Cultura mefitica
29 Aprile 2017
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Cultura mefitica

A leggere i giornali, a sentire le notizie sulla politica, ad ascoltare le parole dei leader che decidono del futuro del paese sembrerebbe di essere in seduta permanente nell’antica agorà di Atene. La discussione è forte, le grida sono alte e le polemiche feroci, tutto sembrerebbe indicare una grande vitalità, un gran movimento di idee, una furiosa battaglia ideologica come nemmeno ai tempi della guerra fredda. La realtà è ben altra, e su ben altro, nei partiti che contano, si concentra la discussione reale. Mai come in questa fase calzano le frasi, “sotto il vestito niente” o anche “falso movimento”. Falso, perché il cuore dell’aspro confronto non è il destino della democrazia o del socialismo, non sono i problemi del futuro della nostra comunità e del bene comune, non il collasso ambientale e lo smarrimento delle nuove generazioni, non l’esaurimento dello stato sociale e del lavoro inesistente …
No, la vere questioni sono altre: se Matteo Renzi avrà un ruolo centrale in quel mondo politico che aveva promesso di abbandonare dopo la sconfitta al referendum, se Berlusconi avrà la possibilità di una nuova candidatura come presidente del consiglio, se Matteo Salvini ha i quarti di nobiltà giusti per essere candidato come premier, se per Grillo è più conveniente o meno la decapitazione politica della Raggi, se per le diverse minoranze dei partiti è arrivata l’ora della riconquista. Di questo e poco altro si discute realmente e su queste note si potrebbe cantare a lungo. Ho avuto la pazienza di seguire tutta la direzione del Pd, quel che mi ha colpito in modo sgradevole è la nota di fondo, ovvero l’ipocrisia, la doppiezza delle parole e dei discorsi. Renzi sia nel discorso di apertura, sia in quello di chiusura ha ripetuto che al congresso si dovrebbe andare con la leggerezza del sorriso, nel mentre si sentiva con nettezza il rumore delle sciabole e dei coltelli. Le minoranze hanno detto cose non facilmente intellegibili, tutto il contenzioso sembra concentrarsi sulle date del Congresso e sul rapporto fra conferenza di programma e congresso. Ma evidentemente i problemi sono di altra natura, se giorno dopo giorno si sta rotolando verso una rottura del Partito Democratico, della quale sarebbe stato bene chiarire ragioni e prospettive.
In ogni luogo, sulla carta stampata, nelle radio, nelle televisioni e nelle riunioni di partito è tutto un gran vociare, ma in questo coro mancano soggetti e questioni fondamentali che sono e dovrebbero essere il centro della contesa: cittadini, lavoratori e il destino del mondo. È proprio questo il punto dolente della nostra epoca: la politica si è ritirata dal popolo, i partiti sono divenuti associazioni private, si è persa la bussola e smarrito l’orientamento, si è creato un grande vuoto nel senso comune. In questo buco nero è cresciuta la paura, la precarietà, la solitudine, la rabbia disperata di chi è stato abbandonato come osso di seppia sulla spiaggia. Il che è un paradosso e un non-senso, perché in questa nostra epoca, segnata dalla crisi profonda dei luoghi storici della socialità. la politica, il sindacato e le istituzioni avrebbero dovuto essere il principio attivo di una nuova e superiore coesione sociale.
Così non è andata e il cittadino, il lavoratore, l’anziano, il giovane, tutti sono rimasti prigionieri entro la gabbia di una grande solitudine umana e sociale. La solitudine è l’altra faccia di questa globalizzazione che sembra aver ingoiato in pochi anni quei diritti, quei valori, quei principi sociali, quelle comunità solidali, quei diritti che dopo la seconda guerra mondiale furono strappati agli interessi di pochi e al cinismo del capitalismo moderno. La responsabilità prima di questo stato di cose è proprio di quella sinistra che si era pensata in primo luogo internazionalista, per poi finire nel bicchiere degli interessi nazionali. Ci siamo ritrovati in un incredibile paradosso: mentre il capitalismo di questi ultimi venti anni, seguendo la sua logica e i suoi interessi, apriva le porte al mondo, la sinistra al contrario si chiudeva nelle mura domestiche.
A questo punto del ragionamento verrebbe naturale tornare a quel manuale per la rivoluzione che fu il Che Fare? di Lenin, sarebbe logico tentare di riprendere il filo smarrito della sinistra in Italia e nel mondo. E credo si debba guardare senza supponenza, senza superficialità, con simpatia al lavoro che su questo difficile campo da più parti viene fatto, avendo una particolare attenzione proprio a quei luoghi che la stampa e i mezzi di comunicazione ignorano.
Vorrei solo evocare tre grandi questioni, tre solchi da arare: solo un mutamento radicale nei comportamenti e nei costumi permetterà alla sinistra di ritrovare una connessione sentimentale con il popolo. Solo un nuovo radicamento nel territorio, una sperimentazione quotidiana nel tessuto sociale di un’altra idea di economia, di società e di mondo potrà ridare legittimazione alla Politica e riaprire una nuova stagione di conflitti. Infine, solo una grande passione e un grande lavoro intellettuale ci permetterà di ricostruire una nuova teoria della rivoluzione. Sì, rivoluzione. La mia non vuole essere né una provocazione, né una civetteria, noi siamo nel centro di una rivoluzione che ha cambiato e sta cambiando alla radice il mondo; pensare di affrontare questo passaggio d’epoca con un po’ di tattica, un po’ di buon senso politico e qualche rammento riformista è una pura perdita di tempo. I Trump, i Le Pen, i Salvini, i Wilders, gli Hofer stanno a dirci che molti buoi sono già scappati dalla stalla, si respira un’aria mefitica in Europa. Consiglierei per conoscere il recente passato e per meglio capire il presente la lettura di un testo classico La cultura del terzo Reich di Mosse.

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