L’antibiotico dei poveri
30 Aprile 2017
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L’antibiotico dei poveri

Una delle prime erbe ad essere utilizzata dai nostri antenati per il suo profumo intenso, canforato e di sapore amaro, è il timo. Tante sono le antiche leggende riferite a questa pianta, come quella secondo la quale Arianna, figlia del Re di Creta, pianse lacrime amare quando Teseo, che lei aveva aiutato per sconfiggere il Minotauro, la abbandonò nell’isola di Nasso: proprio dalle sue lacrime nacque il timo. L’ impareggiabile profumo e la delicatezza che i fiori di timo conferivano al miele erano molto apprezzati dai Greci e dai Romani, per i quali il timo divenne una delle erbe preferite. Ma quel profumo, anche se ormai soverchiato da quelli di origine chimica, rimane ancora oggi un’autentica magia del mondo vegetale, che colpisce all’improvviso le narici mentre si costeggia un bosco umido.
Il genere Thimus appartiene alla famiglia delle Labiate o Lamiacee e comprende circa 350 specie. Le più diffuse per le loro proprietà terapeutiche sono il timo comune (Thimus vulgaris) e il serpillo (Thimus serpillum). Il suo nome deriva dal greco thymós = “coraggio”. I soldati romani, infatti, lo utilizzavano per trovare il coraggio di affrontare le battaglie e nel tempo diventò un vero e proprio amuleto per infondere coraggio a chi lo portasse con sé. Gli Egizi lo usavano, insieme alle altre erbe, per l’imbalsamazione delle mummie.
Il timo è una pianta perenne, fittamente ramificata, alta da 20 a 60 centimetri, con fusti dal portamento eretto che tendono a lignificare intorno al quarto o quinto anno di vita. Le foglie sono di piccole dimensioni (lunghe 5-8 mm e larghe 2-4 mm), lanceolate, di colore grigio-verde, più chiaro nella pagina inferiore per la presenza di numerosissimi peli secretori. I fiori, che generalmente compaiono a partire dal mese di giugno, sono piccoli, di forma tubolare e di colore violetto, più raramente rosa pallido o bianco. Il frutto contiene piccoli semi ovoidali lisci di colore bruno.
Originario della regione mediterranea, cresce spontaneo dal litorale fino ai 1500 metri di altitudine. Vegeta bene in posizioni soleggiate, preferendo i climi temperati: nell’orto, o nel giardino, in particolare a ridosso di un muro. Non tollera i freddi prolungati e gli inverni umidi; talvolta temperature inferiori ai -12°C possono essergli letali. Non presenta particolari esigenze rispetto al terreno e infatti è spesso presente anche in ambienti sassosi, pur preferendo terreni leggeri e calcarei. Nei terreni pesanti e mal drenati cresce stentatamente ed è poco longevo. La propagazione può avvenire sia con i semi sia con le talee basali radicate. Le ridotte esigenze di coltivazione della pianta consentono a ognuno di seminarla o trapiantarla anche in un vaso e di tenerla sempre a disposizione sul proprio terrazzo insieme ad altre piante aromatiche. Le foglie possono essere raccolte tutto l’anno. Si possono consumare fresche in cucina, sia per le pietanze che per gli infusi, e vanno conservate in un contenitore di porcellana o di vetro, al riparo dalla polvere, in modo da preservare intatto il loro aroma. Mentre i rametti vanno legati tra loro con uno spago e posti a testa in giù in un luogo fresco ed asciutto, per essere utilizzati al bisogno.
Il timo è assai conosciuto per il suo largo utilizzo in cucina come aromatizzante di arrosti (si consiglia di strofinare carne di vitello o di agnello prima di arrostirla, con timo, sale e pepe), stufati e tanti altri piatti. È ottimo anche riscaldato nel burro per l’aragosta, i gamberetti e gli scampi alla griglia. Si possono poi preparare delle sottili frittatine al timo: alle uova battute basta aggiungere sale, pepe e abbondante timo tritato. Si usa per aromatizzare olio, aceto, liquori e vini. Usato sia come condimento sia come bevanda, il timo ha una felice azione sulla digestione, sulla circolazione e sul sistema nervoso, favorendo il lavoro intellettuale, procurando un benessere generale e conciliando il sonno.
Non meno interessanti sono infatti le virtù antisettiche di questa pianticella che, a partire dal Medioevo, fino agli anni ’30, divenne il vero conservante per la cacciagione e le carni: il rametto di timo immerso nella marinata serviva a conservare il pezzo di carne per diversi giorni, dato che il timolo, un antisettico più potente del fenolo, impediva la putrefazione. Questa abitudine si diffuse anche grazie a Carlo Magno, che, nei suoi famosi “Capitolari”, elencava il timo tra le erbe da coltivare obbligatoriamente nei giardini e nei monasteri. Nel Rinascimento, il timo cotto nel vino veniva utilizzato per curare l’asma e le infezioni alla vescica. La stessa pianta, assieme alla lavanda, al rosmarino e alla salvia, era uno dei preziosi ingredienti dell’“aceto dei quattro ladroni”, rimedio infallibile contro tutti i mali, soprattutto durante le pestilenze (si veda la fonte n. 6 del 2008). Verso la metà dell’Ottocento, il chimico francese Lallemand riuscì ad estrarre dal timo l’olio essenziale, utilizzato dai poveri come antibiotico, un uso che durò sino alla prima guerra mondiale e alla scoperta degli antibiotici moderni. Per i numerosi principi attivi che contiene (flavonoidi, tannini, saponine, triterpeni, ecc.) è tuttora impiegato in caso di tosse e malattie da raffreddamento.

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