La verità sulle parole
17 ottobre 2018
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La verità sulle parole

Vorrei condividere ancora con i lettori de la fonte la mia preoccupazione per la perdita di senso delle parole; è un tema che mi ossessiona, perché credo davvero che molto di ciò che sta accadendo in Italia (e in Molise) venga proprio da lì. Si usano le parole come se non avessero peso, non fossero in grado di fare male e scavare baratri. Come se tutto fosse uguale a tutto, e ogni parola fosse uguale all’altra, e si potesse, stravolgendone il significato, cambiare a tradimento la realtà che esse esprimono.

Ma le parole sono il legame tra noi e il mondo, e nello stesso tempo la chiave per interpretare i segni del nostro essere umani: se questa corda si spezza, se il traduttore si confonde in una babele di suoni senza senso, diventa impossibile trovare la via d’uscita dal labirinto.

Chiesero una volta al saggio Confucio quale sarebbe stato il suo primo provvedimento, nel caso lo avessero chiamato ad amministrare il paese; egli rispose senza esitare “La riforma del linguaggio”.

E come dimenticare 1984 e la grandiosa distopia del Grande Fratello orwelliano? In quel mondo da incubo non a caso era stato scelto come primo e fondamentale obiettivo la modifica della lingua, in modo che non esistessero più le parole per esprimere l’idea di ribellione

Per chi ricorda poi Alice di Lewis Carroll, suona raggelante e profetica la risposta di Humpty Dumpty ad Alice, che contestava al buffo ometto a forma di uovo la possibilità di dare molti significati ad una parola, modificandola a piacimento; Humpty Dumpty chiarisce che si può, certamente: “Dipende da chi comanda”.

Da sempre, infatti, attraverso l’uso strumentale delle parole i detentori del potere hanno stravolto le strutture della società, a danno della democrazia e delle sue dinamiche.

Per far perdere senso alle parole basta ripeterle ossessivamente, per generare paura e indurre chi ascolta a riconoscersi in uno slogan che rassicura e ti fa sentire dalla parte giusta; e l’orribile frasario salviniano ne è un esempio eclatante. Così la parola ‘migrante’ è stata decostruita fino a diventare sinonimo di clandestino, de- linquente, parassita.

Oppure si può far leva sulla necessità di essere moderni: nessuno vuol sentirsi antiquato, e quindi uno studente diventa utente della scuola, l’ospedale si trasforma in azienda, i tagli al personale si camuffano da ottimizzazione delle risorse, la chiusura di un ufficio passa per razionalizzazione. Ne sappiamo qualcosa, certo, in Molise, dove la distruzione degli ospedali è stata addirittura sbandierata come un grande successo, il conseguimento del pareggio di bilancio sanitario. E proprio la sanità, in Molise e in Italia, dimostra in modo ineccepibile come la perdita di senso delle parole possa aprire la strada ad un devastante stravolgimento dei diritti: è bastato usare la parola azienda per introdurre e far pian piano accettare l’idea di privato. Et voilà, il gioco è fatto: cosa c’è di male se accanto al pubblico, senza scopo di lucro, opera anche chi ha come fine il profitto?

E il bene comune viene strappato ai cittadini senza che questi nemmeno protestino, usando altre parole destituite di senso, come efficienza, modernità, libero mercato.

E dunque le parole sono importanti, sono strumenti di potere e predominio, sono mezzi di persuasione occulta, rese mille e mille volte più pericolose oggi dalle maglie onnipresenti della rete: Internet e i tanti social media che tutti usiamo senza pensarci troppo su hanno reso velocissimo e inarrestabile lo sbriciolamento del linguaggio.

E cosa c’è di più facile che identificarsi con l’ultimo slogan urlato, con l’ennesima volgarità sparata in giro, con le infinite malvagità vomitate dietro il comodo schermo immateriale del web? È così divertente e rassicurante ritrovarsi in tanti a ripetere stolidezze da cabaret di terz’ordine, “Prima gli italiani”, “accoglieteli a casa vostra”, “gli immigrati portano le malattie”, “io tiro dritto”, “me lo chiedono gli italiani”.

Certo, anche le “nostre” parole vacillano: anche parlare di accoglienza, democrazia, costituzione, uguaglianza, diritti sta perdendo senso. Ma proprio per questo dobbiamo rimettere in campo ciò che queste parole hanno voluto dire, riportare nelle piazze, nelle scuole, nelle strade la storia gloriosa delle lotte combattute insieme, dagli anni ’50 in poi, perché l’esistenza fosse meno misera e meno difficile, e desse uguali opportunità a tutti.

Sono le parole che cambiano le cose: il senso delle parole parte da qui. Sta a noi farle diventare motore di morte o di rinascita.☺

 

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