Economia di comunione
5 Luglio 2016
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Economia di comunione

Tra le storie più significative ed emozionanti raccontate da Gesù in Luca c’è la parabola di un ricco e del povero Lazzaro che giace coperto di piaghe alla sua porta (Lc 16,19-31). È un racconto studiato più spesso per gli aspetti teologici (cosa pensavano Gesù e suoi contemporanei della vita dopo la morte) che per quelli di denuncia sociale, vero scopo della parabola, che si inserisce nella riflessione più ampia che Luca porta avanti sia nel Vangelo che negli Atti. La morale del racconto è semplice: il ricco che ha pensato solo a fare la bella vita, dopo la morte starà all’inferno, mentre Lazzaro, che ha vissuto nella miseria e negli stenti, anche a causa di quel ricco che non si è preso cura di lui, starà nel paradiso. La colpa grave del ricco, infatti, è che si è accorto di quel povero, di cui conosce persino il nome e non ha fatto nulla per alleviare le sue sofferenze e condividere con lui una parte anche minima dei suoi beni.

Quella parabola sembra descrivere perfettamente la situazione mondiale attuale perché, a differenza delle epoche passate, sappiamo ciò che accade grazie ai mass-media che, per quanto addomesticati dalle lobby economiche, non riescono a nascondere del tutto la tragedia immane che sta accadendo con la nostra complicità, il nostro silenzio e spesso con la nostra collaborazione (il noi di cui parlo deriva dal fatto che abitiamo nell’occidente super ricco); di fronte ai drammi di milioni di persone sappiamo reagire solo alzando muri e rafforzando confini, chiudendo il cuore al dolore di cortei infiniti di derelitti. La risposta della parabola a questa evidente ingiustizia, però, sembrerebbe rafforzare l’accusa che Marx lanciava alla religione in genere e in particolare al cristianesimo: essere oppio di popoli che, con la promessa di una giustizia ultraterrena, si sottomettevano alla cattiva sorte causata dal sistema economico iniquo consolandosi con l’illusoria promessa del paradiso, premio per chi soffre in silenzio senza ribellarsi. E questa è stata anche l’interpretazione di quel sistema di potere benedetto dalla religione che ha fondato l’Europa prima e l’America dopo, dove Dio era messo in tutti i discorsi, ma come strumento per gestire il potere, consacrato dalla volontà di Dio e che giustamente le diverse rivoluzioni hanno combattuto. Ora che Dio è stato emarginato dal cristiano e opulento occidente, rimane lo schema imposto da questa cattiva lettura del vangelo e la promessa del paradiso è stata sostituita dalla promessa di un progresso futuro basato sulla resistenza del più forte a cui in teoria tutti possono aspirare, a patto che ne abbiano le capacità (è ciò che Marx chiamava capitalismo e che oggi si declina in diverse sfumature). Si fa però ingiustizia al vangelo affermando che abbia avallato questa situazione iniqua e stupida. In realtà quella parabola segue un’altra: l’amministratore iniquo (16,1-8) dove si fa capire che la condivisione non è solo nell’interesse di chi riceve, ma anche di chi condivide, per cui l’inferno del ricco non è narrato solo a beneficio del povero che può così consolarsi nella sua disperazione, ma anche a beneficio del ricco stesso che può interrogarsi, usando finalmente la sua intelligenza, su dove porta un tipo di scelta basata sul consumo irrazionale e gaudente dei beni, aumentando con l’ingiustizia un malcontento che sfocia nel disordine sociale.

L’evangelista fa un’analisi spietata della società in cui vive e indica per i cristiani un’alternativa basata sull’economia di comunione (come viene definita oggi da alcuni pensatori cristiani) che trasformi dall’interno le strutture malate di una società che va verso la catastrofe. Mi piace pensare che la parabola sia stata ascoltata da Zaccheo (19,1-10) che proprio per questo si è messo in cerca di Gesù e ha cambiato modo di vivere, condividendo i suoi beni con i poveri. Mi piace pensare che sia stata più volte raccontata nelle prime comunità che si sono costituite a Pentecoste e che proprio per questo hanno deciso di formare una struttura basata sulla condivisione dei beni, una società in cui nessuno affermava di possedere qualcosa ma lo metteva a disposizione del bene comune (At 4,32-37): Luca vede in Barnaba il modello del cristiano che non aderisce solo a una dottrina, ma traduce questa adesione in concrete scelte socioeconomiche.

La parabola del ricco e di Lazzaro è stata usata da chi voleva conservare il potere rinviando a dopo la morte l’adempimento della giustizia da parte di Dio, ma è stata anche un monito per chi, durante la storia cristiana, si è interrogato su cosa significa diventare veramente discepoli di Gesù, innescando, a cominciare proprio da Zaccheo, ma passando per tutti i movimenti che hanno promosso delle azioni di carità basate sulla giustizia e non sul semplice assistenzialismo, un meccanismo virtuoso che può ancora permettere di intraprendere un cambiamento sostanziale dei sistemi economici attuali. La comunità cristiana ha insegnato all’inizio che i cambiamenti non partono dall’alto, ma dalla base, cominciando a vivere in modo altro per erodere i piedi di argilla delle ideologie disumane che dominano l’economia e la politica attuale, perché si crede nella forza di una Parola che cambia veramente il cuore dell’uomo.☺

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