stranieri per vocazione   di Michele Tartaglia
4 Luglio 2013
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stranieri per vocazione di Michele Tartaglia

 

Se c’è un aspetto che fa parte a pieno titolo del DNA del cristianesimo, è quello della solidarietà con chi è straniero, partendo dalla convinzione che siamo tutti stranieri perché in viaggio verso un regno che ci viene dato da Dio. Pietro nella sua I lettera si rivolge proprio così ai cristiani a cui scrive: “Pietro, apostolo di Gesù Cristo, ai fedeli che vivono come stranieri” (1 Pt 1,1); “Carissimi, vi esorto come stranieri e pellegrini” (2,11), usando il termine diventato poi nel linguaggio della chiesa, la “parrocchia”. Ma passando in rassegna tutto il Nuovo Testamento incontriamo anche l’autoidentificazione di Gesù con il forestiero (“ero straniero e mi avete accolto”, Mt 25,35); Paolo mette l’accoglienza degli stranieri tra le caratteristiche di un amore non ipocrita, usando una parola specifica (filoxenia) che può essere tradotta come amore per lo straniero oppure amore per la condizione di “stranierità” (Rm 12,13). La lettera agli Ebrei accomuna gli stranieri ai carcerati e a quelli che subiscono violenza, chiedendo ai cristiani di farsene carico in nome dell’amore fraterno: “Non dimenticate l’amore per lo straniero; alcuni praticandolo senza saperlo hanno accolto degli angeli” (Eb 13,1); e ricorda ai cristiani che essi stessi sono stranieri: “Non abbiamo quaggiù una città stabile, ma andiamo in cerca di quella futura” (13,14).

Si potrebbe pensare che le affermazioni di Gesù e del Nuovo Testamento siano una parentesi tra il nazionalismo dell’Antico Testamento e l’affermazione dell’identità cristiana della storia successiva. Ma basta approfondire la ricerca per trovarsi di fronte a una visione coerente che abbraccia tutta la bibbia e la storia cristiana, anche se basata su due motivazioni complementari: da un lato quella già accennata all’inizio, e cioè che il cristiano si sente straniero perché tende a un’altra patria, dall’altro perché si è ospiti e pellegrini su una terra che è di Dio e che noi possiamo solo custodire e coltivare, ma di cui non possiamo sentirci padroni, men che meno esclusivi usufruttuari. Famose sono le parole della Lettera a Diogneto: “I cristiani abitano ciascuno la propria patria, ma come stranieri; partecipano a tutto come cittadini e si adattano a tutto come stranieri. Ogni terra straniera è patria per loro; ogni patria è per loro terra straniera” (5,5). Ancora più sorprendente è tuttavia guardare all’Antico Testamento, dove si parla dell’amore del prossimo, comandamento che riassume per Gesù e Paolo tutta la Legge. È proprio parlando di questo comando che si esplicita che non può essere considerato prossimo solo chi appartiene alla propria etnia, ma ogni persona che incrocia il nostro cammino, perché la prossimità non è una qualifica etnica bensì una condizione che esige un pronunciamento giuridico; dice il libro del Levitico: “Quan- do un forestiero dimorerà presso di voi nella vostra terra, non lo opprimerete. Il forestiero dimorante fra voi lo tratterete come colui che è nato fra voi, tu l’amerai come te stesso, perché anche voi siete stati forestieri in terra d’Egitto” (Lv 19,33-34). Queste parole sembrano direttamente rivolte a noi cristiani europei e soprattutto italiani; se all’Egitto sostituiamo l’America, il Belgio, la Germania, l’Australia, l’Inghilterra e tutte le mete delle ondate migratorie italiane, possiamo comprendere bene di cosa stiamo parlando.

È specifico della fede biblica non la difesa di un’identità religiosa o etnica, ma una solidità nel credere che si fa servizio accogliente perché si è sperimentata l’accoglienza di Dio in una terra non propria e si cammina verso il Regno di Dio che deve instaurarsi anche per l’impegno fattivo dei cristiani. Trattare lo straniero come chi è nato nella terra significa per noi anche affrontare il tema della cittadinanza, o creare pari opportunità di lavoro e di affermazione della dignità di ogni persona e quindi degli immigrati. Per troppo tempo anche la chiesa ha amoreggiato con chi, in cambio di qualche privilegio accordato, chiedeva il silenzio o la connivenza con parole e decisioni legislative che negavano i diritti degli stranieri e, pur avendo a capo della chiesa un papa polacco, si calpestavano gli immigrati (compresi i polacchi).

Ringraziando la provvidenza oggi la gerarchia nostrana non può più nascondersi dietro giri di parole e grandi proclami sui valori non negoziabili per avallare e sostenere chi tratta gli stranieri come animali, magari gestendo direttamente dei CPT (ricordiamo il caso Lecce), ma deve dire da che parte stare visto che anche il suo capo, oltre ad essere straniero, non ha nessuna remora a parlare con chiarezza su questi temi. Tuttavia troppo male è stato fatto in questi anni, c’è troppa ignavia, per cui si richiede urgentemente un impegno moltiplicato perché le rivendicazioni politiche e giuridiche in favore degli stranieri diventino scelte efficaci. La Parola di Dio e i segni dei tempi sono dalla parte di chi torna alle radici della propria fede, al DNA del cristianesimo, sorto dalla solidarietà con gli oppressi di chi non aveva dove posare il capo perché straniero alla logica degli oppressori. ☺

mike.tartaglia@virgilio.it

 

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