Uscire dal pantano
5 maggio 2016
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Uscire dal pantano

C’è del marcio in Danimarca”, è una battuta celebratissima del primo atto dell’Amleto di Shakespeare. Oggi dovremmo dire: c’è del marcio in ogni luogo. I vertici di tutti i paesi grandi e piccoli, dell’Est e dell’Ovest, del Nord e del Sud, quasi tutti hanno in modo fraudolento esportato grandi fortune nei paradisi fiscali. Lo scandalo nello scandalo è poi l’impunità della quale godono i vari lestofanti e imbroglioni internazionali. Dopo il grande scandalo nel 2005 del mercato immobiliare americano che ha rischiato di travolgere l’intero sistema economico e che ha causato enormi sofferenze sociali, nessuno, ma proprio nessuno di quel mondo finanziario e bancario, la cui avidità fu alla base di quella crisi, ha pagato con la prigione. Consiglio di vedere lo splendido film – documentario di denuncia La grande scommessa. Che dire poi della potentissima Volkswagen che per anni ha truccato le sue macchine, imbrogliando consumatori, cittadini e diritti dell’ambiente! È stato rimosso il dirigente responsabile e poi è calato il silenzio sull’intera vicenda. Infine il signor Blair che con le sue menzogne ha aperto le porte a quella guerra contro l’Iraq, una guerra che ha disastrato tutto il Medio Oriente e causato centinaia di migliaia di morti! Questo grande bugiardo, non solo non è finito davanti ad un tribunale internazionale, ma gira il mondo facendo conferenze lautamente pagate. La corruzione, il degrado morale delle classi dirigenti non risparmia nessuno, non conosce confini territoriali, né sociali, non ignora la diversità dei sistemi politici, né le differenti aspirazioni religiose. Più che storico, quello del malaffare sembrerebbe quasi essere un dato antropologico. Al di là della complicata discussione sulla natura umana di Rousseau, Marx, Hobbes e altri, quel che appare evidente è la miseria degli attuali sistemi politici nel mondo, e in particolare per noi che siamo figli della “libertà e della democrazia”, quel che accade è, ancora una volta, la testimonianza obiettiva della fine di un ciclo storico e dell’esaurimento di quella democrazia che è stata la bandiera di questa parte dell’Occidente. Prima si prende atto di questa situazione, prima si può cercare una via d’uscita.

L’Italia, in questa classifica dei corrotti, si batte con pochi rivali per le primissime posizioni, il declino del governo, di Renzi e dei suoi amici nasce proprio da qui. Nelle ultime vicende che hanno investito il governo si ripete, quasi in fotocopia, una delle tante storie di corruzione, di concussione, di traffico influente delle conoscenze e di abuso di potere con un po’ di squallore in più: l’abuso dei sentimenti, l’amore ridotto a mercimonio non nelle strade della prostituzione o in qualche casa chiusa, ma nei buoni salotti della borghesia nazionale. Con questi campioni della borghesia e con una classe politica in svendita a rappresentare la classe dirigente nazionale, perché meravigliarsi che la corruzione con il decentramento istituzionale abbia occupato l’intero sistema e infettato fin nelle più piccole arterie la stessa società civile. Anche se l’Italia ha una solida e antica tradizione di scarso rigore morale, di trasformismo e di uso privato del bene pubblico, pur tuttavia anche in tempi recenti non è sempre stato così. Negli anni che seguirono la resistenza contro il nazifascismo in Italia si è respirata un’aria diversa, scandali, corruzione, clientelismo ovviamente non mancavano, ma era l’eccezione e non la regola.

Le ragioni sono molte: una società civile protagonista, la speranza di un futuro migliore, una classe dirigente che si era fatta nella lotta antifascista, sindacati attori di grandi cambiamenti sociali e in primo luogo Partiti che si combattevano aspramente, ma avevano un’anima, una missione sociale e un progetto di società. Ancora alla fine degli anni ’60, con i grandi movimenti nelle università, nelle fabbriche e nei quartieri siamo tornati a sentire quella brezza e i sindacati, i partiti e il sistema politico non restarono inerti di fronte a quei sommovimenti. I contratti dei lavoratori di quegli anni furono fra i più avanzati, nello stesso Parlamento si votarono leggi innovative come la Riforma sanitaria e la legge sulla psichiatria e sulla spinta della società civile si affermarono diritti civili fondamentali come il divorzio e la legge sull’aborto. Erano i tempi in cui l’odore del marcio iniziava a venire in superficie, ma erano ancora i tempi di Berlinguer, di Moro e di Sandro Pertini. Poi è iniziato il peggio, sino allo squallore dei nostri giorni.

Perché? Cosa ha determinato questa crisi profonda che ha investito l’insieme del sistema? Cosa ha prodotto questa degenerazione morale, politica e sociale, così diffusa in Italia e fuori d’Italia? E soprattutto da dove ricominciare? È questione di grande complessità e difficoltà che certo si può solo accennare in un breve articolo. La demolizione della democrazia, in particolare nel nostro paese, è avvenuta per un doppio movimento: dall’alto e dal basso. Dall’alto: la globalizzazione dell’economia, il primato della finanza e della speculazione finanziaria nel mondo hanno consegnato nelle mani di pochi il potere di decidere sul destino di tutti. Sindacati, partiti e democrazie nazionali via via sono divenuti strumenti inerti di fronte al primato assoluto della finanza e del libero mercato. Nei primi anni ’80 il segretario del Partito Comunista pose con forza la necessità di “un governo mondiale dell’economia”, ma, come Giovanni Battista, fu un profeta inascoltato e oggi il prezzo che si paga è altissimo. Dal basso: sempre negli anni ’80, diventa sistema la corruzione di gran parte dei partiti e di molti dei protagonisti della politica. L’iniziativa della magistratura nei primissimi anni ’90 aprì il vaso di Pandora del degrado morale e tutti i partiti, con l’eccezione del PCI, furono sciolti. Infine, ed è questione decisiva, si spense la vitalità dei movimenti e della società civile, non mancarono proteste e contestazioni dei peccati della classe politica, ma quel che si smarrì fu la fiducia nel futuro e la speranza di un vero cambiamento.

Sono, quindi, due le grandi questioni da cui partire: l’Europa e il suo destino. Senza una federazione europea, senza una diversa politica, idealità e cultura dell’Europa sarà impossibile affrontare le grandi sfide di questo nuovo millennio. In secondo luogo: riprendere con pazienza quel filo che tiene insieme partecipazione e organizzazione diretta dei cittadini, partiti rigenerati nel loro modo di essere e nel loro sentimento profondo, una vera dialettica democratica nel Parlamento e nelle istituzioni. Se una di queste condizioni viene a mancare, sarà impossibile uscire dal pantano nel quale siamo finiti.☺

 

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