Clima, debito e sindemia
14 Dicembre 2021
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Clima, debito e sindemia

Esiste un rapporto tra epidemia, debito e cambiamenti climatici? Il rapporto e le interconnessioni sono dovute al fatto che l’aumento del debito pubblico ed in generale il peggioramento dei conti pubblici è stato necessario per sostenere i lockdown e la ripresa delle attività. Ma lo stesso sarà necessario per attivare politiche di contrasto ai cambiamenti climatici. Cosa accadrà ai nostri conti pubblici peggiorati in balia della finanza speculativa? Quali effetti geopolitici avremo di fronte? È possibile neutralizzare gli effetti della finanza ed è possibile non dipendere da essa o non lasciare in balia del mercato i paesi più indebitati e più marginali?

Iniziamo con ordine. Quanto è costata a ciascun italiano la Pandemia o meglio ancora la Sindemia? Calo del PIL nominale pro-capite: 2.371 €. Quanto è aumentato il debito? Aumento del debito pro-capite 3.049 €. Quindi il Covid-19 è costato ad ogni italiano in media 5.420 €. E gli aiuti statali pro-capite? Gli aiuti statali sono stati 1.858 € inferiore di 513 € alla perdita del Pil pro-capite. In Germania abbiamo avuto una differenza positiva tra aiuti statali e perdita del PIL pari a +1.841 €, in Francia -120 €. Al 31 dicembre del 2020 il debito delle Amministrazioni pub- bliche era pari a 2.569,3 miliardi (155,6% del PIL); a fine 2019 il debito ammontava a 2.409,9 miliardi (134,7 % del PIL).

Ricordo che la causa principale del debito anni ‘80/90 è stato il servizio sul debito (tassi di interesse > crescita del PIL), successivamente l’ingresso nell’euro (Maastricht 1992 – Euro 1999) ha richiesto un imponente rientro e rapida crescita della pressione fiscale. Dalla crisi finanziaria 2008 c’è stato inoltre un irrigidimento dei vincoli e eccessiva estensione della sorveglianza (sovranità). Il debito elevato non è più considerato necessariamente un problema o un limite (il costo del debito si annulla per effetto delle politiche delle banche centrali). Ciò che non era possibile prima, ovvero indebitarsi, è diventato necessario e permesso, ma non c’è nessuna garanzia sul fatto che non torneremo all’austerità. Il sistema pensa di evitarla sperando nella crescita, ma la crescita oltre a essere nemica della sostenibilità dipende da troppe variabili, anche di tipo internazionale, e non c’è nessuna certezza al riguardo. Questo per dire che in ogni caso sarebbe utile un piano B per pensare come affrontare il debito in alternativa a crescita e/o austerità. Esistono altri metodi? Ad esempio includere nel calcolo anche la capacità futura di solvibilità in funzione dell’invecchiamento e di altri parametri, includere anche il debito privato; in un mondo in cui i tassi di interessi sono bassi il debito pubblico non è un problema (tassi di crescita superiori ai rendimenti dei titoli sovrani), trasferire alla Cassa Depositi e Prestiti (CDP) una parte dei beni dello stato come garanzia per consentire alla CDP di raccogliere nuovo debito, emettendo obbligazioni senza che queste vengano conteggiate nel debito pubblico.

Le alternative da noi proposte sono l’annullamento del debito illegittimo, la neutralizzazione del debito legittimo da Covid, riforma fiscale, assorbimento da parte della BCE. Quasi tutto l’aumento del debito pubblico italiano nel 2020 e probabilmente nel 2021 è nei confronti della BCE (se alla scadenza verranno rinnovati non saranno più un problema- non sarà necessario chiederne la cancellazione). La prospettiva meno affascinante è che l’Italia continui a muoversi con richieste di scostamento confermando il piano di rientro decennale basato su Austerity (moderato e sostenibile?) e sull’efficacia del PNRR che però si basa su stime sempre fragili.

E torniamo alla domanda iniziale. Se attraverso il debito la finanza speculativa incide profondamente, determinando caos climatico (banche fossili), conflitti armati (finanziamento nucleare), migrazioni forzate epocali, come possiamo neutralizzare l’effetto dei padroni del clima, ovvero della finanza speculativa?

Ormai non c’è banca o multinazionale che non si impegni a realizzare le zero emissioni entro il 2050 e ad aiutare in tal senso i “paesi poveri”, dove oltre due miliardi di abitanti usano ancora la legna quale unico o principale combustibile. Solennemente impegnata per le zero emissioni è anche la compagnia petrolifera anglo-olandese Royal Dutch Shell che, dopo aver provocato un disastro ambientale e sanitario nel delta del Niger, si rifiuta di bonificare le terre inquinate. Così, in attesa delle zero emissioni, gli abitanti continuano a morire per l’acqua inquinata dagli idrocarburi della Shell. Se la finanza entra nel grande mercato dei prestiti per il contrasto al cambiamento climatico, non otterremo l’effetto opposto? Ovvero i padroni del clima non diventeranno sempre di più i padroni del mondo?☺

 

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