Oltre i confini
5 Agosto 2020
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Oltre i confini

Negli ultimi mesi alcune parole si sono imposte alla nostra attenzione ed hanno invaso con il loro uso il nostro quotidiano: distanziamento, separazione, prudenza (nei contatti); questi termini sono diventati regole che abbiamo osservato nelle settimane precedenti, ed ancora siamo tenuti ad osservare al fine di ridurre il contagio da virus. Il loro ingresso ha contribuito a modificare il nostro modo abituale di comportarci, di avere relazioni con gli altri e forse anche il nostro modo di pensare.

La situazione in cui ci siamo ritrovati ci ha costretti, nostro malgrado, ad affrontare circostanze impreviste ed imprevedibili; la responsabilità maggiore però è ricaduta soprattutto su alcune componenti della società, i cosiddetti front liner [pronuncia: front lainer]!

In psicologia, ad esempio, front liner è la persona che, tentando di diagnosticare il disagio, offre il primo soccorso; l’ espressione inglese, composta dall’aggettivo front – che traduce “frontale, anteriore” – e dal sostantivo liner (derivato da line, [pronuncia: lain], fila) indica coloro che ricoprono il compito di fornire, per primi, l’assistenza nei casi più svariati, quali dare informazioni, predisporre accompagnamento, avvertire di un pericolo, prestare soccorso sanitario.

“In prima linea” è l’espressione che in italiano definisce ed identifica questa categoria di persone: innegabile l’ apprezzamento per la loro opera, disinteressata, puntuale, efficace; lodevole la solerzia ed il senso di abnegazione dimostrato; positivo il riscontro da parte delle autorità, a cominciare dal Capo dello Stato, che ne ha riconosciuto e valorizzato il merito.

Potrà sembrare retorico – ma non rientrerebbe nel mio intento – esprimere gratitudine per tutte le persone che durante l’emergenza hanno profuso energie ed impegno: indispensabili, efficienti, solidali! E non hanno ceduto al timore o all’egoismo: si sono posti sul front  line, senza esitazione, senza ripensamenti.

Il loro esempio, ovviamente degno di essere menzionato – e seguìto! – mi spinge ancora a riflettere sul senso di confine e sull’ ambivalenza, soprattutto in ambito sociale, del suo significato.

La linea frontale su cui ha avuto luogo l’impegno di questi uomini e donne ci riporta idealmente alle barriere, agli ostacoli, alle interruzioni che sempre più spesso si frappongono nelle relazioni umane. Come afferma lo psicanalista Massimo Recalcati “il confine non è altro che la linea dove io finisco e tu cominci, o forse dove tu finisci e io comincio”. E come esseri umani siamo molto bravi ad innalzare muri, a proteggerci dai nostri simili, spinti dall’egoismo o dalla sete di dominio.

La triste attualità di quanto accaduto negli U.S.A., dove quella galassia razzista denominata “suprema- tismo bianco” continua nella sua azione violenta e prevaricatrice, ci conduce ad ulteriori amare considerazioni: “Vivia- mo nel contesto ostile di due mondi sorprendentemente diversi: il mondo dei privilegiati e quello dei diseredati, il mondo dei bianchi e quello dei neri, il mondo degli abbienti e quello dei non abbienti. Questi due mondi sono il risultato di un razzismo radicato, che alimenta la violenza sistemica contro i neri e le minoranze etniche, perpetua le ingiustizie e genera povertà”. È il Consiglio per la Missione Mondiale (Council for World Mission) che in una sua recentissima dichiarazione ribadisce la gravità della situazione, e prosegue sostenendo che “covid-19 rivela una sottoclasse alle nostre società in tutto il mondo. Li troviamo in prima linea nei nostri servizi sanitari, sociali, domestici, edili e di trasporto, nei dormitori dei lavoratori migranti sovraffollati, o ai bordi delle strade, spinti fuori dai luoghi dove lavoravano, resi disoccupati senza cure o compassione. Questa sottoclasse sociale è contemporaneamente creata e disprezzata dai poteri economici e politici dominanti del nostro tempo”. Persone ai margini, ai confini, sulla prima linea dell’emarginazione!

Apparentemente contraddittoria sembra la nostra attuale condizione: per evitare il contagio dobbiamo innalzare protezioni, rifugiarci dietro mascherine, indossare guanti per non contaminarci. Ma per prestare o ricevere soccorso dobbiamo posizionarci ‘in prima linea’: ecco che il confine diventa una inevitabile, essenziale parte del nostro essere e, sempre Recalcati ce lo ricorda,“il confine è tale solo se è poroso, ovvero solo se si riconosce la sua capacità di transito, di comunicazione”.

‘In prima linea’, su un confine “dove io e te cominciamo insieme”.  ☺

 

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