono sentita libera. Ho pianto, tanto, perché non volevo lasciare la mia cella di isolamento in cambio di tante e libere stanze vuote. La prima volta che sono stata in prigione, visitando una casa circondariale con la mia scuola, è stata due mesi fa. Qualche giorno prima di varcare quel cancello erano tanti, troppi i pensieri che attanagliavano la mia mente: la curiosità era solo di sfondo alla paura di quegli Uomini che i mille pregiudizi mi avevano dipinto come mostri e la libertà apparente di cui disponevo sfumava al pensiero di quella imponente colata di cemento. Stretto in una mano c’era solo un libro A volte mi ritrovo sopra un colle, l’opera da cui è partita l’intera esperienza: una raccolta di scritti da un carcere, ma non una storia di carcere. È un testo, questo, in cui si parla di libertà, in cui ogni carcerato ha avuto la possibilità di condividere parte della propria storia o, per meglio dire, alcuni momenti memorabili di questa; l’unica condizione imposta loro, durante un lungo percorso di rieducazione alla scrittura, è stata quello di ambientare il proprio elaborato nel passato.
Sfogliando nervosamente le ultime pagine del libro ormai consunto e traboccante di sottolineature mi sentivo un po’ come un viaggiatore distratto che, imbracciata la cara e vecchia valigia di cartone, parte amante e sofferente della sua nuova destinazione. Il vero viaggio, quello sarebbe però cominciato da lì a qualche ora: il cancello si chiuse alle mie spalle, le possenti catene che mi tenevano legata al mondo si sciolsero ed io ero libera di stare in carcere. Sarei ora un’ipocrita affermando che quattro sbarre di ferro e uno scrostato muro grigio possono renderti felici, ma mentirei nello scrivere che era la tristezza a predominare in quei luoghi. Quando si viaggia si incontrano persone nuove, ognuna con la propria storia da raccontare, ognuna con un dietro le quinte e una maschera da palco, ma spesso tutte molto simili in volto: un tiepido sorriso che cela una fredda tristezza. Ebbene, il mio viaggio era appena cominciato: avevo il biglietto, il mio posto sul treno e distratti viaggiatori come compagni, ma ben cinque macchinisti che sapevano dove andare, sapevano che non ci sarebbero state soste né pause per ammirare volti tristi. Non citerò i loro nomi, perché quando un qualcosa è abbastanza non ha bisogno di etichette. Prima di partire, sovente, vengono controllati i documenti e sulle loro carte d’identità c’è fortunatamente scritto “colpevole” e non “vittima di un errore”. Un viaggio appena intrapreso, ma una valigia già colma di interrogativi: chi è il vero viaggiatore?
Ecco, viaggiatore non è chi sale su un aereo o si imbarca su una nave, viaggiatore non è chi scatta una foto, viaggiatore non è chi prepara e disfa la valigia di continuo, perché viaggiatore è solo chi sbaglia. Non è vero che la vita è un viaggio, in quanto quest’ultimo puoi pianificarlo nei minimi dettagli, mentre quello che accadrà domani dipende da te, da te che sei solo un uomo e che sbagli. L’errore è il più grande trofeo che si possa levare al cielo, la più grande chiave, l’unico biglietto che può farti viaggiare in te stesso, che ti aiuta a capire in quale stazione sarebbe stato meglio fermarsi, che ti aiuta ad evitare, in futuro, il “sarebbe stato meglio”. Quei cinque Uomini ne avevano fatta di strada, ne avevano percorsi di chilometri da una sparatoria ad un’altra, da una rapina a quella successiva, eppure la vera meta non l’avevano raggiunta. Per alcuni da un mese, per altri da sei anni era iniziato il vero viaggio. La stazione? I propri errori. Il treno? La cella di un carcere. Il biglietto? La voglia di fare della propria sconfitta una grande vittoria. La meta? Non c’è. Il traguardo non sarà uscire dal cemento e correre nei prati, perché si può essere cosi liberi “dentro” e così tanto prigionieri “fuori”. La meta, intesa come noi “liberi” la concepiamo, non esiste per una persona la cui condanna finisce il 31 dicembre 9999. La meta non è stare sul treno e viaggiare, ma strappare, prima che arrivi il controllore, il biglietto.☺
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