Democrazia dal basso
22 Ottobre 2017
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Democrazia dal basso

Al di là dei punti di vista sul tema, e senza voler ipotizzare in questa sede una conclusione della vicenda, non vi è dubbio alcuno che la lotta contro il tunnel rappresenti un esempio particolarmente eclatante di democrazia costruita passo passo e collettivamente.

Ad ogni fase (più o meno oscura, più o meno opaca) dell’iter del progetto ha infatti corrisposto una reazione concreta, un ’iniziativa inventata insieme, una diffusione di saperi e di informazioni. Azioni che si sono tradotte per un numero sempre crescente di cittadini in un’assunzione di responsabilità personale nei confronti del territorio e dei suoi elementi fondanti, minacciati da una indegna speculazione a senso unico (ovvia- mente quello del profitto privato).

Non è questo il luogo per discutere dei lati positivi (che ritengo per conto mio inesistenti) o negativi del progetto; ma è certo il momento, ora che si affilano le armi per le prossime competizioni elettorali, di riflettere sul significato di questa, come delle tante precedenti, esperienze di impegno civico locale.

In tempi come i nostri, tempi tristi di egoismo razzista e di chiusura all’altro, di tentazioni autoritarie e di decisionismo esecutivo che esautora la discussione parlamentare, è necessario portare sotto i riflettori quell’esigenza di comunità che torna ad esplodere nei territori, e da nord a sud del paese ha visto e vede lo spontaneo riaggregarsi dei cittadini intorno alla difesa dei beni comuni.

Difesa che non è, come vuole la stucchevole vulgata di chi ci governa, a Roma come nelle periferie dell’ impero, “il dire sempre no a tutto” e voler tornare nel Medioevo. Perché solo chi ha interesse a delegittimare la democrazia partecipata (purtroppo un po’ tutte le forze cosiddette politiche), solo chi non nasconde l’insopprimibile fastidio verso il cittadino che pretende di contare tutti i giorni, non unicamente quando mette una scheda nell’urna, può continuare a ignorare che i nostri NO sono sostenuti da tutta una serie di chiarissimi SÌ: ogni volta che si è cercato di fermare qualcosa lo si è fatto solo dopo aver presentato dettagliatissimi piani alternativi.

Alla turbogas e alle trivelle si rispondeva con programmazioni energetiche precise; alle Gran Manze e alle chimiche si opponeva la valorizzazione di coltivazioni bio, lo sviluppo di reti di piccola imprenditoria agricola ed economia pulita (ma con proposte concrete, non con la propaganda elettorale di parole vuote in libertà e le faraoniche promesse di milioni di posti di lavoro); alla privatizzazione dell’acqua veniva contrapposta la possibilità reale, sostenuta da documenti economici, di una gestione pubblica addirittura redditizia per le casse comunali; alla svendita della sanità pubblica faceva da contraltare la proposta di soluzioni diverse che bloccassero il vergognoso squilibrio numerico a vantaggio esclusivo dei privati.

Ma tant’è: i “comitatini” non rappresentano nessuno, sono oscurantisti, non sanno di cosa parlano, sono brutti e cattivi e forse andranno all’inferno… E invece questo associazionismo spesso spontaneo ha prodotto fin qui probabilmente l’unica storia politica di cui valga la pena parlare: di fronte al fallimento delle iniziative governative (nazionali e locali) sul fronte di lavoro, scuola, gestione dei rischi geologici e sismici, tutela di paesaggio e ambiente è stato raccolto e diffuso attraverso gli anni in Italia, in Molise e a Termoli un patrimonio culturale collettivo, al quale hanno collaborato gratuitamente personalità esperte e competenti, costruendo quella che può essere base e sostanza di una gestione virtuosa della cosa pubblica. Da oggi e da subito.

Se da un lato l’assalto ai beni comuni in nome del profitto ha generato inizialmente un senso di impotenza, dall’altro ha rafforzato la coscienza del dovere farsi carico di ciò che appartiene a tutti; e poiché i grandi partiti sono scomparsi, l’attività politica concreta non poteva che passare dai raggruppamenti nati dal basso, i movimenti, o appunto i “comitatini”, come li chiama con disprezzo anche qualche esponente delle nostre amministrazioni locali.

Solo pochi giorni fa Tomaso Montanari dalle colonne di Repubblica spiegava molto chiaramente che senza i “comitatini” è difficile elaborare una proposta politica seria; aggiungo che ignorare i saperi costruiti nelle città e nei paesi da cittadini impegnati e responsabili (gli unici che riusciranno a cambiare il mondo, come ben sapeva la grande antropologa Margaret Mead) non è solo democraticamente scorretto: è idiota, e suicida. Perché non si può più pensare di elaborare un programma di governo, a qualunque livello, senza coinvolgere fattivamente i diretti interessati. Che chiedono, pacificamente ma con determinazione incrollabile, che su di loro non si decida più senza di loro. Mai.☺

 

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