Il grande paese
4 Maggio 2017
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Il grande paese

Qualche giorno fa ho avuto occasione di vedere su Raiuno la fiction “La Classe degli Asini”, che tratta del tema dell’ abolizione delle classi speciali e differenziali in Italia, avvenuta definitivamente con la legge 517/1977. Pur con i limiti dei tempi e delle modalità della narrazione televisiva, la fiction è stata in grado di far cogliere allo spettatore lo spirito che ha animato la nascente riforma, tutt’ora per certi aspetti all’avanguardia rispetto agli altri paesi, che è confluito quindi anni più tardi nella legge quadro 104 del 1992, pilastro della legislazione italiana avente ad oggetto le persone con disabilità.

La riforma Gentile nel 1923 si era occupata dell’inserimento scolastico dei ciechi e dei sordi, percepiti (concetto assolutamente rivoluzionario per l’epoca) quali persone in grado di produrre, anche se in un contesto diverso da quello dei cd. normodotati.

Con la Circolare Ministeriale n. 1771/12 del 11.03.1953 viene delineata la differenza tra classi speciali e classi differenziali. Le classi speciali, separate fisicamente dal plesso scolastico, accoglievano i ragazzi con disabilità psichica o fisica grave. Nei casi più gravi esistevano veri e propri istituti speciali che separavano i ragazzi dalle famiglie anche per lunghi periodi. Le classi differenziali erano invece situate presso le scuole comuni ed accoglievano i ragazzi “nervosi, tardivi, instabili” che rivelavano inadattabilità ai ritmi e metodi d’ insegnamento comuni. Le classi differenziali nella prassi spesso accoglievano i figli degli emigranti del Sud Italia che avevano difficoltà di adattamento con il nuovo ambiente.

Un punto di svolta è rappresentato dalla legge n.1859 del 31/12/1962, che prevedeva l’istituzione della scuola media unica, obbligatoria. L’art. 11 prevedeva comunque le classi di aggiornamento per gli alunni che presentano difficoltà di apprendimento, mentre l’art. 12 prevedeva l’istituzione di classi differenziali per alunni disadattati scolastici.

Gli anni ’60, però, sono anni di grande fermento culturale in Italia. Sono anni in cui nasce e si sviluppa una coscienza civica nell’animo della gente, anni in cui la contestazione giovanile irrompe e spezza gli equilibri di un mondo che appariva socialmente stanziale, chiuso e settoriale. Allora anche l’ affermazione di una uguaglianza sostanziale tra i cittadini, contenuta nella Costituzione, non è più soltanto un getto di inchiostro, ma diventa l’impulso stesso della contestazione contro ogni svantaggio sociale. In questo contesto, assume un significato diverso anche l’ affermazione di cui all’art. 34, vale a dire “La scuola è aperta a tutti”.

In questa lettura costituzionalmente orientata dell’art. 34, è evidente che non c’è più posto per le classi speciali o differenziali. Da qui alla legge 517/1977, che ha previsto l’abolizione delle classi speciali e differenziali il passo è ormai breve. Sono gli stessi anni in cui il dott. Basaglia si batte per la chiusura dei manicomi.

La scuola diventa così la scuola dell’integrazione, in cui tutti i bambini, a prescindere dalle condizioni di svantaggio fisico e sociale, convivono insieme; diventa la scuola che si propone di abbattere prima di tutto le barriere culturali, con la convinzione che l’integrazione è il vero presupposto di una società più equa per tutti.

Il Grande Paese raccoglie e fa diventare realtà le istanze legittime dei cittadini ed infine, con la legge 104/1992, compie una vera e propria capriola nel futuro, concependo una delle normative più all’ avanguardia nel mondo per la tutela e l’integrazione della persona con disabilità, prevedendo raccordi tra la scuola, le istituzioni e la sanità pubblica al fine di sviluppare al meglio le potenzialità di ogni individuo.

La forza innovativa di questa legislazione, tutta italiana, sconta però una triste realtà nella sua concreta applicazione. Ogni anno la scuola rimane schiacciata dalle migliaia di ricorsi presentati perché tanti ragazzi con disabilità sono privi del sostegno scolastico. Tanti edifici scolastici purtroppo presentano ancora insormontabili barriere architettoniche. A distanza di 25 anni ancora non è chiaro chi debba provvedere all’assistenza materiale dell’alunno con disabilità.

Verrebbe da chiedersi cosa ne sia stato del paese delle grandi idee e perché lo spirito di uguaglianza e giustizia sociale sia stato soffocato, distrutto dagli sprechi e dal malgoverno, producendo altre ingiustizie.

Prima di tutto, occorre prendere atto che le leggi da sole non bastano. Purtroppo non bastano neanche le idee, che pure sono il sale del cambiamento. Prima di tutto occorre avere una visione su come attuare concretamente il cambiamento. In poche e semplici parole, occorre stabilire dove indirizzare le risorse economiche se davvero si vuole creare giustizia sociale. L’uguaglianza dei cittadini viene assicurata da un nuovo parcheggio o da una scuola aperta a tutti, dove ognuno possa avere garantito il diritto all’istruzione? ☺

 

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