Il fiore della speranza
30 Ottobre 2014
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Il fiore della speranza

Al tempo dei Romani il crocus veniva utilizzato per accompagnare i defunti nel viaggio verso l’aldilà: fiori di croco venivano infatti adagiati sulle tombe come simbolo di speranza per la vita ultraterrena. Nell’antica Grecia invece si usavano i fiori di crocus per farne corone oppure si spargevano nei teatri e sui letti nuziali. Tra le testimonianze più antiche vi è quella che si legge in Omero, del letto nuziale di Zeus ed Era, descritto come ricoperto da “tantissimi fiori”, tra i quali appare il croco.

Diverse sono inoltre le leggende legate a questa pianta. In particolare trova grande eco emotiva quella di origine greca che ne attribuisce la nascita all’amore di un giovane, di nome Krókos, che amava appassionatamente la ninfa Smilax: un amore destinato a finire inesorabilmente perché egli era un uomo, e, come tutti gli uomini, destinato alla morte. Gli dei, impietositi, decisero di trasformare Smilax in una pianta, la salsapariglia (Smilax aspera), e Krókos nel fiore che da quel giorno portò il suo nome. In ricordo di quell’infausta passione, il fiore simboleggiò il desiderio d’amore e venne posto da Greci e Romani sulle tombe degli amanti morti per amore. Un’altra leggenda vuole che gli dei, contrari a quest’amore, trasformassero lui nella pianta dello zafferano e lei in quella del tasso. Ovidio sosteneva che, al contrario, i due fossero stati trasformati entrambi in fiori per compassione delle divinità: fatto che verrebbe a spiegare perché lo zafferano è caratterizzato da un fiore più alto ed uno più basso.

Il croco è un fiore effimero che dura poco. Questa sua caratteristica, unita al simbolismo funereo degli antichi, ispirò al Pascoli una celebre allusiva poesia:

O pallido croco,

nel vaso d’argilla,

ch’è bello, e non l’ami,

coi petali lilla

tu chiudi gli stami

di fuoco:

[…]

Anche nel linguaggio ottocentesco dei sentimenti, il fiore allude alla giovinezza spensierata, forse per il suo aspetto di calice luminoso.

Per i suoi colori vivaci che, a seconda delle varietà, vanno dal bianco al giallo zafferano, ma possono presentare striature di più tonalità, dal viola all’amaranto al lilla, fino al porpora e al rosso dei filamenti, il croco è un fiore davvero straordinario nel suo aspetto, facile da amare e particolarmente grazioso alla vista. Non va confuso però con il colchico: occorre fare attenzione a non scambiare il genere Crocus con il genere Colchicum, i cui fiori, presenti in questo periodo lungo i tratturi o in altri luoghi incolti, appartengono ad un’altra famiglia, quella delle Liliacee, e hanno, fra l’altro, un alto grado di tossicità. Del colchico parleremo in uno dei prossimi numeri de la fonte. Il croco appartiene invece alla famiglia delle Iridacee, e il genere Crocus, uno dei circa 80 di questa famiglia, comprende, a sua vol- ta, una ottantina di specie, in parte coltivate e in parte presenti nella flora spontanea italiana. Tante sono state le classificazioni di questo genere; alcune di esse sono basate sul periodo di fioritura: primaverile e autunnale. Ma questo criterio può dar luogo ad equivoci, visto che alcune specie fioriscono con continuità da settembre ad aprile. Altre classificazioni prendono in considerazione il colore del fiore, che può essere giallo o blu, ma questo carattere, come si è visto, non è esente da variabilità anche notevoli.

Il nome del genere, Crocus – che deriva dal greco krókos = filo di tessuto, filamento -, si riferisce ai lunghi stimmi simili a filamenti, gialli, rossi o arancioni, che il fiore porta al centro, e che sono ben visibili nella specie più conosciuta (e coltivata), la sativus, da cui si ricava lo zafferano. L’altezza del croco varia da pochi centimetri fino ad un massimo di trenta. Nella stagione del riposo vegetativo non presenta organi aerei e le gemme con le quali si riproduce sono portate e protette da organi sotterranei: i bulbi. Le foglie hanno forma lineare e si originano direttamente dal bulbo, insieme al fiore a forma di tubo eretto e molto lungo, che, nella parte terminale, si apre con 6 segmenti (tepali).

Questa pianta è originaria di un areale molto esteso, che va dall’Europa all’Africa nord-occidentale e all’Asia. Delle specie spontanee alcune vivono nell’Arco Alpino (il Crocus albiflorus); altre vivono più a sud e sull’ Appennino meridionale (il Crocus neapolitanus); il loro habitat ideale è rappresentato da incolti, prati e pascoli e boschi di latifoglie. Ma è un fiore particolarmente versatile e può essere coltivato tanto in piena terra o in un’aiuola (data la resistenza alle basse temperature), quanto in un vaso, poiché non manca di dare un tocco di raffinatezza e di colore. Per questo è particolarmente indicato per la decorazione di bordure, e tanti sono i giardini, i davanzali, i terrazzi e i balconi dove possiamo ammirarne tutta la bellezza.   ☺

 

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