Termoli: la fine dell’università
15 Gennaio 2021
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Termoli: la fine dell’università

Cos’è che ci porta, in questa terra di Molise, a non imparare mai dagli errori, ed a rischiare di ripetere comportamenti che ci privano di diritti e garanzie? È una domanda che mi sono fatta innumerevoli volte in questi anni, e che mi si ripresenta puntuale adesso, assistendo agli attacchi striscianti contro la sede universitaria di Termoli.

Qualsiasi abitante del Basso Molise, ancorché distratto e poco interessato, si sarà accorto che in questi ultimi vent’anni sono stati sottratti al territorio e ai cittadini che lo abitano istituzioni e presìdi fondamentali per la qualità della vita, le opportunità di crescita e per la vita stessa. Parlo della sanità progressivamente distrutta senza clamore, fino ad arrivare alla necessità di costituire un comitato per la difesa dei diritti di coloro che sono morti di Covid senza poter usufruire di un’assistenza e di cure degne.

Ma parlo anche della soppressione del Tribunale (prima Pretura) di Termoli, eliminato senza che una voce si alzasse a difenderlo; del trasferimento della Facoltà di Ingegneria, avvenuto da un giorno all’altro senza che quasi se ne sapesse nulla, e soprattutto senza che alcuna amministrazione comunale ritenesse suo dovere opporsi ad un così grave impoverimento della città.

E parlo oggi della chiusura totale della sede universitaria di Termoli, negata a gran voce dal Magnifico Rettore come fosse una stupidaggine inventata da qualche cervello balzano, ma preparata nei fatti, se si guardano gli anni recenti, dallo scarso impegno nella pubblicizzazione delle attività per attirare iscrizioni e nell’incentivare esperienze innovative, che facessero crescere entusiasmo e voglia di innovare, e da una studiata serie di sottrazioni  di servizi. Questo ha fatto sì che il numero degli studenti non crescesse, e soprattutto che non si respirasse più nelle facoltà quell’atmosfera propositiva e piena di motivazione che si avverte subito entrando negli atenei pienamente vissuti.

Segreteria disponibile solo due giorni alla settimana; personale amministrativo distaccato a Campobasso e presente solo parzialmente a Termoli; biblioteca e videoteca quasi sempre chiuse; chiuso anche il bar, con la motivazione che veniva usato poco. Facile immaginare quanto possa essere stimolante per uno studente vivere in contesti simili, con una precarietà di servizi sempre crescente.

Su questa situazione, già di per sé avvilente, si è abbattuto lo tsunami del Covid; e se questo ha portato in tutta Italia le grosse difficoltà della didattica a distanza e della rarefazione dei contatti, a Termoli si è decisa la chiusura (temporanea?) della sede, con due decreti del Magnifico Rettore,  l’ultimo dei primi di dicembre, che annunciava la riapertura solo per le cerimonie di laurea. A Campobasso, Isernia e Pesche, invece, evidentemente non esisteva epidemia da virus, visto che tutto ha continuato a funzionare tranquillamente, sia pure in parte a distanza.

Lasciando da parte il mistero (solo apparente) di questa diversità di trattamento, credo sia necessario interrogarci sul ruolo di una università nella vita cittadina, per capire come non possiamo assolutamente lasciarci togliere anche questo presidio. Siamo tutti consapevoli che nella storia del nostro paese da sempre le istituzioni universitarie sono state motori di riscatto e di crescita all’interno della società. Città, piccole e grandi, e università, hanno sempre interagito in un processo reciproco di osmosi, modificandosi a vicenda e crescendo insieme. Il territorio intorno all’università assorbe la conoscenza e il capitale umano che ne viene generato, traendone elementi di innovazione, mentre inevitabilmente l’istituzione è modellata anche dal luogo che la ospita. Per non parlare del fattore economico, con tutto ciò che ruota intorno alla presenza di studenti in città. E dunque avere una sede universitaria, specie per una città piccola, significa godere non solo di arricchimento di conoscenze, ma anche di una concreta promessa di rinascita e di futuro.

Per questo indigna assistere al progressivo indebolimento della nostra sede universitaria, strettamente legata per sua stessa natura alle potenzialità del territorio e in grado di assicurare formazione e possibilità lavorative ai nostri ragazzi senza costringere le loro famiglie a mandarli lontano, con i sacrifici economici che ben conosciamo e soprattutto con poche probabilità di vederli tornare in Molise.

Per questo non possiamo assistere silenziosi a questo ennesimo attacco al territorio. Abbiamo taciuto abbastanza; e soprattutto hanno taciuto istituzioni e politica. Parlino ed agiscano ora, insieme a noi cittadini, perché  il genius loci, l’anima di una comunità, non muore soltanto per abbandono fisico di un luogo, per il mutare delle condizioni economiche o per grandi emigrazioni. Muore anche quando si lascia che i presìdi di conoscenza, di crescita, di cura, di aggregazione sociale e culturale vengano pian piano ridotti a simulacri e poi chiusi perché qualcuno decide che costano troppo e non conviene tenerli aperti.☺

 

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