In fuga dal natale
10 Dicembre 2021
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In fuga dal natale

l’approssimarsi delle festività, di tentare una fuga dal Natale con tutti i suoi riti? È quello che accade in un racconto di Dino Buzzati, o meglio in uno dei suoi numerosi racconti dedicati alla festa più sentita dell’anno. Il celebre scrittore bellunese, che per tutta la vita alternò alla collaborazione con il “Corriere della Sera” l’attività di narratore, prestò infatti una costante attenzione al tema natalizio, tornandovi assiduamente ogni anno. Lo mostra la raccolta Il panettone non bastò, a cura di L. Viganò, Milano, Mondadori, 2004, i cui scritti sul Natale vanno dall’inizio degli anni Trenta a poco prima della sua scomparsa nel 1972. Il Natale di Buzzati non è tuttavia quello evangelico con Giuseppe, Maria e il bambinello nella stalla, con i Re Magi e la stella cometa, e, se qualche rara volta lo è, tutto è in chiave ironica. E non è nemmeno quello edificante con il lieto fine, reso possibile dall’intervento di una figura divina o angelica, che pone fine alla fame e al freddo di un’umanità povera e sofferente. Ma è quello del boom economico, in cui la pratica religiosa è solo apparenza e a cui fanno spesso da sfondo le grandi metropoli contemporanee.

Identico a quello di Milano, dove Buzzati lavorava, ma anche di Londra o Parigi, è il Natale di New York, dove Buzzati immagina che viva Ebenezer W. Scrooge, il protagonista di questa storia. Si tratta proprio di quel Mr. Scrooge nato nel 1843 dalla penna di Charles Dickens e diventato nel tempo un’antonomasia per indicare una persona avara – tanto che gli inglesi utilizzano il termine come sinonimo di avido (“You scrooge!”) e che il fumettista statunitense Carl Barks vi si è ispirato per creare, a fine anni Quaranta, il personaggio di Paperon de’ Paperoni, il cui nome originale è Scrooge McDuck. Ma Scrooge sarebbe diventato anche, in seguito al cambiamento che il suo carattere asociale subisce nel corso del racconto A Christmas Carol [“Canto di Natale”], un simbolo dello spirito autenticamente natalizio, con “quello speciale intenerimento dell’animo, quella disposizione alla benevolenza e al perdono” (per riprendere le parole dello stesso Buzzati). Nella fantasia di quest’ultimo, Mr. Scrooge, un ricchissimo e celibe sessantaduenne, decide, il 23 dicembre 1965, di imbarcarsi sulla turbonave Michelangelo, diretta in Europa, per allontanarsi il più possibile dai fratelli e dai nipoti, oltre che dagli amici, che peraltro non ha, e trovarsi in pieno Atlantico la notte di Natale. In realtà – precisa l’autore – New York è “un posto dove si poteva sopportare la ricorrenza un po’ meglio che altrove”: nonostante le sue luminarie, la gioia delle vetrine in cui si concentrano le meraviglie del mondo e il delirio della gente che, incurante del gelo, ribolle pazza nelle strade “come un formicaio subito dopo la pedata”, a New York “non vige la benevolenza verso il prossimo”, cosa che piace molto a Scrooge. Ma il suo vero problema è che, “da una dozzina d’anni”, tutte le notti del 24 dicembre, lo Spirito di Natale entra nella sua camera, lo sveglia bruscamente, lo prende per mano e lo trascina in giro per il mondo. Di qui la sua “geniale idea del mare”: in mezzo all’oceano lo Spirito non si sarebbe fatto vivo e, su un bastimento italiano, ammesso anche che fosse venuto a tormentarlo, sarebbe stato uno Spirito di lingua italiana, e lui, Scrooge, non avrebbe capito una parola. Purtroppo per lui, però, il Natale si è installato anche lì, con tutti gli addobbi, gli auguri e i festeggiamenti, e perfino con la Santa Messa. Il Natale si trasforma così in una sorta di maledizione che non gli lascia requie. Ma, dello Spirito di Natale, nessuna traccia. Nemmeno nella cabina dove Scrooge risale al termine della funzione religiosa. Solo dopo che un cameriere in giacca bianca, dagli occhi azzurri e vivi, lo ha assistito con gentilezza e affetto, il protagonista scorge sulla testa dello steward l’aureola dello Spirito famigerato: “- Dunque… sei ancora tu? – Sì, signore… Io non potevo abbandonarla… Io sono qui per farle del bene… Vuole che andiamo?”

Nonostante la beffa che il protagonista subisce nel finale e che sancisce di nuovo la vittoria dello Spirito di Natale, risulta evidente, da questa sintesi del racconto che si è cercato di affidare il più possibile alle parole di Buzzati, quanto disincantata fosse la sua idea delle nostre celebrazioni natalizie. “Tutti di nuovo carogne”, scrive altrove nella raccolta Il panettone non basta, parlando del foglietto del 25 dicembre che cade dal calendario lasciando comparire quello del 26. “Tutto riprende come prima: gli affanni, le facce dure, gli occhi cattivi, l’avidità, le parolacce, gli scatti d’ira, le maldicenze, gli egoismi, l’inquietudine”, e tutto torna alle “guerre giornaliere”. Cosa risponderebbe il vero Scrooge? Forse semplicemente queste memorabili parole che Dickens gli ha suggerito: “Onorerò Natale nel mio cuore e cercherò di conservarlo per tutto l’anno”.☺

 

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