donne massacrate   di Loredana Alberti
4 Giugno 2013
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donne massacrate di Loredana Alberti

 

Come è cominciato? Come è cominciato? Come è cominciato? Dobbiamo pagare ancora la colpa di Lilith o quella di Eva, ancora dobbiamo dividerci fra madonne e puttane? Non possiamo sapere con esattezza quando sia cominciato, ma certo possiamo dire che il disamore fatto d’impulsi omicidi si è perpetrato nei secoli. Riproponendosi anche nella letteratura alta, dal romanzo ottocentesco al melodramma, da Oscar Wilde a Stendhal a Goethe, Dostoevskij, Tolstoj. Ed anche da prima. Basta pensare a Medea, a lady Macbeth. È un mondo di mostri: se notiamo, le donne che vengono ritenute corpo estraneo alla società vanno sempre a finire male, da Giovanna d’Arco ad Edda Gabler o madame Bovary. Per estraneo intendo, come scrive Montaigne, fuori natura, quello che non segue la consuetudine. E certamente sono state escluse dalla consuetudine civile e sociale in Italia le donne se hanno avuto più tardi il diritto al voto e molto, ma molto più tardi, per legge direi ma non per consuetudine, l’abolizione del delitto d’onore (1981).

Viene subito in mente il mondo della canzone, la ricordiamo bene, con il tormentone del primo maggio dove è stato escluso il cantate Fabri Fibra con l’accusa di avere scritto canzoni sessiste e i sindacati hanno accolto il desiderio dell’associazione di.re di donne. Dato che non conoscevo il rapper ho avuto la curiosità di andare a leggere i testi delle due canzoni contestate:

Ho 28 anni ragazze contattatemi scopatemi

e se resta un po’ di tempo presentatevi

non conservatevi datela a tutti anche ai cani

se non me la dai io te la strappo come Pacciani

io fossi nato donna ascolterei madonna

vestirei senza mutande ovunque e sempre in minigonna …

La menomata fabbrica di Fabri Fibra

La fantomatica storia del porti sfiga

La mia ragazza stuprata come ogni figa

Ogni mio incubo fa peggio di una riga

La testa del mio capo che galleggia a riva

Mi troveranno con le vene aperte in camera

Di questa roba mi faccio perché stamina, rianima

Mi compro allo spaccio una bambina

Rapinerò una banca a 40 anni o forse prima

Certo, ogni tempo ha le sue canzoni. Anche la politica, il costume sembrano andare controcorrente; saranno almeno quindici anni o più che abbiamo tendenze, in tutti i campi, esasperate. Abbiamo visto il bel documentario di Antonella Zanardo “il corpo della donna” che parla dell’ umiliazione del femminile nel video e di come le nuove generazioni abbiano come esempio lo sfrenato uso della donna nella pubblicità che trascina le ragazze al consenso del facile guadagno, facendo le veline, la letterina o altro.

Guardiamo le foto per la telefonia e capiamo subito come la situazione sia  drammatica. La donna è usata per ogni pubblicità come oggetto sessuale mercificato passando dal doppio senso per nulla velato di un salame calabrese alla farfallina di Belen.

Che c’entra tutto ciò con il femminicidio? All’accanimento di tanti uomini contro tante donne? Con calci, pugni, colpi di pistola, con frustate, con l’acido gettato in viso, le coltellate e negli altri innumerevoli modi? C’entra perché annullamento su annullamento arriviamo al vecchio costume che la donna è mia e ne faccio quello che voglio.

Ce lo fa capire bene un prezioso libretto appena uscito da Laterza, a firma Loredana Lipperini e Michela Murgia, “L’ho uccisa perché l’amavo: falso!”. Il libro sgombra il terreno dall’equivoco principale: che questi esiti violenti riservati alle donne abbiano qualcosa a che fare con l’amore. “Quella faccia dell’anima certamente esiste, ma non si chiama amore”, scrivono le autrici. “A forza di sentirsi raccontare la storia dell’amore cattivo da non risvegliare, anche le donne finiscono per credere che stare zitte e buone convenga di più”. La bellissima Rosaria voleva solo andare alla processione. Ecco qui la sua “ribellione”, l’atto d’imperio tale da risvegliare l’impulso assassino nello spasimante geloso. Lui l’ha massacrata di calci e non è dato capire come si possa invocare il “raptus”. Spiegazione falsa e tendenziosa, buona per adombrare l’idea di un momentaneo sperdimento di sé, un momento di follia per tema di abbandono da parte della portatrice di tanta colpevole bellezza, con conseguente diagnosi d’irresponsabilità delle proprie azioni. (È di oggi la notizia che Rosaria ha perdonato il fidanzato e che vuole vivere con lui). Ergo: mi ha picchiata perché mi amava tanto!

E alla fine bisogna riconoscere che negli ultimi vent’anni il discorso pubblico, ben lungi dal far progredire il rispetto per le donne, ha fatto precipitare le cose indietro di molti anni. La “normalizzazione” del femminile – e dello stesso maschile – è passata per forme di controllo feroci, dal diktat dell’esteriorità all’assunzione del corpo come supremo oggetto di desiderio del potere politico. Il corpo è tornato a essere, come diceva Michel Foucault, il campo di una battaglia biopolitica complessa.

La presidente Boldrini ha detto a Napoli le parole decisive in merito: “La politica deve dare risposte a situazioni ormai allarmanti”. Sarà una lunga strada da fare per trovare le forme di una convivenza civile senza guerra tra i sessi, che ponga al centro il rispetto di tutti. Ma una cosa dev’essere chiara: dovrà essere percorsa insieme, da uomini e donne.

Ma per arrivare a questo la mia convinzione assoluta è che bisogna cominciare dalla famiglia, dalla scuola, non solo con una buona educazione sessuale di genere, ma anche con un ritorno al senso della bellezza. Quella come scrive Pasolini: “L’occhio guarda, per questo è fondamentale. È l’unico che può accorgersi della bellezza. La visione può essere simmetrica, lineare o parallela in perfetto affiancamento con l’orizzonte. Ma può essere anche asimmetrica, sghemba, capricciosa, non importa, perché la bellezza può passare per le più strane vie, anche quelle non codificate dal senso comune. E dunque la bellezza si vede perché è viva e quindi reale. Diciamo meglio che può capitare di vederla. Dipende da dove si svela. Ma che certe volte si sveli non c’è dubbio […]. Il problema è avere occhi e non saper vedere, non guardare le cose che accadono, nemmeno l’or- dito minimo della realtà. Occhi chiusi. Occhi che non vedono più. Che non sono più curiosi. Che non si aspettano che accada più niente. Forse perché non credono che la bellezza esista. Ma sul deserto delle nostre strade Lei passa, rompendo il finito limite e riempiendo i nostri occhi di infinito desiderio”.☺

 ninive@aliceposta.it

 

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