Vivere per gli altri
14 Marzo 2019
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Vivere per gli altri

I fiumi non bevono la propria acqua; gli alberi non mangiano i propri frutti. Il sole non brilla per se stesso; e i fiori non disperdono la propria fragranza per se stessi. L’ombra non gode della frescura che produce, il fuoco non riscalda se stesso, l’erba non nutre la sua fame. E così via si potrebbe continuare citando tutti gli elementi e gli esseri viventi della terra. Tutto esiste non per se stesso. Tutto serve per essere donato. La piena realizzazione la si possiede se si dona. Vivere “per”. Vivere per gli altri è una regola della natura. Il destinatario, possibilmente, non deve essere il produttore, ma occorre cercarlo al di fuori di se stessi. Questa, e, solo questa, è la piena realizzazione e il compimento, altrimenti c’è spreco e inutilizzazione.

Magnifica lezione che ci viene donata dalla natura, senza sforzi, aggiustamenti, interpretazioni. È la realtà fisica, naturale, appunto. Una cattedra nascosta, silente, ma operante e sapiente, necessaria.

La vita è bella quando tu sei felice, però la vita è migliore quando gli altri sono felici per merito tuo! Se gli elementi naturali e tutti gli esseri viventi sono ordinati al servizio e allo sviluppo degli altri, a maggior ragione colui che è l’apice a cui tutto tende, l’uomo, deve anch’egli consapevolmente, intenzionalmente vivere in relazione di dono, di attenzione, di premura e di dedizione agli altri. Mentre per gli esseri inanimati il “per” è meccanico, organico, mentre per gli esseri viventi, escluso l’uomo, si è in funzione degli altri a motivo della catena alimentare, la catena trofica o piramide alimentare – l’insieme dei rapporti tra gli organismi di un ecosistema-, per l’uomo l’essere “per” è una scelta, un dono, una decisione, talvolta anche sofferta e quindi più preziosa. La posizione apicale dell’uomo, non scelta da lui, ma donatagli dal Creatore, perché è “immagine e somiglianza di Dio”, non lo rende per questo sfruttatore di ciò che invece è chiamato a custodire, ordinare, far progredire. Padrone e non usurpatore, custode e non despota. (Cfr Papa Francesco, Laudato si’, Enciclica sulla cura della casa comune). L’uomo, dotato di ragione, la deve usare per progredire, crescere, implementare le sue risorse ma mai a discapito degli altri e comunque non escludendo nessuno, anzi, indirizzandosi con maggiore generosità ed attenzione verso chi ha maggiori carenze e più imperfezioni.

Si può affermare allora che la nostra natura è di essere al servizio. Ci porta al servizio. Soprattutto colui che è servito, deve servire. Questa inclinazione è inscritta nel DNA della parte animale e naturale dell’uomo. Ma in lui c’è una parte eletta: la coscienza, la ragione, la sensibilità, la moralità. Quando subentrano questi elementi costitutivi, essi non debbono agire in modo difforme o permettere di seppellire quell’ inclinazione naturale. Non debbono agire da dogana che ferma il flusso di attenzione da donare per ritenere a favore di se stessi. Non possono trattenere o dirottare verso se stessi ciò che dovrebbe essere destinato agli altri. L’uomo, in virtù del fatto che è signore del creato, deve provvedere alla sua conservazione e non solo al suo sfruttamento. Chi non vive per servire non serve per vivere. Insomma, l’uomo, nell’esercizio della sua libertà, ha la facoltà di dedicarsi agli altri o di sottrarsi ad ogni compito di sostegno, aiuto, considerazione, inclusione e vivere relegato a se stesso e per egoismo chiudersi ad ogni forma di solidarietà e fraternità.

Difatti l’uomo non è un braccio meccanico che lavora come un ingranaggio ponendo la sua opera al servizio di un insieme, l’uomo mette l’anima, dona il cuore, indirizza la sua mente, i suoi gesti, verso gli altri per amore, per scelta, per attenzione, per soccorrere. È una libera e generosa decisione perché possiede questa facoltà. Il servizio non è automatico ma risulta sempre essere una scelta, un dedicarsi, una decisione. L’ esistenza di chi si dona è una esistenza “diaconale” quasi “sacramentale”, nel senso che diventa segno di una dedizione programmata, gratuita, generosa, totale. Il pieno possesso della sua funzione l’uomo la vive e la sperimenta solo se diventa occasione di progresso per il suo simile, se sa far scattare la scintilla della gioia in chi è pervaso dalla tristezza, se sa donare speranza a chi è soffocato da un disagio, se sa adoperarsi per il riscatto di chi subisce angherie, ingiustizie. La piena realizzazione della vocazione umana sta non nel raggiungere traguardi, punteggi, posizioni, possedimenti ma semplicemente se si è stati occasione di crescita, di serenità, di sostegno a chi ne aveva bisogno. Pieno compimento è essere stati utili, non importa come, non importa perché, non importa quanto, purché ci si sia sforzati a farlo.

“La disgrazia più grande che vi possa capitare è quella di non essere utili a nessuno, e che la vostra vita non serva a niente” (Raoul Follereau). Sarebbe un fallimento non solo sul piano morale di un individuo, ma anche su quello naturale. A meno che non intervenga la natura a far sentire utile qualcuno, quando, dopo morte, si diventa materia organica deputata a… Però è poca cosa rispetto a quella più grandiosa, affascinante e redditizia del sapersi esporre ed essere utili donandosi, servendo. È la più alta e gratificante missione da compiere. Anzi occorre esserne degni.☺

 

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