buon duemiladodici  di Antonio Di Lalla
30 Dicembre 2011
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buon duemiladodici di Antonio Di Lalla

 

Abitiamo una insignificante periferia di una insignificante regione in una nazione che ha perso significato e, fino a qualche giorno fa, anche derisa a livello internazionale per il pessimo e ridicolo governo; oggi, sotto la minaccia dei mercati, è costretta a una politica di lacrime e sangue, da far pagare naturalmente a quanti già fanno fatica a raggiungere incolumi la fine del mese. Il rischio della frustrazione è altissimo e la tentazione della rassegnazione potrebbe portare all’impotenza più assoluta. Non è il caso nostro. La situazione, nostro malgrado, di terremotati ci porta ad alzare la voce con più energia contro tutte le ingiustizie, consapevoli che le rivoluzioni nascono dal basso e non poche volte proprio dalle periferie, dove più acuto è il dolore perché più forte il rischio di rimanere stritolati.

Nel numero precedente al nuovo governo regionale avevamo chiesto con determinazione la riduzione dei costi della politica, ma non abbiamo avuto risposte significative e impegni concreti. Non siamo più disposti a pagare per i loro privilegi e perciò scenderemo in strada, raccoglieremo firme, alzeremo barricate, se necessario, e finalmente vedremo anche da che parte sta la minoranza, ancora troppo blanda e disposta ai compromessi con quel potere che ora è impegnato a ricompensare i trombati per aver portato in ogni caso voti preziosi alla terza rielezione di Iorio. Che ben vengano i ricorsi per i presunti brogli o la non candidabilità di alcuni figuri, ma pretendiamo ben altro che un giro di valzer. Vogliamo che cambi la musica perché la nostra lotta è contro le poltrone con tutto ciò che vi ruota intorno, prima che per i culi che se le contendono. A scanso di equivoci e per maggiore chiarezza ribadiamo che l’informazione è tale solo se è controparte di qualsiasi potere dominante. Qualcuno si premuri di ricordarlo a telepetescia e a tutti gli organi di informazione che slinguazzano intorno al presidente Iorio. Per mesi hanno titolato sulla sua bravura nel far arrivare nel Molise un miliardo e trecento milioni di euro. Ora, a elezione avvenuta, è calato il più totale silenzio come se si trattasse del caro estinto. Perché nessuno indaga e ci racconta dei decreti per la ricostruzione firmati senza copertura economica? Finanche ai vescovi aveva mostrato decreti di finanziamento di cui non si trova più traccia e il loro giornale si guarda bene dal denunciare il raggiro e così, mentre il presidente della giunta brinda alla rielezione e alla dabbenaggine degli elettori, le imprese vanno chiudendo e gli operai si ritrovano in mezzo alla strada.

Il Molise è solo il tragico specchio di quello che accade a livello nazionale. Il governo in mano ai tecnici non può far altro che essere sotto lo schiaffo dei partiti che si guardano bene dal cominciare a dare l’esempio e perlomeno ridursi quei privilegi che invece andrebbero eliminati integralmente e al più presto. Aspettano, fiduciosi, che passi la nottata per riprendere i loro giri di loschi affari alla luce del sole. I tecnici al governo si premurano di dare ossigeno alle banche che a loro volta lo sottraggono al fisco attraverso l’acclarata evasione, già patteggiata al ribasso, e così, mentre i ricchi continuano ad arricchire, per i poveri è pressoché impossibile avere finanziamenti anche solo per sopravvivere. L’unico mercato, oltre alle banche, che non conosce la crisi è quello delle armi, inutili e dannose anche quando non sono utilizzate, perché sottraggono risorse alla collettività. Anziché lavorare per mettere la guerra fuori dalla storia, renderla tabù, e avviare una cultura della nonviolenza ci ritroviamo con un esercito di 178.600 persone, un generale ogni 356 soldati e un maresciallo ogni tre militari in servizio, per non parlare di portaerei, cacciabombardieri, carri armati ecc. Le spese militari sono un autentico insulto alla intelligenza e allo sviluppo.

Anche la chiesa istituzionale ce la mette tutta per essere invisa, se non odiata, e purtroppo non per il Dio che annuncia, ma per Mammona di cui non riesce a fare a meno. Memore del comando di Cristo: “Se uno vuole farti un processo per prenderti la tunica, tu lasciagli anche il mantello” (Mt.5,40) dovrebbe cogliere il momento storico per ristabilire all’interno il diritto e la giustizia, liberandosi di privilegi ed esenzioni ricevuti in cambio di connivenza con i governi succedutisi. E invece si accapiglia non solo per la tunica, ma anche per il mantello, con tutto quello che riesce a nasconderci sotto. Non è in discussione, per intenderci, la mensa della caritas, ma gli incerti di stola; non gli oratori, ma i possedimenti; non i luoghi di culto, ma le attività commerciali. Lungo i secoli è stata capace di risposte profetiche di grande portata: contro l’analfabetismo ha creato le scuole, contro le malattie gli ospedali, contro l’abbandono orfanotrofi e ospizi. Possibile che non riesca a dare risposte credibili, d’avanguardia, all’altezza dei tempi? Il concilio Vaticano II, non ancora attuato ma già tradito, voleva una chiesa povera al servizio dei poveri. E invece si è inventata i valori non negoziabili proprio per distrarsi dalle responsabilità sociali.

La lotta contro tutti i privilegi va portata fino in fondo, pena la credibilità stessa della nostra azione. La stessa forza che impieghiamo contro la casta che abita i palazzi dobbiamo profonderla contro la casta della cittadinanza o del colore della pelle, che abita nelle teste delle persone. Episodi come quello di Torino dove, per la patonza di una ragazzina, facinorosi col culto della violenza hanno incendiato un campo rom o quello di Firenze dove un fanatico, impregnato di cultura fascista, uccide e ferisce persone senegalesi, saranno sempre possibili finché non rinunciamo all’idiozia dei nostri privilegi e ci rendiamo conto che esiste una sola razza, quella umana, che i confini non sono per escludere e che il colore della pelle, la diversità di cultura, religione, sesso sono una ricchezza di cui possiamo fruire, per giunta gratuitamente.

Avanti con coraggio e buon anno.☺

 

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