Manuale di fraternità
30 Ottobre 2014 Share

Manuale di fraternità

Il libro della Genesi è ricordato sostanzialmente per due motivi: da un lato c’è il racconto della creazione e del peccato, in tutte le sue manifestazioni (i primi 11 capitoli); dall’altro viene presentata l’origine del popolo di Israele attraverso le vicende famigliari dei suoi antenati: Abramo Isacco, Giacobbe e i suoi figli. Per gli ebrei è soprattutto una introduzione alla grande vicenda dell’Esodo; per i cristiani, con la sottolineatura del racconto del peccato originale (Gen 3) racconta la causa remota che ha innescato l’intervento di Dio attraverso l’incarnazione del Figlio in Gesù di Nazaret. È Paolo che ha dato vita a questa interpretazione causa/effetto e la riflessione teologica successiva ha consacrato questa visione, per cui anche le vicende dei patriarchi sono passate in secondo piano, facendo di Abramo, sempre secondo Paolo, solo il modello del credente, idea che è ben presente anche nell’Islam.

Ridurre la Genesi semplicemente a un ruolo introduttivo, tuttavia, svilisce completamente la grandezza di questo autentico capolavoro della letteratura mondiale. Il messaggio del libro, infatti, ruota tutto intorno ad un tema universale: la fraternità, la necessità, cioè, di riconoscere che l’altro mi appartiene, mi interpella e mi fa non solo soggetto di diritto ma allo stesso tempo soggetto di doveri, di responsabilità (in questo molto ha detto la filosofia ebraica del XX secolo, con Buber, Levinas e Jonas).

Scorrendo per sommi capi questo libro ci si imbatte sempre in storie di fratelli: Caino e Abele, Isacco e Ismaele, Giacobbe e Esaù, Giuseppe e i suoi fratelli. Persino nella vicenda di Abramo troviamo un rimando alla fraternità quando, parlando a Lot, suo nipote, lo definisce fratello (Gen 13,8). Si può tranquillamente affermare, quindi, che la Genesi è un manifesto della fraternità, che vuole insegnare all’umanità cosa significa essere in relazione tra noi e lo fa scandagliando tutte le possibili strade che l’uomo può scegliere per rispondere all’appello che l’altro fa, semplicemente per il fatto di esistere. È significativo che questo manifesto sia posto all’inizio di un grande codice morale e religioso che è la bibbia, dando così il tono a tutto il messaggio in essa contenuto. Questa sottolineatura spazza via ogni tentazione di vedere in essa un’opposizione tra un Antico Testamento eticamente arretrato e un Nuovo Testamento portatore di una morale più elevata e universale, come spesso si è interpretato nella storia cristiana, fraintendendo così un Dio che appare persino schizofrenico o umorale.

Iniziare la bibbia con questo “ma- nuale della fraternità”, significa leggere tutto il resto come il cammino che porta alla realizzazione di un progetto, dopo aver preso consapevolezza di dove può portare qualsiasi scelta che svilisce l’altro. Da questo punto di vista, il desiderio di mettersi al posto di Dio da parte di Adamo ed Eva (Gen 3), trova il suo drammatico tentativo di realizzazione nell’uccisione di Abele da parte di Caino che si erge a padrone della vita dell’altro, prerogativa assoluta di Dio. In tal modo i due comandamenti indicati da Gesù come sintesi della Legge, amore di Dio e amore del prossimo, sono già annunciati e plasticamente esposti all’inizio della bibbia, come due facce della stessa medaglia.

Da questo inizio “col botto”, la Genesi passa a vagliare le diverse possibilità di scelta che non portano alla morte fisica, come in questo caso, ma alla possibilità di morte sociale, di negazione della relazione nel tentativo di far scomparire l’altro e i suoi diritti. Abramo chiede a Lot di separarsi per non litigare; Giacobbe usurpa in modo continuato i diritti del fratello, Giuseppe è vittima della gelosia degli altri fratelli. Dove poi non sono i fratelli ad essere divisi, interviene l’ambiente, la famiglia, a creare separazione, come nel caso di Ismaele, cacciato con la madre per un capriccio di Sara (Gen 21). Tuttavia, di volta in volta, a cominciare dal racconto di Caino e Abele, c’è sempre uno spiraglio di luce che si apre: Caino entra sotto la protezione di Dio, perché non deve essere ucciso, Esaù perdona Giacobbe (Gen 33), Giuseppe, dopo un vero e proprio itinerario di conversione sia suo che dei fratelli non solo perdona, ma si prende cura dei fratelli e delle loro famiglie.

La Genesi invita sempre a confrontarsi con due punti di vista opposti: quello di chi sceglie di seguire il proprio istinto (di cui parla al capitolo 4, nel dialogo tra Dio e Caino), e quello di chi sceglie, nonostante tutto, riconciliandosi con la propria sofferenza, di perdonare i torti subiti e di riconoscere, anche in chi sbaglia, un fratello nonostante tutto. Se, come avviene nella lirica, la Genesi costituisce l’ouverture di tutta la bibbia, forse comprendiamo perché non ci può essere altra lettura che il punto di vista di Gesù, non come Dio incarnato (che renderebbe la bibbia solo un fatto cristiano), ma come uomo appartenente a un popolo oppresso (Israele) che ha assunto in sé tutte le ingiustizie a carico dell’umanità, senza rinunciare alla condizione di fratello, anche verso chi sbaglia. Avremo modo, in seguito, di assaporare tutta la bellezza della Genesi, letta in chiave di fraternità.☺

 

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