La lunga marcia
2 Gennaio 2014
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La lunga marcia

Vista da lontano, con le lenti della politica, l’Italia appare per un verso un piccolo paese, una provincia marginale, per un altro verso un pericoloso laboratorio dal quale può uscire il classico granello capace di bloccare l’intero sistema. Pur entro grandi problemi e difficoltà, il paese ha continuato a galleggiare; malfermo sulle gambe, con ferite profonde, il paese è rimasto in piedi. Questo per una fondamentale ragione, perché la crisi della politica e della società hanno marciato su binari diversi, perché non vi è stato un corto circuito fra il crollo della credibilità del sistema politico-istituzionale e la marginalità sociale nella quale è caduta una parte grande dei lavoratori e dei cittadini italiani. Ma in questi ultimi giorni qualcosa di pericolosamente nuovo è accaduto: nelle piazze e nelle strade è cresciuta una protesta pericolosa; vi è stato il primo vero segnale di una ribellione sociale che può contagiare tutto e tutti. La corporativizzazione del sistema che sino a ieri ha paradossalmente garantito un incerto equilibrio e una precaria instabilità oggi può capovolgersi nel suo contrario e degenerare in una incontrollabile e generale anarchia.

E anche oggi come ieri non mancano i cattivi maestri, per strade diverse e con intendimenti diversi: Grillo, Berlusconi e la Lega comiziano contro l’Europa, contro il  sistema finanziario, contro i partiti e la politica, un miscuglio di protesta e di parole d’ordine che ben si sposa con un movimento, quello dei “forconi” nel quale si trovano a loro agio i parafascisti delle curve e gli estremisti di casa Pound. E se domani accanto ai forconi si dovesse sommare anche l’estremismo dell’antagonismo di sinistra, allora si potrebbe determinare un pericolosissimo corto circuito. Il punto di rottura del sistema può non essere lontano, manca una direzione politica, perché la protesta possa fare un salto di qualità. La Lega di Salvini che grida contro la tecnocrazia criminale di Bruxelles è alle prese con gli scandali dei suoi dirigenti dalle mutande verdi del presidente Cota alle squallide vicende della famiglia Bossi e Berlusconi tutto può essere meno che un nuovo masaniello. Però attenzione, perché l’esperienza storica e anche questi ultimi anni insegnano che quando si apre il vaso di Pandora della rivolta sociale, e quando questa ha ragioni profonde, la politica rapidamente trova nuovi interpreti.

In questo contesto il congresso del Pd potrebbe essere un evento del tutto marginale, un osso di seppia, se non vi fossero due fatti da guardare con una certa attenzione: i quasi tre milioni di votanti e l’elezione di Renzi a segretario. Tre milioni di persone continuano a pensare che la Politica non sia del tutto morta. Può essere che questa sia la campanella dell’ultimo giro, ma è comunque un’opportunità importante, un giacimento prezioso, una variabile di grande rilievo che deve entrare in campo nella pericolosa partita italiana. In secondo luogo, Renzi è diventato segretario del Pd con quasi il 70% dei voti. Premetto che poco o nulla condivido della cultura politica Renziana, la parentela fra Renzi e una sinistra, antica  o nuova che sia, è praticamente zero. Pur tuttavia non dovrebbe sfuggire che il nuovo segretario del Pd  è l’unica, sbiadita e precaria carta che sia rimasta alla politica prima dei forconi, e questo a tre condizioni non trattabili.  Che finisca la melina politico-istituzionale: la riforma della legge elettorale e la rivoluzione istituzionale si facciano senza alcun indugio. Diversamente, se Alfano e qualche fesso del Pd dovessero insistere nella melina con l’arma del ricatto, si vada senza incertezza alle elezioni a marzo-aprile. Non si ripeta il tragico errore del ‘98, quando alle elezioni anticipate dopo la crisi aperta da Bertinotti si preferì  il governo presieduto da Massimo D’Alema. Seconda questione: rompendo anche i vincoli europei si vari una misura d’urgenza sul versante dell’occupazione giovanile. Un milione di posti di lavoro subito. Nel 1978/79, ancora nel pieno degli anni di piombo, si fece la legge 285, furono diverse centinaia di migliaia di giovani che sotto il titolo di lavori socialmente utili trovarono un posto di lavoro; oggi la situazione è molto più critica degli anni di allora. Discutiamo e facciamo un bilancio serio di quell’esperienza per evitare errori già fatti, ma c’è bisogno oggi e non domani di una nuova 285. Infine, ed è la premessa di tutto, la nomenclatura del centro-sinistra nazionale e locale faccia tre passi indietro, vi sono tante ragioni per spiegare questa scelta, ma una in primo luogo: in politica la credibilità è tutto e questa classe dirigente, a Campobasso come a Roma, non ha più credibilità. È bene farlo, quando i forconi non sono ancora entrati nelle stanze dei partiti e quando la partita può ancora essere giocata dalla politica.

Qualcuno giustamente potrebbe chiedere: e la sinistra? Con Renzi la sinistra che fine fa? Sono in questi giorni nello Yenan in Cina, dove Mao tze tung cominciò la “lunga marcia” della rivoluzione e della lotta di liberazione. Chi vuole ridare forma e sostanza a una sinistra che voglia essere tale deve essere pronto ad affrontare una nuova e  “lunga marcia”. ☺

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