Gli studenti al centro
3 Giugno 2015
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Gli studenti al centro

Lettera aperta agli insegnanti non rassegnati

Finalmente. Che la scuola fa acqua da tutte le parti e non risponde alle esigenze odierne lo sanno anche le pietre; che manca spesso del necessario lo avvertono tutti quelli che ci entrano in contatto; che ogni tanto qualche edificio scricchiola, mettendo a rischio la vita di quanti la frequentano, ci informano, anche se non sempre adeguatamente, giornali e telegiornali; che i vari governi che si succedono pongono mano puntualmente alla scuola e chiamano riforma i subdoli tentativi di addomesticarla, cioè renderla funzionale al sistema, non sempre è stato immediatamente evidente. Vedere perciò in agitazione non solo gli studenti – sempre pronti a scendere in piazza, perché più attenti ai fermenti presenti nel ventre della società – ma anche gli insegnanti e il personale della scuola non può che far piacere, non perché sostenitori dell’ammuina – il rumore per il rumore – ma perché è indice che la misura è colma davvero.

Mi rivolgo a voi insegnanti perché solo la cultura può ostacolare derive populiste e dittatoriali. Don Milani, che non è stato affatto tenero con voi, diceva agli studenti che ogni parola di cui imparavano il contenuto è un passo avanti per impedire raggiri e sopraffazioni. E voi avete la responsabilità di affrancare i ragazzi, di aiutarli a crescere liberi e responsabili, con la schiena dritta. Che due più due faccia quattro potranno impararlo anche da soli, con un po’ di impegno; che i vari pulsanti dei mezzi tecnologici aprano funzioni e collegamenti addirittura sono loro spesso a saperne più degli adulti; ma che i processi logici, la capacità di decodificare messaggi e proposte non si imparano leggendo libretti di istruzione o per tentativi, è un dato: hanno bisogno di guide sicure e disincantate. La cultura va ben oltre la capacità di leggere, scrivere e far di conto, è la capacità di rapportarsi alla vita, di leggere la storia, di comprendere e dare un senso agli eventi.

“Non c’è bisogno di combattere un tiranno, di toglierlo di mezzo; egli viene meno da solo, basta che il popolo non acconsenta più a servirlo. Non si tratta di sottrargli qualcosa, ma di non attribuirgli niente. Sono dunque i popoli stessi che si lasciano, o meglio, si fanno incatenare, poiché col semplice rifiuto di sottomettersi sarebbero liberati da ogni legame”. Sembra ai limiti del banale questa riflessione di Etienne de la Boétie, scritta alla metà del 1500, eppure i popoli, soprattutto nei momenti di crisi economica, puntualmente subiscono la deriva autoritaria dei vari imbonitori che fanno presa sulla pancia proprio perché in fronte ci si stampa vuoto a perdere. Solo la cultura, non l’istruzione, può rendere liberi. La vostra resistenza contro i cosiddetti presidi sceriffi è oltremodo importante perché arriva dopo la capitolazione nei confronti dei segretari di partito che sceglieranno sostanzialmente il nuovo parlamento, a causa dell’aberrante riforma elettorale appena varata alla camera dei deputati. In questa società che si lascia dominare dai poteri forti – dalla finanza alle banche, dal capitale ai signori della guerra ad ogni costo, dai kapò in politica ai capetti nelle scuole -, avete il dovere di resistere oltre ogni limite e legge per educare le nuove generazioni a saper scegliere fra la servitù deresponsabilizzante e la libertà sempre estremamente faticosa.

Se in questa lotta di civiltà gran parte della società rimane a guardare è perché non ha compreso la posta in gioco, ha pensato che le vostre fossero rivendicazioni di potere e sicurezza economica. Ci si vuole illudere sulla cura proposta, ma purtroppo è peggiore della malattia che l’affligge. A cominciare dall’autonomia scolastica. Gran bella cosa, ma qual è il prezzo? Mettere tutto nelle mani del preside manager è già questo un atto di fede, perché non è detto che un insegnante più o meno brillante, che ha imparato un po’ di leggi e decreti, che ha superato il concorso sia capace di gestire una realtà che ha poco a che vedere con i libri che ha letto e le lezioni che ha tenuto. L’autonomia presuppone i fondi necessari e indispensabili per cui gli sponsor, che non fanno beneficenza, investono dove hanno un ritorno economico e quindi non tutte le scuole avranno le stesse opportunità. Le periferie al solito saranno penalizzate, ma soprattutto in ogni caso non saranno gli studenti al centro dell’interesse collettivo. Come non lo sono oggi purtroppo, anche se per altri motivi.

Come al primo posto della sanità, sempre più allo sfascio, non c’è il malato, ma gli ospedali, il personale, i campanilismi, allo stesso modo per la scuola non può esserci la difesa dei plessi, dei precari e di quant’altro: prima di tutto vengono gli studenti. Il resto deve essere funzionale a loro. Quando si promuove o si boccia per salvare le classi in funzione degli insegnanti, quando si fanno le pluriclassi pur di avere la scuola in paese, quando all’inverso si aumenta il numero degli alunni per risparmiare sugli insegnanti si fa l’interesse degli studenti? È intorno agli alunni che si deve costruire la buona scuola con tutto ciò che occorre. Non mi interessa la difesa della categoria degli insegnanti a prescindere, anzi quelli fannulloni, e ce ne sono purtroppo, vanno allontanati subito, ma la meritocrazia è parente prossima dell’asservimento e del lecchinaggio. E dunque che ben vengano tutte le riforme, indispensabili visto lo stato in cui versa la scuola, purché al primo posto restino gli studenti che non sono vasi da riempire, ma fiaccole da accendere (Quintiliano). Per questo lottiamo e continueremo a farlo, come attestano i puntuali articoli di Gabriella de Lisio nella rubrica mondoscuola.☺

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